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Per la magistratura a Rebibbia carenze strutturali, sovraffollamento e complicità dietro evasioni e collegamenti esterni. Responsabilità di chi dirige che avrebbe dovuto adottare correttivi


Polizia Penitenziaria - Per la magistratura a Rebibbia carenze strutturali, sovraffollamento e complicità dietro evasioni e collegamenti esterni. Responsabilità di chi dirige che avrebbe dovuto adottare correttivi

Notizia del 05/10/2017

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Scritto da: Redazione

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Io questa la faccio scorticare viva». La minaccia arriva da una cella. L’utenza 
è intestata a un ragazzo ghanese del 1999, ma a parlare è Sante Fragalà. Dal carcere di Rebibbia a Roma impartisce ordini, si rifornisce di cocaina e continua a occuparsi degli affari di famiglia. Sante sconta una condanna a 26 anni per duplice omicidio. Una sera di maggio del 2011 irrompe insieme a una vigilessa e al nipote di un boss siciliano in una villa alle porte della Capitale. 
È in corso un summit per spartire 
il mercato della droga e decidono 
di fare un massacro.

Dalla cella non ha problemi a comunicare con l’esterno. Ha a disposizione schede telefoniche intestate a cittadini stranieri. Quando deve far entrare la droga chiama la sorella Mariangela e le indica come fare: «Mi raccomando ind o pacchio» (in siciliano “nei genitali”, ndr). Mariangela esegue, e viene arrestata. Sante ha un filo diretto anche con il cognato D’Agata condannato per estorsione. A lui chiede di costringere il titolare di una ditta dove lavorano alcuni detenuti a “comportarsi bene” e anche qualche altro favore «prendi questa e la minacci!».

A Torvaianica la famiglia Fragalà è conosciuta. Il padre di Sante, Ignazio, gestisce una pasticceria: cannoli e paste di mandorla direttamente dalla sua Catania. Lui, occhiale da sole anche a tarda sera e orologio d’oro al polso, è uomo di poche parole. Dietro alla cassa osserva i movimenti della sala slot di fronte, quella che “assicura le quote più alte sul mercato”. Proprio qui un anno fa si sono presentati in otto. L’hanno caricato su un’auto e sono scesi giù lungo la Salerno-Reggio Calabria. Quando i carabinieri li hanno fermati Ignazio, scioccato e contuso, ha ammesso: «Sono stato rapito». Salvo poi ritrattare. I catanesi del clan Cappello-Carateddi volevano riavere centomila euro prestati al figlio Salvatore, uno che ha preso a calci e pugni un imprenditore libanese urlandogli: «Sono delinquente nato, 
io faccio parte della prima famiglia catanese. Se non mi fai trovare i soldi 
ti sparo a te e alla tua famiglia».

Ad accompagnarlo nella spedizione Francesco Loria del clan Santapaola che da latitante ha trovato rifugio proprio in casa Fragalà, dove si ricevono le telefonate di Sante. Dal carcere non sembra preoccupato, a capo del clan del resto c’è lo zio Alessandro. Ai domiciliari dal 2015 pare in grado di intervenire per dirimere controversie con gli uomini di Michele Senese, il boss della camorra re del narcotraffico della Capitale. Nulla ha potuto invece per evitare che la figlia Astrid, già presidente della Confcommercio locale, bionda paladina della promozione delle attività commerciali, venisse trovata con una pistola calibro 38 carica davanti a un ristorante.

Sante in prigione si è fatto rispettare, fino a quando la procura di Roma l’ha trasferito ad Alessandria. Ma 
il suo non è un caso isolato. Cellulari nascosti nel wc, celle in cui si parla al telefono tanto da disturbare le conversazioni altrui «adesso siamo in tre tutti a parlare» e persino detenuti che si trasformano in centralinisti: «Pronto, carcere di Velletri?» chiede una ragazza che vuole parlare con il fidanzato detenuto. E droga ordinata come se fosse pizza, grazie anche ad agenti compiacenti che ricevono pagamenti tramite money transfer.

