Maggio 2018
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L’importanza dell’attività di polizia all’interno delle carceri italiane


Polizia Penitenziaria - L’importanza dell’attività di polizia all’interno delle carceri italiane

Notizia del 23/08/2017

in L''Osservatorio Politico

(Letto 2535 volte)

Scritto da: Giovanni Battista Durante

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Abbiamo più volte scritto in questi mesi della deriva in cui stanno scivolando l’amministrazione penitenziaria e il Corpo di Polizia Penitenziaria, e quindi le carceri, a causa di scelte politico/amministrative sbagliate. Purtroppo, le scelte di politica penitenziaria e della sicurezza delle carceri, che coinvolgono inevitabilmente la sicurezza nazionale, in questi ultimi tempi, vengono fatte da persone che hanno una visione non adeguata, rispetto alle esigenze del Paese.

Si tratta, spesso, di amministratori e politici che hanno una visione esclusivamente ideologica del governo di certi fenomeni.

Sono quelli che ritengono che tutti i delinquenti possono essere recuperati, che non serve imporre le regole, ma piuttosto bisogna stimolare un processo di auto responsabilizzazione che li porterà, nel tempo, a cambiare vita. Persone che ritengono che l’unica funzione del carcere debba essere quella rieducativa.

Niente di più sbagliato, ovviamente, perché il carcere deve assolvere sia a funzioni di sicurezza sociale, sia di rieducazione.

Chi conosce un po’ di storia della criminalità in Italia non può non condividere tale asserzione.

Basta ricordare la storia di uno dei peggiori criminali italiani: Raffaele Cutolo, il quale, entrato giovanissimo in carcere per un omicidio commesso per futili motivi, dal carcere riesce a fondare ed organizzare la nuova camorra organizzata che, si dice, solo all’interno delle carceri contasse circa duemila affiliati.

Quelli erano gli anni in cui i boss mafiosi in carcere avevano la possibilità di comunicare con l’esterno in ogni modo. Esercitavano il loro potere e la loro influenza anche dal carcere, da dove continuavano a comandare e gestire le organizzazioni criminali. Le carceri non erano organizzate per contrastare il fenomeno e tantomeno lo erano gli Agenti di Custodia, un Corpo glorioso, che ha pagato anche tributi di sangue nella lotta al terrorismo, ma che non aveva alcuna connotazione di Forza di polizia, se non le qualifiche che la legge riconosceva agli appartenenti. Era un Corpo che si dedicava prevalentemente alla custodia.

Col tempo, soprattutto dopo le stragi di mafia, l’organizzazione del Corpo è iniziata a mutare e si è incominciato a comprendere quanto fosse importante avere una polizia altamente professionale anche nel carcere, per potere raccogliere informazioni, analizzarle, veicolarle nel modo corretto ed isolare i mafiosi, per evitare che continuassero ad avere contatti con l’esterno. C’è voluto ancora del tempo, comunque, perché una certa organizzazione diventasse strutturale e consolidata.

Sono nati il NIC, Nucleo Investigativo Centrale e il GOM, Gruppo Operativo Mobile che ha assunto una connotazione più strutturale e definita rispetto allo SCOPP (Servizio Centrale Operativo Polizia Penitenziaria) e all’UGAP (Ufficio per la garanzia penitenziaria).

Il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, parlando al convegno organizzato in occasione del decennale del NIC, ha sostanzialmente affermato che proprio negli anni in cui lui ed i suoi colleghi indagavano sulla nuova camorra organizzata si erano resi conto che il sistema carcerario aveva troppe falle e consentiva ai boss, a Raffaele Cutolo in particolare, visto che si indagava sulla sua organizzazione, di potersi muovere e comunicare liberamente.

La Polizia Penitenziaria, allora Agenti di Custodia, non aveva un’organizzazione adeguata e coesa come ce l’ha oggi, ha affermato Roberti. In buona sostanza, se allora ci fosse stata una Polizia Penitenziaria organizzata come oggi e partecipe nella lotta alla criminalità, la nuova camorra organizzata non sarebbe nata.

Il sistema di quell’epoca, purtroppo, non vedeva negli agenti di custodia, diventati poi Polizia Penitenziaria, una forza di polizia utile nella lotta alla criminalità organizzata.

Era sostanzialmente l’organizzazione che mancava, a causa di una miopia istituzionale che voleva un Corpo di soli custodi. Il Procuratore ha sottolineato l’importanza del contributo fornito dal NIC nella raccolta dati e nell’analisi degli stessi.

Il sottosegretario Ferri ha evidenziato come il NIC rappresenti un osservatorio privilegiato delle dinamiche dei fenomeni criminali, del terrorismo interno ed internazionale, della radicalizzazione e del proselitismo in carcere. Ha aggiunto che la rapidità e l’efficacia dell’azione dimostrano la validità della scelta di istituire un servizio centrale di polizia giudiziaria che ha raggiunto, in questi anni, un elevato livello di specializzazione e ha avviato una serie di misure di controllo e iniziative mirate, in collaborazione con il CASA, Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo e con la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. Un’attività che continua a rivelarsi fonte inesauribile di informazioni e che consente di acquisire elementi investigativi non alla portata di altre Forze di polizia.

Le parole del Sottosegretario hanno trovato piena adesione con quelle espresse dal vice direttore dell’AISI e dal vice direttore della polizia centrale di prevenzione, nonché nei dati forniti dal comandante del Nucleo, il Commissario coordinatore Augusto Zaccariello, il quale ha riferito che dalla sua costituzione, avvenuta dieci anni fa, il NIC ha effettuato 111 arresti, catturato 35 evasi e 16 latitanti.

