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Max Forgione, un grande uomo salito in cielo


Polizia Penitenziaria - Max Forgione, un grande uomo salito in cielo

Notizia del 16/02/2018

in Mondo Penitenziario

(Letto 2180 volte)

Scritto da: Francesco Campobasso

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Il 21 dicembre 2017, rappresenterà per sempre una data indelebile per me e che difficilmente potrò mai dimenticare. Mi trovavo in visita sui luoghi di lavoro di un’Istituto della regione dell’Emilia Romagna, allorquando una triste telefonata mi agghiacciò: Massimiliano Forgione, il mio fraterno amico nonché “compare” ci aveva lasciato.

Ed il ricordo, il Suo ricordo, mi riporta a riavvolgere il nastro di un percorso bello e di una conoscenza, la Sua, che resterà indelebile nel mio cuore.

E’ andato via un Uomo, liddove ricordarsi della Sua malattia e dei momenti tristi che hanno portato alla Sua morte sarebbe retorica, mentre in noi arde forte il desiderio di ricordare l’eredità che Lui ha lasciato al mondo che lo ha accolto.

E’ stato un’esemplare Dirigente, in possesso di quelle qualità che nobilitano le figure che, come Lui, hanno saputo scrivere pagine di storia politica e sociale nel solco della nostra Amministrazione Penitenziaria: la rettitudine morale, il disinteresse personale, il tratto gentile, la simpatia, la capacità di ascoltare.

Al Suo fianco per tanti anni, in piena sintonia, apprezzandone le doti dirigenziali e competenti, sempre disponibile al confronto, con un impegno totale per il settore, mettendoci una grande passione, mantenendo rapporti franchi con tutti in un leale antagonismo, ed una fattiva collaborazione, unanimemente riconosciutagli.

Ricordo la Sua soddisfazione per la realizzazione dei vari obbiettivi verso i quali si adoperava con indissolubile ed indiscussa applicazione.

E non dimenticherò mai la Sua fine ironia, l’originalità delle Sue analisi e dei giudizi mai banali, la lungimiranza in strategia sindacale e politica, con l’unico obbiettivo volto a garantire l’unità tra il personale, sempre ricercata con fermezza, convinzione ed ostinazione.

Eravamo semplicemente più che amici, relazionandoci con gli altri sempre esaltando il noi molto più importante dell’io, proprio con il precipuo desiderio di vedere chi ci circondava sorridere e sperare.

Reggio Emilia, Verbania, Torino, Aosta, Castelfranco Emilia, Modena, Spoleto, Sant’Angelo dei Lombardi, ma tante altre piazze... poi Roma, nel momento in cui il meritato tributo ad un giovanissimo dirigente stava per concretizzarsi. Si, senza alcun ciancio, Massimiliano Forgione rappresentava il futuro della nostra Amministrazione, ne aveva troppo per chi non riusciva a tenergli il passo, troppo avanti, esageratamente avanti!

E così, dopo non poche sofferenze, sopportate, peraltro, con cristiana rassegnazione, ma anche con antico stoicismo, Massimiliano ci ha lasciati.

Tutti fermi,in un religioso silenzio, venendo a mancare all’affetto dei suoi cari, la costernatissima Ermelinda, sua sposa, e dei figli, Anna e Federico.

Max (per chi lo amava, il grande Max), nato col bernoccolo del genio del sapere, della cultura profonda, con le antenne sempre in avanti, lungimirante nel suo vedere il mondo, la vita, attraverso un modo spicciolo di affrontare ogni sentiero della Sua esistenza con il piglio di chi non si dava mai per vinto, sempre con quel suo sorriso solare, nella smorfietta delle labbra, pronte a stoppare l’interlocutore non avveduto, nello sciorinare il contraddittorio in misura larga, elegante, con eloquio cesellato. E sì, che Max, mio amatissimo amico, concittadino della vicina Solopaca, padrino di battesimo del mio Nicholas, eccelleva nei suoi studi e nelle sue elocuzioni. Era a tutti gli effetti il primo della classe, sicuramente il più bravo, per antonomasia, nel vedere molto lontano, tra le nebbie del vivere. Sempre disarmante il suo sorriso luminoso, sdrammatizzante anche nell’affrontare e nel discettare argomenti e temi esistenziali.

Molto razionale, fino alla pignoleria intelligente nell’affrontare temi e metodi organizzativi del suo lavoro di Dirigente Penitenziario, esemplare nel suo stile, molto riconosciuto ed apprezzato anche da chi vedeva in Lui un rivale o un bizzarro essere lanciato verso livelli di difficile preda a tutti.

Eccellente educatore nel rapportarsi con l’ambiente penitenziario, da quello prioritario affinché i Poliziotti Penitenziari stessero bene, rispettati, onorati.

