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Rivalutazione equo indennizzo per causa di servizio: TAR Lazio respinge ricorso Poliziotto penitenziario


Polizia Penitenziaria - Rivalutazione equo indennizzo per causa di servizio: TAR Lazio respinge ricorso Poliziotto penitenziario

Notizia del 28/01/2013

in Ricorsi Contenziosi Sentenze TAR CASSAZIONE

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Scritto da: Redazione

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REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 1524 del 2011, proposto da:
A.M., rappresentato e difeso dagli avv.ti Claudia Castro e Sandro Castro, con domicilio eletto presso lo studio dell'avv. Fabio Piccioni in Firenze, via C. Landino 7/A;
contro
Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, presso la cui sede è domiciliato in Firenze, via degli Arazzieri 4;
per l'annullamento
del decreto prot. n. 2040/San. (rif. n. 18625 dell'11/10/2010) del 30/5/2011, emesso dal resistente e conosciuto dal destinatario, per ricevuta a mani proprie, in data 7/6/2011, con il quale è stata respinta la richiesta di emissione di provvedimento di rivalutazione dell'equo indennizzo per sopravvenuto aggravamento della menomazione dell'integrità fisica, dipendente da causa di servizio, insorta al ricorrente, in relazione alla Tab. A - 8^ ctg., risultante dal p.v. mod. BL/B n. 258, stilato dalla Commissione medica di verifica di Livorno in data 14/9/2010 che ha ritenuto l'infermità "stato ansioso post stress psicofisico" ascrivibile, ai fini della concessione dell'equo indennizzo, alla Tab. A - 8^ ctg. (corrispondente a un'invalidità del 15% dell'integrità fisica complessiva), il tutto oltre a interessi legali e rivalutazione monetaria, a far data dall'insorgenza dell'infermità (o, in subordine, dalla data di presentazione della domanda amministrativa) sino al materiale e completo soddisfo, con annullamento, altresì, di tutti gli atti a esso presupposti, connessi e conseguenti;
e, per l'effetto, per la declaratoria che il ricorrente ha diritto a ottenere la rivalutazione dell'equo indennizzo nella misura prevista dalla legge in relazione alla Tab. A - 4^ ctg. o, in alternativa, quantomeno alla Tab. A - 8^ ctg., con conseguente condanna dell'intimato Ministero al dovuto pagamento, oltre a interessi e a rivalutazione, a far tempo dalla data di insorgenza dell'infermità (o, in subordine, dalla data di presentazione della domanda amministrativa) sino all'effettivo soddisfo.
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero dell'Economia e delle Finanze;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 5 dicembre 2012 il dott. Pierpaolo Grauso e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
________________________________________
Fatto Diritto P.Q.M.

Svolgimento del processo

Con ricorso ritualmente notificato e depositato il 26 luglio 2011, A.M. - già assistente capo della Polizia Penitenziaria presso il carcere di Porto Azzurro (Isola d'Elba) e vittima, nell'agosto del 1987, di un sequestro di persona protrattosi per oltre una settimana ad opera di alcuni terroristi ivi detenuti - esponeva di aver contratto, a seguito del sequestro, una patologia ansiosa da stress psicofisico che l'amministrazione, nel marzo del 1990, aveva riconosciuto dipendente da causa di servizio ai fini dell'equo indennizzo (concesso al M. con decreto del settembre 1993). A causa del progressivo aggravarsi della patologia predetta, nel febbraio 2010 egli era stato peraltro riformato per inidoneità permanente al servizio d'istituto.
Tanto premesso, il ricorrente proponeva impugnazione avverso il decreto dell'11 ottobre 2010, mediante il quale era stata respinta la sua richiesta di rivalutazione dell'equo indennizzo per sopravvenuto aggravamento della menomazione già riconosciuta dipendente da causa di servizio, ed, affidate le proprie doglianze a due motivi in diritto, concludeva affinché, previo annullamento dell'atto impugnato, fosse accertato e dichiarato il suo diritto alla chiesta rivalutazione, con contestuale condanna del Ministero della Giustizia al relativo pagamento.
Costituitasi l'amministrazione intimata, che resisteva alle domande avversarie, la causa veniva discussa e trattenuta per la decisione nella pubblica udienza del 5 dicembre 2012.

