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Perché servono i direttori di carcere


Polizia Penitenziaria - Perché servono i direttori di carcere

Notizia del 12/02/2016

in Le Opinioni

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Scritto da: Interventi ricevuti

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Alla fine di gennaio, la dottoressa Antonella Tuoni, direttore dell’OPG di Montelupo Fiorentino, ci ha inviato un articolo sulla vexata quaestio della dirigenza penitenziaria.

Il 29 gennaio lo abbiamo pubblicato con il titolo Amputazione delle dita e dei diritti: delle persone detenute e dei direttori.

Ieri, la stessa dottoressa Tuoni ci ha trasmesso un nuovo intervento sulla medesima questione.

A margine della trasmissione, la direttrice ha espresso un qualche rammarico per il fatto che abbiamo modificato il titolo del suo precedente articolo rispetto a quello originale, chiedendoci cortesemente di mantenere inalterato il titolo del nuovo pezzo.

In verità, nel precedente intervento, più che modificare il titolo, abbiamo “aggiunto” sei parole:  “delle persone detenute e dei direttori”.

Abbiamo ritenuto di farlo per meglio specificare i contenuti dell’articolo, a beneficio dei lettori.

Ad ogni buon conto, rispettiamo senz’altro il desiderio dell’autrice, pubblicando l’articolo col suo titolo originale (peraltro questa volta assolutamente esaustivo).

GB de Blasis

 

 

PERCHE' SERVONO I DIRETTORI DI CARCERE

Nei primi mesi del 2011, uno degli unici due direttori aggiunti rimasti a Sollicciano, - istituto, allora, con più o meno mille detenuti -, fugge da quella struttura dove già le persone lì ristrette lamentano di non avere acqua calda per lavarsi anche se, ancora, non ci sono i topi a dare loro la sveglia mattutina e va a dirigere l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo  Fiorentino.

Non è che lì la situazione sia  rosea, siamo in piena attività della così detta commissione Marino ma almeno avrà l'opportunità di rispondere direttamente di ciò che riuscirà o non riuscirà a fare. Uno dei due reparti, quello immortalato nel video girato dalla commissione e che di lì a poco verrà sequestrato  e chiuso,  è in condizioni disastrose,  mentre in una porzione dell'altro reparto sono in corso lavori di ristrutturazione. Si pratica la contenzione ed i lavoratori lamentano condizioni di impiego altrettanto pessime. Tra i mille problemi strutturali legati alla vetustà ed all'incuria della struttura rileva l'inefficienza dell'impianto antincendio. Manca il documento di valutazione dei rischi. Le pulizie nei locali della direzione non vengono fatte per carenza di manodopera. I soldi per pagare una ditta di pulizie non ci sono e, si può ben comprendere,  gli internati non garantiscono continuità ed abilità necessarie ad assorbire quel lavoro. In occasione di uno degli accessi nella struttura, riferiscono i collaboratori di quel direttore, lo stesso senatore Marino, abituato alle toilette del Senato, si stupisce dei bagni della direzione. Quel direttore dirige anche Empoli, perché in Toscana, come in altre regioni d'Italia, mancano i dirigenti e rende questo servizio, (doppia responsabilità), allo Stato, gratis: la distanza fra Empoli e Montelupo non è tale da far scattare alcuna missione e quindi non ha diritto ad alcunché; da un certo punto di vista però questo sacrificio personale gli consente di risolvere il  piccolo grande problema delle pulizie degli uffici impiegando una delle detenute di Empoli. Tutt'oggi una detenuta lavora a Montelupo.

Nel corso di un convegno presso il Senato della Repubblica denuncia la situazione in cui sia il medesimo direttore che gli altri lavoratori sono costretti a prestare servizio, parla dello scandalo della contenzione e segnala, incidentalmente,  che le manichette degli idranti presenti ai piani di uno dei due reparti (l'altro reparto, come detto, verrà chiuso di lì a poco) non sono collegate alle vasche di accumulo dell'acqua e pertanto sono inefficienti. Per metà quel reparto era stato ristrutturato dalle Opere Pubbliche ma, inspiegabilmente, consegnato in siffatte condizioni. Peraltro, l'istituto, riferiscono i collaboratori,  è stato oggetto di una approfondita ispezione dipartimentale e quindi la situazione in cui versa la struttura è arcinota.
Scattano le denunce della Commissione Marino alla Procura.