Nell’ultimo anno e mezzo ci sono stati 150 rinvenimenti di sostanze stupefacenti negli istituti penitenziari 
del Nord, un centinaio nel centro Italia e sessanta nel Meridione. Non va meglio per schede e cellulari: 163 al Nord, 56 al Centro e 18 al Sud. Un fenomeno diffuso che non si può contrastare solo con logiche securitarie. È necessaria maggior trasparenza, partendo dalla repressione dei casi di punizioni da “cella liscia” e riconoscendo alla gran parte degli agenti con condotta esemplare di non essere costretti a turni massacranti e contratti non rispettati. Perché è in questo contesto che i controlli risultano ancor più difficili e alcuni detenuti rafforzano il loro potere. Accade persino in un momento in cui in carcere c’è chi trova la strada per imbracciare il jihad. Con tanto di telefonino da cui poter visionare il video di morte e organizzare la loro “conversione”.

Carenze strutturali, sovraffollamento e complicità che portano anche a evasioni. Nei primi sette mesi dell’anno in sei sono scappati e in 20 non hanno più fatto ritorno dal permesso.

Johnny lo Zingaro, 
al secolo Giuseppe Mastini, è fuggito dal penitenziario di Fossano. Ha semplicemente preso un taxi e s’è dileguato. A Frosinone s’è calato con un lenzuolo annodato Alessandro Menditti, il macellaio della camorra legato al clan Belforte. Al carcere romano di Rebibbia, il più grande del Lazio, il terzo del Paese, l’evasione è di casa. Tesi Basho, Ilir Pere e Mikel Hasanbelli hanno semplicemente seguito la strada percorsa otto mesi prima da altri due detenuti. Una sega per tagliare le sbarre e lenzuola per scavalcare il muro di cinta. Si sono ritrovati in un punto presidiato dalle garitte, peccato fossero sguarnite. Basho ha persino misurato l’altezza del muro facendo scattare l’allarme e le telecamere di sorveglianza hanno immortalato ogni movimento. Fuori ad aspettarli in auto, nipoti e amici, chiamati per tempo dalla cella e scesi 
da Milano per la spedizione. Alle 6.30 
del mattino il lenzuolo era ancora penzoloni. A notarlo non è il personale della ronda esterna, ma un agente della penitenziaria che sta andando a prendere servizio. Alla fine, dopo tre conte senza esito, è un detenuto a segnalare alle guardie che nella cella 12 ci sono fantocci sotto le coperte. Sono le 11.26 quando si lancia l’allarme. I tre sono in fuga da nove ore.

La sconcertante realtà l’hanno messa nero su bianco, in una missiva indirizzata al capo di gabinetto del ministro della Giustizia, il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino e la pm Nadia Plastina: «Le modalità sono per molti aspetti speculari e tale circostanza ha importanti riflessi sul piano della responsabilità 
di chi, ricoprendo ruoli direttivi 
nel penitenziario, avrebbe dovuto tempestivamente adottare i correttivi». 
I magistrati riscontrano «carenze molto rilevanti e diffuse a tutti i livelli».

Due degli evasi non potevano stare nemmeno in quel carcere, avevano già tentato la fuga, erano pericolosi e a rischio. E invece hanno pensato di metterli tutti nella stessa cella. Ogni tanto li perquisivano, ma secondo la ricostruzione della procura di Roma, previo avvertimento. Scappare non è stato difficile, non hanno fatto nemmeno fatica a segare le sbarre 
per lo più risaldate e compromesse. E 
dire che dopo la prima evasione avevano acquistato anche 3.600 metri di filo spinato zincato. Oltre tremila euro 
di spesa. Peccato siano rimasti in magazzino. Per implementare gli impianti di sicurezza avevano stanziato quasi 50 mila euro, mai impiegati. Del resto durante l’evasione anche quando il sistema 
è entrato in funzione nessuno 
se ne è accorto.

di Floriana Bulfon - L'Espresso - 2 ottobre 2017

 


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