Nei confronti dei baschi azzurri aveva un rispetto smisurato, forte, rappresentavano il Suo mondo, il Suo modello di vita.

E si emozionava, eppure tanto. Ricordo le Sua lacrime il giorno della mia laurea, allorquando affrontò temperature rigide per fare 800 km e non mancare a quell’appuntamento a cui teneva tanto, avendomi più volte invogliato a credere in me stesso e a sprigionare quei valori che Lui riteneva importanti.

Una scuola modello, quella dell’amico Max, con Lui Grande regista, ove tutti, indistintamente, credevano tanto.

Tutto basato sulla Sua genialità, così forgiata, grazie al Suo acume intellettualistico, brillantato da geniali, Sue, intuizioni, del tutto personali, originalissime nella loro genesi, con percorsi e processi formativi, davvero molto sorprendenti nel loro dispiegarsi attuativo. E la mente, nelle nebbie della commozione, si affolla di ricordi, del volto, illuminato dal sorriso benevolo di Max, amico mio carissimo di vita e di percorsi.

Occhialini scuri, volto rotondo, un po’ paffutello, sobrio ed al tempo stesso elegante nel vestire, nel compendioso interloquire, copioso di lemmi e idee, ricordo non aver mai subito lo “smacco” di un momento, in cui, per un qualsiasi dunque, in un qualsiasi giorno, lo avessi sorpreso “impreparato”.

Anni fantastici, dove tutto per noi era perfetto. Ma non per Lui, Uomo irrequieto e curioso, molto attratto dal sapere, inoltrandosi, esercitandosi, fin da subito, nell’applicazione di progetti difficilissimi ma che diventavano di li a poco, semplici.

Dibattuto, dicevo, poi, con il compito di Dirigente Penitenziario, espletato con passione, zelo e intelligenza non comuni, con modelli organizzativi da Lui inventati, creati, costruiti e condivisi.

Tenendo, sempre, però, in primo, sommo luogo, gli affetti familiari ritenuti nella loro sacralità, e tutti i grandi insostituibili valori umani, non facendo sconto alcuno agli atteggiamenti ipocriti, smascherati dall’amico nel loro travestirsi di alibi di comodo. Comunque, mai censore severissimo nel suo irriderli in bonaria umana inclinazione, forgiata nel suo animo pulito, anche se fermo e determinato nell’affrontare situazioni di ogni genere che la vita gli ha riservato. Quel largo, luminoso sorriso, inondante i suoi occhi, rispecchianti il suo singolare stato di essere. Di indole meditativa, molto accentuata, palesava, poi, un pragmatismo organizzativo nel suo singolare articolarsi e concretizzarsi mirabilmente.

Ed infine, la Sua malattia, vissuta con molta discrezione, chiuso nel suo tremendo dolore, con quella telefonata a margine dello scorso febbraio, che mi anticipava il suo nuovo difficile percorso, per sconfiggere quello che purtroppo rappresenta il male più oscuro ed indecifrabile che può capitare ad un essere umano.

Il terribile male insidiava, insinuandosi infaustamente, la sua sana fibra robusta, assottigliandolo nella costituzione fisica, ma non in quella morale-spirituale di essere iperpensante, ponderato, riflessivo, statuario, interrogante, dialogante, dialettico nel Suo senso diatribico, curiosissimo, com’era nella Sua indole iperattiva, in convergenza combattiva, tesa ad affrontare, da grande Uomo i timori e lo sgomento dell’ora fatale.

Max, l’Uomo che amava il marchio Mercedes, che teneva fede all’amata Inter, che impazzava per la gramigna emiliana, quello che amava spesso parlare nel Suo amato dialetto beneventano per poi dare grandi lezioni di un impeccabile italiano, è salito su in cielo, accanto alla mamma Anna e a papà Federico.

Ma sarà sempre presente in Noi, saprà dedicarsi a Noi, vorrà indicare ai Suoi cari la vera strada del giusto, vivendo e stagliandosi luminoso nella rimembranza degli affetti di quanti l’hanno conosciuto.

Ma Max vive ancora, lo vedo riposare nel Suo sonno, perso nelle struggentissime, melanconicissime, poeticissime note di uno dei suoi pezzi preferiti di De André, intessuto di “rose e viole” a “sbocciare e ad appassire” nel fugace tempo che ci rovina addosso. Ma il sorriso dolcissimo di Max supera ogni ostacolo, ogni barriera d’ombra frapposta, e si ferma dipinto, davanti a tutti i suoi cari.

Ed ora, in epilogo, ricordarlo, io, con questo mio modesto scritto, omaggiandolo, Max, indimenticato mio amico, nella solarità dei ricordi e dei trascorsi.

Ciao, Max! Navigante intrepido, sempre curioso, mai saturo di Saperi universali. Ciao, Max.

 


Scritto da: Francesco Campobasso
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