Un decreto ministeriale individua il direttore degli istituti penitenziari  come datore di lavoro pertanto chiunque sieda su quella poltrona, non importa quando sia arrivato, se da un giorno o da un anno, è responsabile della salute e della sicurezza dei lavoratori e dei detenuti. Non importa se ha a disposizione cento euro o cento milioni. A fine 2011 firma due verbali di elezione di domicilio. Nei limiti del budget a disposizione, che ammonta a poche migliaia di euro per la manutenzione ordinaria e straordinaria di una villa del settecento ove è ospitato l'OPG di Montelupo,  ottempera alle prescrizioni che vengono imposte al direttore avvalendosi, (la fortuna assiste gli audaci), della collaborazione gratuita del figlio di un poliziotto che è tecnico della sicurezza e lo aiuta a redigere sia il piano di autocontrollo per la cucina detenuti sia ad imbastire il documento di valutazione dei rischi. Non basta. Deve nominare un difensore. "Perché non ha chiesto da subito al ministero i soldi della contravvenzione?" lo interroga  il pubblico ministero che segue la vicenda, forse infastidito da quel fascicolo ponderoso e scottante che riguarda l'orrore di una delle cinque strutture dello Stato indegne per un Paese appena civile, orrore che impone di trovare un capro espiatorio da immolare sull'altare delle responsabilità di chi sapendo ha ignorato e potendo non ha fatto. Sono giorni intensi colmi di frustrazione e scoramento, di telefonate concitate con il suo diretto superiore e di toni molto alterati.  Nonostante tutto continua a scrivere e scrivere e a segnalare e si ritrova davanti ad un plotone di esecuzione per avere scritto troppo. Nel frattempo vieta l'uso dei fornellini a gas: arrivato da poco a Montelupo, quel direttore, un internato muore per uno sballo finito male. C'è anche il nodo gordiano della contenzione: non si capacita di come per anni e anni i poliziotti abbiano legato ago e filo gli internati ai loro letti. C'è una magistratura di sorveglianza, ci sono magistrati che dirigono gli uffici ministeriali, possibile che nessuno si sia mai posto il problema se sia o meno legittimo, se non addirittura lecito, legare ad un letto una persona sulla base di un semplice certificato medico? Si convince che la contenzione non può essere standardizzata, come le propone il servizio sanitario, ma va proprio abolita. I sindacati, tutti i sindacati, sono sul piede di guerra, la magistratura di sorveglianza e gli uffici di livello superiore tacciono. Nel 2012 la contenzione a Montelupo viene definitivamente eliminata con un ordine di servizio del direttore.

Nello stesso anno, primi mesi dell'anno, una domenica mattina, presto, molto presto, squilla il telefono di servizio che, per mero rispetto verso i suoi collaboratori, considerato che nessuno  retribuisce al direttore la reperibilità ventiquattr'ore su ventiquattro, tiene acceso: è divampato un grosso incendio al primo piano,  è tutto fumo ed odore di bruciato, un detenuto in osservazione ha dato fuoco alle pareti imbottite della cella che con imprevista rapidità si sono infiammate, ci sono i vigili del fuoco, quattro agenti sono finiti all'ospedale, intossicati, gli internati, comunque, sono al sicuro nei cortili passeggi; nessun morto, nessun ferito, il primo piano è un disastro: le scale di accesso completamente annerite dalla fuliggine, le telecamere della video sorveglianza appese al soffitto colano come stalattiti.
La storia della violazione delle normativa in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro non è finita;  quel direttore è convinto di non avere alcun torto, di avere agito bene e allora perché dovrebbe risultare che ha contravvenuto alla normativa se era arrivato a Montelupo da pochi mesi, aveva 18.000 euro di budget e dirigeva due istituti? Tant'è, dovrebbe affrontare un processo di durata imprecisata, certo avrebbe forse la soddisfazione di spiccare tanti santi in paradiso, come dice con comprensibile rabbia. Pazienza! Anticipa quattromila euro che corrispondono più o meno al suo stipendio per un mese e mezzo di lavoro. I soldi  verranno restituiti dal Dipartimento; una partita di giro, lo Stato che paga se stesso poiché inadempiente.

