Gennaio 2017
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Maggior tutela sul posto di lavoro: intervenire per evitare le aggressioni nei confronti del poliziotto penitenziario


Polizia Penitenziaria - Maggior tutela sul posto di lavoro: intervenire per evitare le aggressioni nei confronti del poliziotto penitenziario

Notizia del 26/08/2015

in Accadde al penitenziario

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Scritto da: Rita Argento

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Purtroppo, negli ultimi anni, sembra essere diventata retorica comune il tema delle aggressioni sul posto di lavoro nei confronti del Poliziotto Penitenziario. A tal proposito, basta ripercorrere a memoria le ultime notizie che sono state menzionate nella maggior parte dei quotidiani d’informazione: “ogni volta il tema comune risultava essere l’aggressione verso il Poliziotto Penitenziario, proprio, sul posto di lavoro!”

Certo, bisognerebbe fermarsi, e chiedersi a questo punto, il perché di tutte queste aggressioni nei confronti di chi, di fatto, ogni giorno esce di casa per poter svolgere semplicemente il proprio lavoro, ed invece corre il rischio di essere aggredito senza nessun motivo!

E’ vero, il carcere è una realtà mista: si possono trovare detenuti di indole tranquilla, spesso, lo sono i detenuti lavoranti, forse proprio perché, nel quotidiano svolgono un’attività lavorativa, ed inevitabilmente, riescono ad impegnare la propria detenzione, evitando di compiere condotte che altrimenti potrebbero compromettere quanto fin a quel momento sono riusciti a costruire.

Poi, esistono quei detenuti che non prestano nessuna attività lavorativa. Negli ultimi anni i fondi destinati, hanno subito una forte tendenza a ridursi e di conseguenza il lavoro in carcere è diventato “la cerchia dei pochi”, quando invece soprattutto in questo contesto, sarebbe opportuno che ognuno venisse impegnato in un percorso lavorativo, tale da poter lasciare una formazione, che magari, al momento “di essere fuori dalle mura”, potrebbe essere un personale bagaglio da riutilizzare.

La maggior parte dei detenuti non lavoranti, vengono coinvolti nelle attività offerte dal penitenziario come corsi scolastici, attività sportive, corsi di lettura ecc. Certo, c’è chi riesce ad impegnare la propria detenzione anche in questo modo: spesso, lo sono chi, all’esterno “delle mura” ha i propri affetti, e allora la buona condotta è proprio per loro, al fine di poter quanto prima trascorrere i giorni in carcere, evitando ogni forma di contrasto.

E poi c’è chi invece, non lavora, non s’impegna nelle attività offerte dal carcere, chi non ha nessun sostegno da parte della propria famiglia e che il più delle volte, rimane in una propria sfera isolata, allontanato anche dagli altri ristretti, e proprio in tal caso, forse l’unico confronto lo trova proprio nel Poliziotto Penitenziario, che presente nella sezione detentiva, ove lo stesso è ristretto, diventa bersaglio di richieste, che spesso non hanno neanche una sequenza logica.

Proprio in questi casi, le aggressioni verso il Poliziotto Penitenziario, tendono ad essere molto frequenti. Il più delle volte, si tende ad associare la pericolosità sociale, la violenza alla non capacità d’intendere e di volere, ma non credo sia così vera questa associazione, talvolta, c’è chi conosce la violenza come una forma di richiamo dell’attenzione, fine soltanto a soddisfare i propri istinti.

Ed, proprio in tali circostanze, è necessario adeguare la struttura penitenziaria, e far si che vi siano dei reparti idonei, capaci di poter realizzare dei percorsi che siano rieducativi in toto. A maggior ragione in questi casi, è necessaria la presenza di un personale specializzato: psichiatri, psicologi, personale sanitario, educatori, assistenti sociali, volontari che possano sviluppare un percorso rieducativo nei confronti del detenuto che allo stato attuale non riesce ad integrarsi con il resto della popolazione detenuta.

Sviluppare di conseguenza il reparto in questione in due articolazioni: una rivolta all’osservazione e l’altra al trattamento. L’osservazione, trova luogo nei casi più gravi, dove viene meno ogni forma di possibile contatto con altri detenuti ovvero con ciascun operatore nel penitenziario. A tal proposito, le stanze detentive dovrebbero essere singole, prive di ogni suppellettile che possa essere utilizzato per gesti autolesionisti ovvero violenti verso il prossimo. Supportate inoltre da un sistema di video sorveglianza per un maggior controllo.

L’altra articolazione del reparto verterebbe invece, in una vera e propria attività trattamentale con stanze detentive non più singole, bensì a due posti letto, caratterizzata da un programma quanto più capace di coinvolgere il detenuto che ha da poco passato la fase violenta acuta e che non potendo essere integrato nei reparti detentivi quotidiani, necessita ancora di un altro step, per evitare nuove possibili ricadute.

In tutto questo il Poliziotto Penitenziario, in servizio, dovrebbe essere integrato nella frequenza di corsi di formazione che possano far accrescere la propria competenza nella gestione dei detenuti violenti e/o psicolabili.

Il Poliziotto Penitenziario è si presente nel garantire la sicurezza ma in primis è l’equipe di personale specializzato: sanitario/trattamentale a dover intervenire  per rieducare il ristretto.

E’ importante dover prestare attenzione a queste continue forme di aggressioni verso il Poliziotto Penitenziario, perché se questo accade, vuol dire che è necessario focalizzare il problema e cercare di risolverlo.

In carcere, il Poliziotto Penitenziario, si reca per svolgere il proprio regolare turno di servizio, non certo per diventare bersaglio di aggressioni per futili motivi.

 

 


Scritto da: Rita Argento
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