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Procedimento disciplinare illegittimo, genericità e vaghezza della contestazione degli addebiti: Ispettore di Regina Coeli vince ricorso al TAR


Polizia Penitenziaria - Procedimento disciplinare illegittimo, genericità e vaghezza della contestazione degli addebiti: Ispettore di Regina Coeli vince ricorso al TAR

Notizia del 24/05/2016

in Ricorsi Contenziosi Sentenze TAR CASSAZIONE

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Scritto da: Redazione

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Prima Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 10146 del 2007, proposto da:

O.M., rappresentato e difeso dall'avv. Riccardo Gozzi, presso lo studio del quale elettivamente domicilia in Roma, via Giovanni Bettolo, n.17;

contro

Ministero della giustizia, rappresentato e difeso dall' Avvocatura Generale dello Stato, presso la cui sede domicilia in Roma, via dei Portoghesi, n.12;

per l'annullamento

del provvedimento 20 aprile 2007 del Direttore della Casa Circondariale di Roma Regina Coeli che ha irrogato al ricorrente la sanzione disciplinare della censura, nonché del decreto 10 settembre 2007 del Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria del Lazio che ha respinto il ricorso gerarchico proposto avverso il predetto provvedimento.

Visto il ricorso;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero della giustizia;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica dell'8 marzo 2016 il cons. Anna Bottiglieri e uditi per le parti i difensori come da relativo verbale;

Svolgimento del processo

Con il gravame all'odierno esame il ricorrente, ispettore del Corpo di Polizia Penitenziaria, all'epoca dei fatti per cui è causa in servizio presso la casa circondariale di Roma Regina Coeli, ha interposto azione impugnatoria avverso i provvedimenti dell'Amministrazione penitenziaria meglio indicati in epigrafe, che gli hanno irrogato la sanzione disciplinare della censura.

La condotta contestata è l'inoltro a un funzionario direttivo dell'Istituto, presso la sua dimora privata, di una missiva "personale riservata", inerente una decisione adottata dal funzionario in ordine a una relazione di servizio del ricorrente.

Tale condotta è stata ritenuta, come emerge dagli atti del procedimento, respinte le giustificazioni presentate dall'interessato, mancanza di correttezza nel comportamento, ai sensi dell'art. 2, comma 1, lett. c), del D.Lgs. 30 ottobre 1992, n. 449, recante le sanzioni disciplinari per il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria e per la regolamentazione dei relativi procedimenti.

Il ricorrente, previamente illustrata in dettaglio la vicenda che ha dato origine al provvedimento disciplinare, deduce avverso gli atti gravati le seguenti censure.

1) Violazione dell'art. 10 del D.Lgs. n. 449 del 1982.

La rilevazione dell'infrazione sarebbe stata effettuata da soggetto non competente.

2) Violazione dell'art. 12, comma 1, del D.Lgs. n. 449 del 1992.

La contestazione degli addebiti sarebbe generica e vaga, con conseguente lesione dei diritti di difesa dell'incolpato.

3) Violazione dell'art. 103 del D.P.R. n. 3 del 1957, in combinato disposto con l'art. 10, comma 1, lett. a) ed e), del D.Lgs. n. 449 del 1992.

L'atto di contestazione degli addebiti sarebbe tardivo.

4) Violazione ed erronea applicazione dell'art. 2 del D.Lgs. n. 449 del 1992 - Violazione dell'art. 3 della l. 7 agosto 1990, n. 241 - Eccesso di potere per difetto della motivazione, travisamento ed erronea valutazione dei fatti, difetto di istruttoria, illogicità e contraddittorietà dell'azione amministrativa, ingiustizia manifesta, sviamento.

Non potrebbe essere considerato disciplinarmente rilevante il mero invio di una lettera a un superiore, né l'analisi dei contenuti della stessa, volta esclusivamente a difendere la tutela della libertà e della dignità del lavoratore, a fronte dei rilievi di diffida e di biasimo impropriamente mossigli, farebbe emergere alcun profilo disciplinare.

Le deduzioni difensive del ricorrente, laddove richiedevano un'adeguata istruttoria in ordine alle circostanze esimenti, non sarebbero state adeguatamente soppesate.

Tutta la pregressa attività lavorativa del ricorrente, inappuntabile sotto ogni profilo e vieppiù sul piano disciplinare, unitamente alla sua manifestata volontà di risolvere la vertenza collaborativamente, avrebbero dovuto deporre per l'archiviazione del procedimento.

Esaurita l'illustrazione delle illegittimità rilevate a carico degli atti gravati, parte ricorrente ne ha domandato l'annullamento.