Motivi della decisione

Il ricorrente A.M., in forza al Corpo della Polizia Penitenziaria fino al 25 febbraio 2010, data a decorrere dalla quale è stato dichiarato permanentemente inidoneo al servizio d'istituto e riformato, agisce per vedersi riconosciuto il diritto all'aggravamento, ai fini dell'equo indennizzo, della sindrome ansiosa reattiva contratta a seguito del sequestro di persona da parte di alcuni terroristi detenuti nel carcere di Porto Azzurro, di cui fu vittima nell'estate del 1987. Egli, innanzitutto, si duole del Provv. 30 maggio 2011, in epigrafe, recante il rigetto della sua istanza di rivalutazione dell'indennizzo perché presentata oltre la scadenza del termine quinquennale di cui all'art. 14 co. 4 del D.P.R. n. 461 del 2001.
Con il primo motivo di gravame, il ricorrente sostiene che l'amministrazione avrebbe l'obbligo di avviare d'ufficio non soltanto il procedimento per l'accertamento della dipendenza da causa di servizio, ma anche quello per la concessione dell'equo indennizzo, di modo che dovrebbe escludersi nella specie la configurabilità di termini decadenziali a carico del dipendente. Con il secondo motivo, in subordine, il M. prospetta l'illegittimità costituzionale della disciplina invocata dal Ministero resistente, stante l'irragionevolezza della previsione del termine quinquennale di decadenza per la presentazione della domanda di aggravamento.
Il ricorso non può trovare accoglimento.
Come riferito in narrativa, è con D.M. del 17 settembre 1993, comunicato il 15 febbraio 1994, che all'odierno ricorrente è stato concesso l'equo indennizzo in ordine alla patologia "stato ansioso post stress psicofisico", contratta a seguito del sequestro di persona subito nell'estate del 1987 e ritenuta dipendente da causa di servizio dalla competente C.M.O. nel marzo 1990. La fattispecie ricade dunque, ratione temporis, nella vigenza dell'art. 56 D.P.R. n. 686 del 1957, oggi trasfuso nel quarto comma dell'art. 14 D.P.R. n. 461 del 2001, in forza del quale, in caso di aggravamento della menomazione della integrità fisica, psichica o sensoriale per la quale è stato concesso l'equo indennizzo, il dipendente può, entro cinque anni dalla data di comunicazione del provvedimento di concessione, chiedere per una sola volta la revisione dell'equo indennizzo già riconosciutogli. Il termine decadenziale di cinque anni, stabilito dalla disposizione in esame, risulta decorso nei confronti del M. sin dal 15 febbraio 1999, di modo che il diniego impugnato costituisce nulla più che il frutto della piana lettura della normativa applicabile. E in senso contrario non rileva il precedente giurisprudenziale allegato a sostegno della domanda (Cons. Stato, sez. V, 29 dicembre 2009, n. 9002), riferito alla diversa ipotesi della rilevabilità d'ufficio della dipendenza da causa di servizio, come disciplinata dal soppresso art. 36 co. 2 D.P.R. n. 686 del 1957 sulla base di una presunzione a carico dell'amministrazione che, se vale(va) per la prima insorgenza della malattia avuto riguardo alla conoscibilità, da parte della P.A., degli eventi occorsi al dipendente durante la prestazione del servizio, non può operare con riguardo agli aggravamenti: la percezione dell'insorgere di questi ultimi è, per definizione, nella esclusiva disponibilità del dipendente, e, del resto, il ricorrente non ha allegato alcun elemento obiettivo dal quale possa inferirsi che nello specifico l'amministrazione ne avesse comunque avuto autonoma contezza (non appartiene alle nozioni di comune esperienza, e neppure è minimamente suffragata sul piano medico-legale, l'affermazione del M. secondo cui la sindrome da lui contratta non avrebbe potuto che presentare un andamento peggiorativo).
Quanto, poi, alla pretesa illegittimità costituzionale del citato art. 56 D.P.R. n. 686 del 1957, sia sufficiente osservare che la relativa questione è stata già in passato dichiarata manifestamente inammissibile, stante la natura regolamentare della disposizione, insuscettibile di formare oggetto di giudizio di legittimità costituzionale (così Corte Costituzionale, 27 giugno 1997, n. 208). In realtà, il sindacato sulla norma avrebbe dovuto essere richiesto dal ricorrente a questo stesso giudice mediante formulazione di specifiche censure di legittimità e, soprattutto, estensione della domanda di annullamento, che, è invece chiaramente circoscritta al solo provvedimento consequenziale di diniego. In ogni caso, posto che le allegazioni del ricorrente possono considerarsi sufficienti nell'ottica della disapplicazione normativa, sempre consentita al giudice amministrativo (cfr. Cons. Stato, sez. V, 10 gennaio 2003, n. 35), deve escludersi che la previsione di regolamento di cui il Ministero ha fatto applicazione presenti profili di manifesta irragionevolezza, trattandosi di norma volta a garantire la superiore esigenza di certezza delle situazioni giuridiche e degli esborsi a carico della finanza pubblica senza che ne risulti indebitamente compressa la facoltà di conseguire la revisione dell'indennizzo, il cui esercizio è contenuto entro un lasso di tempo di adeguata consistenza.
Ancora una volta, peraltro, lo stesso ricorrente non fornisce elementi per fondatamente sostenere che il quinquennio dalla prima manifestazione della malattia non rappresenti, secondo un criterio di normalità, un periodo congruo all'interno del quale il dipendente - consapevole di essere affetto dalla patologia - è onerato di effettuare i controlli finalizzati alla verifica di eventuali aggravamenti. D'altro canto, diversamente opinando dovrebbe concludersi che la revisione dell'indennizzo è rimessa in ogni tempo alla libera iniziativa dell'interessato, conclusione essa sì irragionevole, nella misura in cui rende del tutto imprevedibile per l'amministrazione, e non programmabile, la relativa spesa.
In forza delle considerazioni esposte, le domande proposte dal ricorrente debbono essere respinte. L'oggetto della controversia giustifica, tuttavia, l'integrale compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Prima), definitivamente pronunciando, respinge il ricorso.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
 

 


Scritto da: Redazione
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Commenti Commenti dei lettori

n. 1


Grazie a Dio esistono anche i TAR che a volte arginano lo strapotere dei comitati di verifica che verificano solo le carte a volte carenti e non la realtà .

Di  Giancarlo Bologna  (inviato il 28/10/2013 @ 20:44:20)




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