Ha effettuato sequestri di beni mobili e immobili per un valore di 15 milioni di euro. Ha ricevuto 750 deleghe e svolge una intensa attività di analisi dei fenomeni di criminalità organizzata nazionale e transnazionale, nonché del fenomeno della radicalizzazione in carcere: in dieci anni sono state analizzate 4500 segnalazioni provenienti dalle carceri, alcune delle quali hanno consentito di dare esecuzione a provvedimenti di espulsione.

All’attività del NIC si deve aggiungere quella del GOM, i cui uomini gestiscono circa 700 detenuti sottoposti al regime del 41 bis in diverse carceri italiane. 

Ciò che non riescono a capire alcune persone è che questi servizi qualificano non solo il Corpo di Polizia Penitenziaria, ma tutta l’amministrazione e rendono un servizio fondamentale alla società in termini di sicurezza pubblica.

Certo, il carcere non è solo questo, è anche l’organizzazione di Milano Bollate, Sant’Angelo dei Lombardi e qualche altra struttura simile; strutture, queste ultime, che bisogna sicuramente incrementare, per facilitare il reinserimento laddove è possibile.

Noi di questo siamo convinti e lo sosteniamo con forza, sono gli altri, però, che non sono convinti della necessità di avere strutture che facciano anche sicurezza, per il bene del nostro Paese.

Sono quelli che si affannano in iniziative tese a destabilizzare e limitare l’efficienza di queste strutture.

 


Scritto da: Giovanni Battista Durante
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n. 5


Il "metodo" Montessori ha prodotto danni inimmaginabili tra gli adolescenti, figuriamoci cosa sarà in grado di produrre in galera, danni comunque già a buon punto, basta consultare le statistiche in generale, du dati su tutti:

Il numero di aggressioni verso il personale;
Il numero di atti di "bullismo" tra reclusi;
Aumento dei reati portato a termine da soggetti in permessi premio e/o comunque che usufruiscono della applicazione dei benefici previsti dalla legge


Di  PASQUINO  (inviato il 24/08/2017 @ 14:42:53)


n. 4


Bravo Gianni! Condivido pienamente le ragioni della necessità di questi Reparti di eccellenza. Purtroppo, la dicotomia esistente nella nostra Amministrazione, ampiamente emersa anche nel corso degli stati generali dell'esecuzione penale, ha creato sempre questa polarizzazione, da parte della Dirigenza, verso l'opera di rieducazione, prescindendo dalle esigenze di sicurezza, anche se - a chiacchiere - hanno sempre sostenuto che trattamento e sicurezza devono inevitabilmente.
Pero', di fronte ai risultati eccellenti del GOM e del NIC, riconosciuti anche dai massimi rappresentanti delle FF.PP. e della Magistratura, tutti, Dirigenti DAP in prima fila, si lavano la bocca prendendosene i meriti, pur ostacolandone l'azione nei fatti.
Alla faccia della coerenza. ...!!!

Di  Mario  (inviato il 24/08/2017 @ 09:17:51)


n. 3


Avrei tanto da dire su questo post? Preferisco un no comment,condivido comunque il commento numero uno .

Di  T.Colombo  (inviato il 23/08/2017 @ 16:17:06)


n. 2


E l'importanza di chi opera lavora all'interno dei reparti sarà importante quanto l'attività di polizia all'interno degli istituti di pena ?

Di  Anonimo  (inviato il 23/08/2017 @ 13:31:25)


n. 1


Completamente d’accordo con tutto ciò che ha scritto.
Dal basso della mia esperienza dico però che la Polizia penitenziaria debba puntare ad una nuova identità, vale a dire ad una forza di Polizia che, attraverso l’ordine e la sicurezza (che va perseguita anche con gli strumenti investigativi) garantisca la genuinità del percorso trattamentale che intraprende il detenuto.
Che senso ha lavorare esclusivamente sui colloqui degli educatori, degli psicologi e sul quel minimo di osservazione che oggi si riesce a fare con la sorveglianza dinamica per approntare un programma trattamentale la cui efficacia verrà poi smentita dallo stesso detenuto alla prima occasione che avrà per far passare all’esterno un’estorsione o se continua tranquillamente ad affiliare a destra e a manca?
Tornando però al merito dell’articolo, dico solo che con il nuovo decreto di istituzione del NIC si è persa l’ennesima occasione per dare legittimità a quegli uffici (di cui tutti sanno l’esistenza e che vediamo assegnarsi grottesche nomenclature) che si occupano di polizia giudiziaria all’interno degli istituti, che avrebbero potuto essere anche un primo (o se si preferisce un secondo passo) verso le sezioni di p.g. presso le Procure.
Non è forse vero che la “materia prima” per lavorare si trova proprio negli istituti?
Come risaliranno le informazioni al vertice se non ci sono presso gli istituti unità organizzative preposte a trattare le attività di polizia giudiziaria, anche se non in via esclusiva e non continuativa?
Se nessuno prescrive la creazione di un ufficio ad hoc, e non l’individuazione di due o tre uomini (attenzione la questione è di sostanza, non di forma), avremmo solo e soltanto uomini impiegati nei servizi di “istituto” in senso stretto (senza però dimenticare che proprio tali uomini danno la linfa alle attività investigative).
Alla meglio, invece, avremmo incarichi di polizia giudiziaria affidati alla stessa stregua degli incarichi (sebbene anch’essi importanti) per la “626/94”.
Dobbiamo abituarci all'idea che la nostra “mamma” partorisce sempre e solo figli storpi?

Di  Cucciolo di vipera  (inviato il 23/08/2017 @ 11:09:37)




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