Ancora oggi mi chiedo: se non mi fossi autodenunciata in Senato finendo sotto procedimento penale e non avessi  caparbiamente insistito per la messa a norma dell'impianto antincendio che, grazie ad una variante dei lavori di ristrutturazione nell'ala orientale della III sezione, prima di quella mattina dell'aprile 2012 in cui fui svegliata di soprassalto dal comandante e corsi in fretta e furia in treno a Montelupo, fu realizzata, che cosa sarebbe successo? E' una domanda retorica che rivolgo a me stessa quale più che soddisfacente ristoro morale della frustrazione  per un lavoro che non è né cool, né smart, né trendy, che non ho scelto con piena consapevolezza, superando per caso e per voglia di indipendenza economica e di autonomia, un concorso pubblico, il penultimo mi pare, nel lontano 1993, distante anni luce dai luoghi che, per estrazione sociale, anche questa casuale ed indipendente dalla mia volontà, ero abituata a frequentare.

E ancora, che cosa sarebbe successo se, aderendo alla proposta del servizio sanitario di standardizzare la contenzione in analogia a quanto continua ad accadere in tanti SPDC e continua ad accadere nelle REMS, non l'avessi vietata?

Questo è uno scarno resoconto di quattro anni di vita professionale di un direttore di carcere molto simile a quello che potrebbero fare colleghi che dirigono carceri ben più importanti di Montelupo e con la responsabilità dell'integrità psico fisica di un numero di persone ben più alto di quelle che sono state e sono tuttora ristrette nell'OPG fiorentino.

Ed è anche il perché, per quanto sommario, i direttori di carcere servono.

Non quali capri espiatori o parafulmini che il Ministro della Giustizia di turno possa dichiarare di avere rimosso se l'istituto che dirigono cola a picco ma per rimuovere "gli ostacoli ., che impediscono il pieno sviluppo" delle persone private della libertà personale.  E per essere all'altezza di questo compito delicato ed importante devono essere competenti, meritevoli e motivati, devono poter lavorare serenamente con risorse umane e finanziarie adeguate alla complessità dell'istituto di cui sono responsabili, con una retribuzione commisurata alla qualità e quantità del lavoro svolto. E, questo sì,  lo chiede anche l'Europa con le sue raccomandazioni.

Se questo 'perché' non verrà condiviso da chi ha l'alta responsabilità delle scelte a presidio di un sistema, quello dell'esecuzione della pena, che è una delle cifre più significative del grado di civiltà di uno Stato, credo che abbia ragione il collega di uno degli istituti più importanti di Italia il cui pensiero, non facendogli torto spero, sovrappongo  a quello che il Ministro dimissionario della Giustizia francese ha consegnato ad un tweet: "A volte resistere significa restare, a volte significa andare via. Per fedeltà verso se stessi, verso di noi. Per dare l'ultima parola all'etica ed al diritto".

Antonella Tuoni - Direttore penitenziario

 

 

 

p.s.

Quanto scrive la dottoressa Tuoni ci sembra, tutto sommato, condivisibile, anche se riteniamo che le storie personali descritte dalla direttrice, non possono essere considerate comuni a tutta la categoria.

Sappiamo bene che anche tra i direttori penitenziari si possono trovare "eroi silenziosi" che continuano a tirare la carretta.

Ma sappiamo anche che ci sono tanti direttori che la carretta la fanno tirare sempre agli altri (i poliziotti penitenziari) che, per situazione e per condizione, non si possono tirare indietro. E ce n'è qualcuno che sulla carretta ci sale pure per appesantire il carico.

