Novembre 2016
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Lo SPORT "D'EVASIONE"


Polizia Penitenziaria - Lo SPORT

Notizia del 22/04/2010

in Fiamme Azzurre

(Letto 3303 volte)

Scritto da: lalì

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Nessun agente teme i momenti nei  quali l’evasione è solo l’occasione che i detenuti hanno per praticare uno sport fuori dalle mura di un carcere. Nessuno può altresì disconoscere l’importanza che lo sport riveste nello svolgimento dell’attività trattamentale per il reinserimento nella società di chi oggi sta scontando una pena ma domani sarà di nuovo in libertà e dovrà nuovamente confrontarsi con altra gente attenendosi, si spera, alle regole della società civile.
Lo sport è uno strumento di apprendimento indiretto relativamente al rispetto delle regole: rispetto del regolamento della disciplina che si pratica, rispetto per l’avversario che ti contende la vittoria, rispetto della possibilità di poter anche perdere perché la vittoria o il prevalere su qualcun altro non sono il diritto di nessuno, dentro o fuori il carcere, nello sport come nella vita.
L’importanza dell’attività motoria in carcere  non è trascurata neppure dal nostro ordinamento penitenziario che, avvalorando la tesi secondo cui essa rappresenta a pieno titolo uno strumento di aggregazione universale  nella realtà multietnica e multiculturale del nostro sistema carcerario,  la prevede espressamente  nella legge di riforma n° 354/75 .
Alcuni significativi stralci della legge ci pare giusto ricordarli.
 
Art.1 Trattamento e rieducazione 
 
Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento é attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti. 
 
Art. 17 Partecipazione della comunità esterna
all’azione rieducativa
 
La finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati deve essere perseguita anche sollecitando ed organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all’azione rieducativa.
Sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari con l’autorizzazione e secondo le direttive del magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera.
 
Art. 27  Attività culturali, ricreative e sportive
 
Negli istituti devono essere favorite e organizzate attività culturali, sportive e ricreative e ogni altra attività volta alla realizzazione della personalità dei detenuti e degli internati, anche nel quadro del trattamento rieducativo.
Una commissione composta dal direttore dell’istituto, dagli educatori e dagli assistenti sociali e dai rappresentanti dei detenuti e degli internati cura la organizzazione delle attività di cui al precedente comma, anche mantenendo contatti con il mondo esterno utili al reinserimento sociale. 
 
