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Professione Poliziotto Penitenziario


Polizia Penitenziaria - Professione Poliziotto Penitenziario

Notizia del 07/02/2011

in L'Editoriale

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Scritto da: Donato Capece

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Quando si parla di carcere è sempre molto forte la tentazione di sviluppare ragionamenti ispirati a singoli eventi o a specifiche questioni, che occasionalmente ed improvvisamente fanno diventare interessante il dibattito sul mondo penitenziario. Non bisogna, però, correre il rischio di discutere di questi temi sull’onda dell’emozione e senza tener conto della complessità del carcere e della necessaria  sistematicità che dovrebbe caratterizzare eventuali interventi.
Prima dell’indulto, nell’anno 2006, i detenuti presenti in carcere erano 61.400, numero, ritenuto, in modo unanime,  assolutamente incompatibile con i criteri minimi di umanità della pena e rispetto della dignità della persona. Con il provvedimento di clemenza, sono usciti dal carcere 35.000 detenuti definitivi con una pena residua di tre anni. Da allora il ritmo di crescita delle presenze è stato costante e si è assestato intorno ad una media di mille unità al mese.  Ora, con circa 9.000 detenuti in più rispetto al periodo precedente all’indulto si registra il più alto numero di detenuti presenti nella storia dell’amministrazione penitenziaria. 
E’ evidente che è ristretto, in misura diversa, ma in ciascun carcere, un numero di persone di molto superiore alla massima capacità ricettiva degli istituti (circa 23.000 detenuti rispetto alla capienza regolamentare). Questo è quello che normalmente si dice quando si parla di sovraffollamento. La cella  è il luogo in cui si svolge la vita del detenuto; per cui si dovrebbe disporre di un locale in un certo senso confortevole che garantisca gli standards minimi di vivibilità, ritenuti un requisito indefettibile dalla Corte Europea: peraltro, l’articolo 6 della Legge 354 del 1975 distingue tra “locali di soggiorno e locali di pernottamento”, per cui presuppone che i detenuti stiano in cella solo per dormire, cosa che non avviene quasi in nessun carcere d’Italia, in cui i reclusi vivono e dormono nello stesso ambiente.
Invero, nella gran parte degli istituti penitenziari i detenuti vivono in tre in celle di nove metri quadri ed in camerini dai dieci ai diciotto metri quadri vivono tra le otto e le quindici persone.
Questa situazione determina, tanto per dire, l’impossibilità di stare in piedi tutti contemporaneamente di scrivere, di leggere, di guardare la televisione in un luogo diverso che non sia il letto.
Così, alla riduzione degli spazi conseguono una maggiore promiscuità ed una più probabile conflittualità: aumentano i tempi di rotazione per il lavoro interno, diminuiscono le possibilità di accesso a spazi comuni e alle altre offerte trattamentali, diminuisce la capacità di risposta del mondo penitenziario alle istanze dei detenuti, come diminuisce la capacità di assistenza sanitaria.
Grandi presenze comportano inevitabilmente una flessione dei normali meccanismi di controllo, con riflessi sulla sicurezza; crescono così i rischi, già molto presenti, di traffici illegali all’interno del carcere, e quelli connessi all’uso di stupefacenti da parte dei detenuti.
L’aumento dei carichi di lavoro da parte del personale influisce, inoltre, in modo decisivo sulla indispensabile conoscenza che la struttura penitenziaria dovrebbe avere dei reclusi che ospita ed incide molto sulla qualità della osservazione.
Infine, il sovraffollamento peggiora le capacità dell’amministrazione di tenere distinti i detenuti in base alla loro posizione giuridica, anche per il numero molto alto di detenuti in attesa di giudizio e di condannati a pene molto brevi.Il sovraffollamento delle strutture penitenziarie è certamente un problema storico,  è  un problema comune a molti Paesi europei.
Altre caratteristiche uniche del nostro paese sono il flusso e i periodi di permanenza in carcere. Ogni giorno entrano ed escono centinaia di persone dal carcere, un movimento che comporta uno stress enorme del sistema soprattutto in una fase, quella dell’accoglienza, che è la più delicata e la più difficile da gestire. 
Questo quadro complesso è reso ancora più difficile dalle caratteristiche della popolazione ristretta, in gran parte costituita da stranieri, tossicodipendenti e da persone con problemi mentali. Una fetta consistente della popolazione detenuta, è costituita da detenuti accusati o condannati per reati di criminalità organizzata, che vivono in sezioni di alta sicurezza o in sezioni dedicate al 41 bis che sono completamente separate dai reparti detentivi, che ospitano invece i detenuti cosiddetti comuni.
L’osservazione della tipologia dei detenuti che fanno ingresso in carcere e dei reati di cui sono accusati consente di affermare come il sistema della repressione penale colpisca prevalentemente la criminalità organizzata e le fasce deboli della popolazione: in effetti, il carcere è lo strumento che si usa per affrontare problemi che la società non è in grado di risolvere altrimenti.
Se il carcere è in larga misura destinato a raccogliere il disagio sociale, è evidente che è chiamato a compiti molto diversi dall’equazione reato-pena, per cui ha bisogno di essere aiutato dal territorio.
E’ giunta l’ora di ripensare la repressione penale mettendo da un lato i fatti ritenuti di un disvalore sociale di tale gravità da imporre una reazione dello Stato con la misura estrema che è il carcere: e dall’altro, anche mantenendo la rilevanza penale, indicare le condotte per le quali non è necessario il carcere: una opzione di questo tipo dovrebbe ridisegnare il sistema a partire dalle storture determinate dal doppio binario per i recidivi, dalle norme in materia di immigrazione e dalla individuazione delle risorse per affrontare il tema delle dipendenze e dei disturbi mentali fuori dal carcere. Diamo vita ad un confronto dal quale auspichiamo che si comprenda come la diversità di opinioni non sia un limite per la soluzione dei problemi ma, al contrario, offra una gamma più completa di rimedi, che, se puntualmente còlta dal D.A.P. e dal Governo migliorerebbe il clima operativo e agevolerebbe il processo di risoluzioni di criticità le quali tendono a stratificarsi e a radicarsi, rendendo difficile e ancor più tesa e pericolosa la quotidianità dei tantissimi poliziotti penitenziari.
 