Pur tuttavia, volevo aggiungere che, per quello che ci riguarda, la vexata quaestio non è sul tema “se i direttori di carcere servono o meno” (è ovvio che si…) ma su “chi deve fare il direttore” o, meglio, se il direttore (così come tutte le altre figure che lavorano in carcere) debba far parte del Corpo di Polizia Penitenziaria (per noi ovvio che si…)

Ma questa è un’altra storia …

GB dB

 

 

 


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Commenti Commenti dei lettori

n. 9


"...retribuzione commisurata alla qualità e quantità del lavoro svolto..."

Ecco cara dottoressa,
punterei sulla quantità e sull'orario di lavoro. Lasciam perdere sulla qualità, certo non potrei mettere bocca su questo argomento.
Chi lo vede mai il direttore.
Chi lo vede mai il commissario (anche se presente).
Orari che non stanno ne in cielo, ne in terra.
Ci sono alcuni direttori che arrivano quando vogliono e vanno via alla stessa maniera, tanto devono solo dar conto ai provveditori! Mentre la plebe sgobba 24h su 24, festivi compresi ed eventi critici compresi. Infatti sovente accade di chiedersi: "Ma oggi viene il capo?"
Poi ci sono i direttori che vivono fuori sede che vedi tutto al più tre volte a settimana e pretendono pure di trovare la tavola apparecchiata senza nessun problema.
Quattro amici al bar, (i civili che lo informano a modo loro di tutto), quattro risate allo spaccio prima di tornare a casa e chi si è vist si è vist!
Eh eh, non ci siam mica proprio così eh!
Sono per la chiusura dei penitenziari piccoli, magari riusciamo un po a respirare anche noi con l'arrivo di altri colleghi.
Spero prima o poi che qualcuno si accorga di tutto questo pasticcio.
Poi si chiedono, ma come è possibile che due detenuti possano essere fuggiti da Roma con questa facilità?
Eh grazie....la gente non ce la fa più, è stanca di occupare più posti di servizio e di vedersi negati i diritti soggettivi.
E' stanca di tutte queste novità, di tutte queste leggi fatte da chi non ha alcuna competenza in materia (la politica in primis).
Siamo stanchi nel veder stare fuori dalle celle i delinquenti (che da mondo e mondo si organizzano per fregarti, lo facevano prima, figurarsi adesso).
La gente è stanca, stanca, stanca di sentirsi presa in giro e di dover stare zitta.
La sensazione è che per compensare, ognuno si stia facendo gli affari propri.
Lo spirito di Corpo è andato a quel paese e non tornerà mai più.
La spiegazione sta “quasi” tutta qui.
Si registra un lassismo o meglio come si diceva una volta....uno sbraco MAI VISTO PRIMA!
Molti mi definiscono una donna con gli attributi.
Può darsi sia così.
Ma sono soprattutto molto arrabbiata perchè non vedo luce in fondo a questo tunnel e mi preoccupa la gestione sicurezza, di cui nessuno più parla.
E se se ne parla, occorre farlo con i toni e le parole adeguate, altrimenti corri il rischio di fare incaxxare qualcuno che poi te la fa pagare, senza sconti, anche se hai sulle spalle….molti anni di servizio.
Fra non molto andrò in pensione, sapendo bene ciò che lascio e cosa ne sarà di questo Corpo fatto di tante Donne ed Uomini che danno ed hanno dato TUTTO senza mai risparmiarsi.
Ma adesso si è andati proprio oltre.
SPERO DI POTER DIMENTICARE PRESTO QUESTA AVVENTURA, la quale tra le altre cose, mi ha anche tolto la gioventù ed i migliori anni.
AMEN




Di  Elena  (inviato il 16/02/2016 @ 20:28:55)


n. 8


per adesso importa solo che chiudono i carceri piccoli,solo questo ci serve attualmente.che avvenga presto

Di  aristide  (inviato il 16/02/2016 @ 16:26:31)


n. 7


Un buon commissario.......e la selezione chi la fa?
Non so cosa si erano messi in testa, ma anche molti di loro non è che sono proprio dei Santi!
Commento N.6, anche il tuo proverbio è una delle tante verità

Di  anonimo  (inviato il 15/02/2016 @ 09:54:48)


n. 6


"...u pisci fitisci ra testa..."