L’Unione Italiana Sport per Tutti (UISP) di Roma è una delle associazioni che si occupa di promuovere, gestire ed organizzare attività motorie, sportive e ludico-ricreative all’interno degli Istituti di Pena.  All’interno degli Istituti di Reclusione lo sport è inserito in tutte quelle attività rieducative che i detenuti sono chiamati a frequentare durante il periodo di privazione della libertà personale. Lo sport è a tutti gli effetti riconosciuto come un elemento che concorre alla riabilitazione del detenuto, assieme, e con pari dignità, alla scuola, al lavoro, alla formazione universitaria. Lo sport in carcere è collegamento con la società esterna. Il Vivicittà, la corsa podistica dell’UISP, che attraversa ormai da oltre quindici anni gli Istituti di Rebibbia è per i detenuti l’occasione di cimentarsi nella corsa per cui si sono allenati per l’intero anno. Oltre al Vivicittà, altre occasioni per incontrarsi, conoscere e superare le barriere sono le amichevoli e  i tornei di pallavolo, calcio e tennis che si svolgono per tutto l’anno sportivo nei vari Istituti di Rebibbia.
La Casa Circondariale Rebibbia Femminile, la Casa di Reclusione Rebibbia Penale, l’Istituto a Custodia Attenuata per tossicodipendenti (Rebibbia Terza Casa), la Casa Circondariale Nuovo Complesso di Rebibbia  e la Casa Circondariale Regina Coeli sono gli istituti che a Roma svolgono attività sportive per i  detenuti.
Altri esempi di iniziative simili svolte in Italia  sono quelle del carcere di Verona, di  Vicenza e,  per un certo periodo, anche dalla Casa penale di Padova. Guidati dagli operatori del Centro Sportivo Italiano (Csi) che offrono un supporto tecnico organizzativo ai detenuti che disputano campionati, tutti i progetti di coinvolgimento verso la pratica dello sport sono nati  nel 1985, quando si pensò e si diede vita al primo torneo di calcio svolto in carcere.
Di lì a poco gli operatori compresero quanto i due peggiori nemici del detenuto fossero l’ozio e la noia. Viene da aggiungere che entrambi lo diventano anche degli agenti della Polizia Penitenziaria quando portano ad atti di insofferenza, ribellione o atti di autolesionismo del recluso come forma di protesta nei confronti della condizione di privazione della libertà senza la possibilità di avere contatti col mondo esterno che la libertà stessa rappresenta.
Il vedere facce nuove, l’avere una porzione, sebbene minima, della giornata sconvolta dall’incontro con la gente libera è stato considerato un antidoto contro l’ozio e la noia quotidiana e già nel primo anno di lavoro furono create un buon numero di occasioni in cui ragazzi e adulti non reclusi potevano incontrare la popolazione detenuta grazie al filo rosso delle sport che unisce tanti appassionati senza che la parola detenuto o uomo libero conti più nei minuti di una corsa insieme o di una partita.
Per superare le diffidenze delle persone esterne al sistema penitenziario, diventava assolutamente necessario far crescere la conoscenza del carcere e delle relative problematiche ad esso correlate.
Anche oggi è un argomento molto sentito quello della trasparenza dell’azione pubblica in tutti i settori che la riguardano (si legga l’articolo 21 della legge Brunetta n° 69/2009).
Affinché il sistema carcerario italiano possa diventare il più possibile una “casa di vetro” osservabile anche dal di fuori nel rispetto dei limiti imposti dal regime di detenzione, ben vengano iniziative di questo tipo: guardare le strutture dove tanta gente sta scontando la sua pena, venire a contatto con i reclusi accorgendosi che si tratta innanzitutto di persone, conoscere gli operatori che vigilano su di loro, comprendere quindi il lavoro quotidiano della Polizia Penitenziaria e capire che tra quelle mura non c’è nulla da nascondere è, secondo chi scrive, il primo passo fondamentale perché il sistema penitenziario non sia guardato con sospetto.
Come il proferire qualcosa all’orecchio appare un ordire misteriose congiure, così tenere fuori il carcere da una maggiore visibilità arriva agli occhi degli esterni come un tentativo di coprire chissà quali condotte maturate nel lavoro tra le celle e i corridoi. 
E’ bene, sul punto, fare una riflessione. 
Ma tornando ai ragazzi del Csi, l’allora Provveditore agli Studi di Verona dott. Marco Janeselli si dimostrò entusiasta dei loro progetti  tanto da emanare nel 1988 una circolare che permetteva l’iniziativa di poter accedere al carcere alle scuole che lo avessero voluto.
Il primo anno vi presero parte un paio di scuole, e dai colloqui  con gli studenti e con i loro professori emergeva che valutavano in modo estremamente positivo l’esperienza dando una preziosa conferma: unire carcere e scuola serve, è utile non solamente ai detenuti che usufruiscono di una sensibile ventata di aria fresca e di positivi esempi (i giovani sono sempre molto considerati dalla persona detenuta) ma soprattutto agli attori, i fruitori dell’iniziativa, ossia gli studenti.
La divisione dei sessi era pressoché assoluta e  tutti i minorenni  in ogni modo erano esclusi.
Dopo un paio di anni fu presa la decisione di portare il carcere in trasferta. I detenuti, sfruttando l’articolo 30/ter della legge Gozzini (approvata nel frattempo dal Parlamento) potevano avere la possibilità, per una volta di incontrarsi con la comunità esterna al di fuori del carcere.
L’idea va avanti con successo e, ad oggi, i detenuti che hanno potuto usufruire di questa speciale iniziativa hanno ormai superato le 2000 unità.
Non è l’incontro sportivo il nucleo centrale dell’iniziativa bensì l’accoglienza. Chi non è disposto a questo, non viene preso in considerazione. E’ questa la ragione per la quale sono spesso negati gli incontri con le varie nazionali siano esse di preti o di musicisti, dove il detenuto è presentato come una specie di attrazione da circo e poi lasciato solo con i propri compagni, dove in sostanza è solamente messo in mostra.
Ognuna delle uscite è invece un’accoglienza nella quale per alcune ore non si mette in gioco solo l’ospite ma anche la comunità che ospita l’evento: è solo parlando con il detenuto ed i suoi familiari, mangiandoci a tavola assieme che viene la voglia anche di sapere (e di capire) come si sta dentro, cosa si aspetta fuori dalla gente, come pensa di essere giudicato, se è disposto a cambiare vita.
 Tra le attività più significative del Csi in quel di Vicenza, va ricordato il quadrangolare di maggio 2002 disputatosi tra una formazione di detenuti, il Vicenza calcio e la squadra degli agenti di Polizia Penitenziaria di Vicenza.
Da segnalare, ancora, l’iniziativa ormai giunta al terzo anno in favore dei detenuti della sezione alta sorveglianza: un docente di educazione fisica si reca in carcere due volte alla settimana. Una volta al mese, invece, al selezione calcistica del campionato dilettanti impegna i carcerati in una partita. Lo stesso C.S.I. ha anche organizzato corsi che hanno diplomato 6 allenatori di calcio e 3 arbitri tra i detenuti.  

Non più di un anno fa è uscito il libro di Francesco Ceniti, giornalista della Gazzetta dello Sport che si intitola Un carcere nel pallone. E’ il racconto umano delle vicende del Free Opera, la formazione nata all’interno del carcere di Opera (Milano), interamente formata da detenuti. Storie di uomini e calciatori, intrecciate indissolubilmente, storie di sport ma soprattutto storie di vita, perché microcosmo di vita è il carcere. 


Scritto da: lalì
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