Si è costituito in resistenza il Ministero della giustizia.

Con ordinanza 6 novembre 2015, n. 12523, la Sezione ha disposto un incombente istruttorio a carico dell'Amministrazione resistente, adempiuto come da deposito del 13 gennaio 2016.

Il ricorso è stato indi trattenuto in decisione alla pubblica udienza dell'8 marzo 2016.

Motivi della decisione

1. Si controverte in ordine alla legittimità della sanzione della censura, irrogata mediante i provvedimenti gravati con l'odierno ricorso al ricorrente, ispettore del Corpo di Polizia Penitenziaria, all'epoca dei fatti per cui è causa in servizio presso la casa circondariale di Roma Regina Coeli.

La condotta contestata è l'inoltro a un funzionario direttivo dell'Istituto, presso la sua dimora privata, di una missiva "personale riservata", inerente una decisione adottata dal funzionario in ordine a una relazione di servizio del ricorrente.

Tale condotta è stata ritenuta, come emerge dagli atti del procedimento, respinte le giustificazioni presentate dall'interessato, mancanza di correttezza nel comportamento, ai sensi dell'art. 2, comma 1, lett. c), del D.Lgs. 30 ottobre 1992, n. 449, recante le sanzioni disciplinari per il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria e per la regolamentazione dei relativi procedimenti.

2. E' d'uopo chiarire preliminarmente la vicenda che ha dato origine al procedimento, che può essere riassunta nei suoi passaggi salienti come di seguito, con la precisazione che, per quanto non emergente direttamente dagli atti del fascicolo di causa, non può che tenersi conto delle affermazioni del ricorrente, non confutate dall'Amministrazione resistente.

Il ricorrente, all'esito del servizio prestato presso l'Istituto penitenziario nel turno pomeridiano e serale del 26 luglio 2007, informava i suoi superiori di aver provveduto, "a motivo della particolare pericolosità del detenuto, anche su suggerimento del medico di guardia dell'Istituto", alla immobilizzazione del detenuto stesso, ristretto in regime di rischio, al fine di condurlo presso l'infermeria, per la sottoposizione a visita da parte di un medico oculista esterno.

Chiarisce il ricorrente che l'immobilizzazione del detenuto, in regime di rischio per "eteroaggressività", è consistita, nell'indisponibilità di altri mezzi idonei, nell'applicazione delle manette in dotazione.

L'informativa, in atti, integrante applicazione del dovere del personale di riferire in ordine all'eventuale uso della forza fisica (concetto estensibile all'uso di mezzi di contenzione), si concludeva puntualizzando come l'operazione si fosse svolta regolarmente, senza alcuna intemperanza da parte del detenuto.

Nel prosieguo, il ricorrente apprendeva della redazione di una nota redatta da una funzionaria amministrativa a tergo della relazione di servizio di cui sopra, da trasmettersi al ricorrente e al Comandante di reparto, e della circostanza che la medesima aveva pubblicamente biasimato il ricorrente per aver fatto ricorso alla predetta misura.

Tale nota, in atti, in particolare:

- rammentava al ricorrente il divieto legale (art. 41, comma 1, o.p.) del ricorso all''uso della forza, salva la ricorrenza di ipotesi di carattere eccezionale;

- riteneva generiche, e indi insuscettibili di costituire una giustificazione ragionevole, le motivazioni dell'immobilizzazione indicate dal ricorrente nella predetta relazione, è ciò anche in riferimento al suggerimento del medico di guardia, ritenuto "tradire lo spirito della norma";

- invitava, pertanto, il ricorrente a voler tener conto dei citati parametri normativi di condotta nell'affrontare le situazioni di emergenza.

Il ricorrente, ritenendo di non meritare il sostanziale rimprovero sostanziato dalla nota, inoltrava le sue rimostranze verbali al Direttore dell'Istituto e tentava vanamente di contattare la funzionaria.

In seguito, nel corso del suo periodo di ferie, indirizzava alla funzionaria, presso la sua dimora privata, e per conoscenza al Direttore, una missiva "personale riservata".

Con tale comunicazione, il cui tenore non si presta a un'analitica sintesi, del resto non necessitata, come meglio in seguito, dalla delibazione del gravame, il ricorrente confutava articolatamente, sia in linea di diritto che in linea di fatto, le posizioni assunte dal funzionario nella nota di cui sopra, ascrivendole a un ingiustificato personalismo, e rappresentava varie gravi criticità rilevabili nell'Istituto penitenziario, che riteneva molto più meritevoli di rilievo da parte dei superiori rispetto a quella oggetto di nota.