Di  Anonimo  (inviato il 14/02/2016 @ 19:12:01)


n. 5


Rispondo a voi 4, non so chi siete, voglio dire solo la mia. Io sono un Ass.te Capo del Corpo della Polizia Penitenziaria, arruolato nel lontano 1987. Sono stufo di sentire, Direttori,Direttori basta non sono dalla nostra parte, non lo sono mai stati, non vogliono far parte del Corpo, non ho mai conosciuto, uno che simpatizzasse per noi, se lo manifestava era solo per interessi personali. Non ci stimano, ci usano senza pregiudizi, spero cambi tutto, mettendo al nostro comando, chi indossa la divisa, vietando a tutti i Direttori di rappresentare il Corpo della Polizia Penitenziaria.

Di  Piermattia  (inviato il 14/02/2016 @ 17:38:36)


n. 4


Non serve il direttore basta un buon commissario e il carcere va avanti forse meglio.

Di  Mauro  (inviato il 13/02/2016 @ 15:08:56)


n. 3


Esimio dott. Sardella, la sua vicinanza ai colleghi è cosa nota, come del resto di molti altri altri.
Ovviamente non faccio di tutta un'erba un fascio.
Purtroppo si continua a riscontrare molta distanza e poca propensione a delegare i funzionari.
Questa è la cosa che più mi rammarica.
Vi sono situazioni oserei dire ridicole, al limite di diatribe tra bimbi dell’asilo. Tu hai disposto questo….ed io ti faccio questo. Tu sei stato ‘attivèllo….ed io ti faccio lo sgambetto. Tu hai deciso quella cosa senza dirmelo….ed io decido il contrario, così capisci chi comanda davvero!
Ormai per me è troppo tardi per vivere questa ennesima riforma, non avrei nemmeno più le forze per supportare adeguatamente gli Uomini e le Donne.
In dialetto toscano si dice che il Bindolo di turno farà come sempre la sua parte!
Mio padre ripeteva sempre questa frase di Virgilio: “Il lupo non si preoccupa mai di quante siano le pecore”.
Mi è servito tanto nella vita…
Buon fine settimana


Di  Elena  (inviato il 13/02/2016 @ 14:00:18)


n. 2


Il direttore di un istituto penitenziario serve se sa anche mettersi in gioco e favorire il cambiamento anziché opporsi ad esso.
Cara collega, dovremmo interrogarci se abbia più un senso lavorare oggi con modelli di riferimento ed organizzativi che andavano bene forse negli anni '70 del '900. L'isolamento della nostra figura è conseguenza del non far parte a pieno titolo della grande famiglia della Polizia Penitenziaria o come vorranno chiamarla in futuro.
Io baso tutta la mia vita professionale sul "fare squadra" con tutti gli altri, a prescindere dalla qualifica e dal ruolo formalmente rivestito, e sono convinto che tante difficoltà verrebbero meno se il dirigente penitenziario (così come tutte le altre figure in servizio presso la nostra amministrazione) facesse parte del Corpo.
Ne gioverebbe l'azione amministrativa e cadrebbero i tanti pregiudizi che rendono pesante la vita d'istituto e l'operare quotidiano di tutti noi.
Io dopo aver letto i risultati dei tavoli degli stati generali comincio ad essere ottimista e spero veramente che presto si traducano in atti normativi.

Di  Luca Sardella  (inviato il 13/02/2016 @ 10:37:57)


n. 1


E quindiii?
Tutti abbiamo storie da raccontare. Ne avremmo a centinaia, ma rimaniamo ugualmente in silenzio, perchè è nostro DOVERE, che poi è il contrario di SERVIRE.
I direttori potrebbero finalmente capire se solo un giorno indossassero l'uniforme.
Ma queste sono solo chiacchiere e nulla più.
Ma siccome ciò non accadrà mai, limitiamoci a tenerci il direttore di turno e per quanto possibile a trarne il meglio dal lato umano.....sempre che sia disposto a donarci quella umanità normalmente rivolta quasi esclusivamente verso l'utenza.
Intanto cari colleghi, meno uno e poi.......A CASAAAAAaaaaaaaaa!!!!!!!

Di  Elena  (inviato il 12/02/2016 @ 14:09:45)




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