Scritto da: Donato Capece
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Commenti Commenti dei lettori

n. 1


E' senz'altro lodevole l'opera che quotidianamenti vari redattori dei più disparati siti trattanti "sicurezza" attivano nei confronti di un problema annoso ed a tratti irrisovibile come può apparire la gestione detentiva in italia.
Ma l'opera lodevole no va però barattata con la concrfetezza di quanto effettivamente si propone e con quanto realmente si raggiunge.
Domenica sera è andato in onda uno speciale su rai 3, in molti probabilmente lo avrete visto; senza dilungarmi troppo, mi viene da chiedermi dove fossero tutti i legittimi attori del palcoscenico.
C'erano i detenuti, fulcro e cardine, c'er auna sorta di ambiente esterno che gravita nei penitenziari (psicolgo,medico, educatore, volontario...)....c'era persino la nuova onda di funzionari che l'amministrazione sta mettendo in campo.
Ma della Polizia Penitenziaria? non vi era traccia di quelle persone che ogni giorno dovrebbero garantire l'attuazione di un sistema troppo spesso lacunoso non privo di falle di ogni ordine e grado.
Quindi si assiste alla rappresentazione del mondo per come dovrebbe essere e non per com'è.
Troppo facile un confronto tra Poggioreale e Bollate; vuoi per il contesto sociale, vuoi (soprattutto) per la realtà strutturale e logistica dei due citati istituti.
sarebbe cosa gradita che questa (nostra) amministrazione intervenisse e dicesse a chiare lettere il PERCHè non ovunque vi è attuazione delle misure alternative e non ovunque vi sono le possibilità di un sistema penitenziario moderno ed efficiente, non solo per i detenuti, ma altresì per gli operatori che quela realtà devono comunque farla funzionare.
Nessuna polemica, per carità, ma assistere continuamente a questo triste spettacolo, di un'amministrazione CENTRALE accortocciata su se stesso non è un bel vedere.
Il dipartimento amministra come se l'unica sede dell'amministrazione fosse LARGO DAGA; altrove vi è un mondo di problemi che investe l'amministrazione tutta e che non trova riscontro, spesso per carenza di forza e presa di posizioner del dipartimento stesso.
Alloggi al limite dell'umano, situazioni programmatiche non delineate,incarichi senza senso e senza premialità, sperpero delle risorse.
Cosa ci sarebbe di male nel programmare finalmente i bendetti circuiti penitenziari? NOn spetta a chi opera, ma a chi legifera, vero! Però, se non fosse stato per la continua volontà espressa dal corpo forestale dello stato nel voler cambiare, l'ex ministro alemanno non avrebbe fatto mutare un gruppo di operai forestali in agenti di polizia in soli 5 anni.
Invece, le volontà che leggo nei nostri dirigenti è la salvaguardia senza tregua del piccolo feudo che gli è stato assegnato.
Non faccio nomi, non è mio costume; ma basta guardare al singolo settore, ed appare palese come si sia sempre la stessa gente, da anni.
Per esempio, quante cause (inutili) ha perso l'amministrazione? molte, soprattutto a livello di direzione del personale.
E questo solo per l'inefficienza e l'ignoranza di chi opera.
Risultati? sempre li le stesse persone, che continuano ad infangare il nostreo nome presso quel tar...o presso il consiglio di stato.
Ci sarà un capo dipartiemnto un giorno che davverò farà prevalere i meriti di coloro i quali seriamente ogni giorno mandano avanti il loro pezzo di mondo professionale?
Allo stato, le persone che lavorano egregio capo del dipartimento, sono SVILITE E MORTIFICATE dal lassismo generale e dalle metodologia clientelari che condizionano l'operato dell'amministarzione.
Inoltre, è palese come la pol pen stia navigando (volente o nolente) verso una nuova identità; quella di un corpo di polizia che tende solo a salvaguardare iniziative e direttive politiche, ma poco fa per un fattivo processo di collaborazione a quella che è la sicurezza sociale.
I nuovi fuinzionari tentano di tracciare un solco, quasi a dividere quella che è stata la pol pen, con quella che è, tentanto di diversificare queste divere anime con la scusante della cultura personale.
Io mi sento appartenente ad un unico corpo, non vedo diversità.
Ma questo senso di apparttenenza va foraggiato; non lasciato alla mercè degli opportunismi personali.
Egregio capo del dipartimento, so che una nostra direzione generale è utopia, ma promuova il senso di appartenenza che ogni forza di polizia dovrebbe avere...e qui latita tremendamente.
Lei è obbliago a farlo...LEI è IL NOSTRO CAPO.

Di  jordy  (inviato il 16/02/2011 @ 15:02:49)




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