Su impulso del funzionario, veniva indi avviato il procedimento disciplinare esitato con i gravati provvedimenti.

3. Tanto premesso, risultano fondate le censure con le quali il ricorrente si duole della violazione dell'art. 12, comma 1, del D.Lgs. 30 ottobre 1992, n. 449, recante le sanzioni disciplinari per il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria e per la regolamentazione dei relativi procedimenti, sotto il profilo della genericità e della vaghezza della contestazione degli addebiti, con conseguente lesione dei suoi diritti di difesa.

4. In particolare, la contestazione degli addebiti, del 3 novembre 2006, incolpa il ricorrente della fattispecie di cui all'art. 2, comma 1, lett. c), del D.Lgs. n. 449 del 1992, ovvero la mancanza di correttezza nel comportamento.

Ciò richiamando il rapporto disciplinare redatto il 2 novembre 2006.

Tale rapporto fa riferimento a "quanto di rilevanza disciplinare possa desumersi dalla missiva "riservata personale" che il medesimo in data 01.08.06 ha inviato alla dr.ssa ... in riferimento a una decisione dalla medesima assunta in ordine a una relazione di servizio redatta in data 26.07.06 dall'Ispettore O., che a ogni buon fine si allega in copia".

Nel descritto contesto, deve pertanto concludersi che l'Amministrazione, imperniato il procedimento sull'assunto che l'invio della missiva, ex se, ovvero complessivamente considerata, non costituisse un fatto disciplinarmente rilevante, dovendosi, al riguardo, tener conto esclusivamente di alcune parti della stessa, non ha assolto l'onere di indicare specificamente nella contestazione, come necessitato dal sottostante rapporto, ivi richiamato per relationem, la condotta disciplinarmente rilevante addebitabile al ricorrente, da desumersi (e non da rapportarsi integralmente) alla missiva.

La conclusione appare congrua tenuto conto non solo del menzionato rapporto disciplinare, ma anche della missiva stessa, il cui lungo contenuto, come pure affermato in ricorso, non costituisce che il tentativo del dipendente, ancorchè mediante il ricorso a toni talvolta polemici, di manifestare l'ingiustificatezza dell'ammonimento sostanzialmente ricevuto dal funzionario, nonché della circostanza, affermata in ricorso e non confutata dalla parte resistente, che il suo invio fosse stato concordato tra il ricorrente e il Direttore dell'Istituto, a chiarimento definitivo della vicenda incorsa tra il ricorrente e il funzionario.

La genericità della contestazione emerge poi anche dal provvedimento n. 3976 del 26 febbraio 2007, che, respinte tutte le difese svolte dal ricorrente nel corso del procedimento, ivi compresa quella qui in esame, ha concluso per la congruità della sanzione della censura, poi irrogata mediante gli atti gravati.

Il predetto provvedimento del 26 febbraio 2007 parte dal presupposto - come visto non condivisibile - che la descrizione del fatto addebitato fosse precisamente indicata nell'atto di avvio del procedimento, e prosegue poi osservando come lo stesso procedimento si fosse basato su un fatto di natura inconfutabile, costituito dall'inoltro della missiva di cui trattasi, che "... contiene nella sua globalità e interezza espressioni denigratorie e di biasimo nei confronti dell'operato della dr.ssa ...", in tal modo integrando "una condotta gravemente lesiva dei doveri di comportamento" del dipendente.

In tal modo, infatti, il provvedimento sanzionatorio ha infine addebitato al ricorrente l'intero contenuto della missiva, così sottolineando gli effetti negativi discendenti per l'interessato da una carente impostazione dell'incolpazione, che, nella fattispecie, non ha consentito la dovuta connotazione e limitazione della vicenda procedimentale disciplinare.

5. Alle rassegnate conclusioni, assorbita ogni altra censura pure formulata in ricorso, consegue l'accoglimento del gravame.

Il Collegio ravvisa nondimeno giusti motivi per disporre la compensazione tra le parti delle spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Quater)

definitivamente pronunciando sul ricorso di cui in epigrafe, lo accoglie e, per l'effetto, annulla il provvedimento impugnato.

Compensa tra le parti le spese di lite.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio dell'8 marzo 2016 con l'intervento dei magistrati:

Giampiero Lo Presti, Presidente FF

Anna Bottiglieri, Consigliere, Estensore

Fabio Mattei, Consigliere


Scritto da: Redazione
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Metterei la divisa a molte persone sai che risate.

Di  Aurelio  (inviato il 22/11/2016 @ 18:59:43)




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