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Rovereto: lettera ad un Fratello


Polizia Penitenziaria - Rovereto: lettera ad un Fratello

Notizia del 07/02/2011

in Dalle Segreterie

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Scritto da: Redazione

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Carissimo Amico Aldo, anzi Fratello, è oramai quasi un anno,che non sei più tra di noi, sono ancora traumatizzato da quel lontano giorno, quando per ragioni a me sconosciute, hai deciso di farla finita con tutte le tribolazioni di questa terra. Ricordo la prima volta che ti vidi, era il 20 Maggio del 1986, io ero appena giunto a Milano trasferito da Rovereto, e tu quando ti sei presentato, mi sei apparso subito “antipatico e stronzo” nel vero senso della parola. Io d’altronde ero un po’ spaventato da questo ennesimo trasferimento, perché era la prima volta che lo facevo da solo, mentre tutti gli altri trasferimenti, li ho fatti in coppia con qualche collega, ero giovane non avevo ancora compiuto 24 anni, perché noi allora Agenti di Custodia del settore Minorile, subivamo trasferimenti a gogò in quanto andavamo a  sopperire alle carenze di organico per far usufruire delle ferie gli altri colleghi di altri Istituti. Poi con il passare del tempo, tra un “vaffanculo” e un “ma va a morì ammazzato” espressione tipica della mia città di cui non si fa fatica a capire qual’è, abbiamo fatto amicizia. Un amicizia che si è consolidata con il tempo, che nulla e nessuno avrebbe potuto attaccare e distruggere. Io mi sono aperto con te, ti ho espresso i miei dubbi, le mie incertezze, le mie paure, ma tu trovavi sempre una risposta a tutti questi miei problemi, fino al punto di farmi recedere dalla grave decisione di lasciare il Corpo, perché non riuscivo ad  ottenere il trasferimento per avvicinarmi alla mia famiglia che nel frattempo mi ero creato. Da quel momento tu Amico mio mi hai aperto la tua casa, dandomi tutto ,casa, cibo, mi hai dato alloggio, mi hai dato anche la tua auto, insomma facevo parte della tua famiglia, mi hai trattato come un Fratello minore o meglio ancora come un Figlio, anche se tra me e te anagraficamente c’era un divario di solamente di tre anni. Io ho ricambiato come ho potuto, invitandoti a mia volta nella mia casa, che con grandi sacrifici miei e della mia compagna di una vita ci siamo creata non senza grandi sacrifici. Anche in quel frangente non è mancato da parte tua il tuo aiuto e appoggio.

Ricordo che quando ne parlavi con amici e parenti di ciò che anch’io avevo costruito, tu amavi dire che avevo fatto “un Villone” mettendomi in imbarazzo e facendomi arrossire, perché non credo di aver fatto chissà quale miracolo, ma presumo solamente ciò che andava fatto per il bene della famiglia tutta, eppoi non era un villone la mia casa . Di contro c’era da parte tua sempre quella strafottenza bonaria, di chi si sente un gradino più su di ogni altro, perché eri l’autista del Direttore, ma in un modo o nell’altro trovavo il modo di rifarmi di queste pseudo-angherie, così passavano i mesi e gli anni.  
 Infatti i tuoi continui sfottò del tipo “Buongiorno Signori Educatori, come andiamo oggi? I mie bambini come stanno? (riferendosi ai detenuti Minori) hanno fatto colazione? Trattatemeli bene altrimenti divento isterica capito? Come siete fortunati voi invece a me tocca lavorare duramente”, oppure quando mi chiamavi “Capocameriere o Maitre” a queste parole, tutti noi poveri cristi costretti a turni massacranti anche 16 ore consecutive, perche il dipartimento era sempre avaro nell’inviare personale di rinforzo, partivamo a rincorrerti per i lunghi corridoi cosicché ti davamo la giusta  punizione, con sberloni, calci nel sedere e anche qualche gavettone fatto in estate per non essere troppo cattivi. Abbiamo giocato e scherzato insieme per molto tempo ci siamo confrontati su quale metodo giusto fosse il migliore per allevare i nostri figli, le nostre aspirazioni per noi e la nostra famiglia, e quante risate quando capitavi di turno di notte ed io ero il tuo superiore, anche se tu eri pìù anziano di servizio. Era come tornare bambini, in un contesto di lavoro difficile, in cui solamente le persone che vi sono dentro possono capire ed eravamo tutti uniti nel lavoro come nel gioco. Sei sempre stato presente nei momenti belli e brutti quando finalmente dopo nove anni di permanenza a Milano, ho ottenuto il tanto sospirato e desiderato trasferimento, ho perduto quella figura importante che era mio padre, e tu mi sei stato molto di conforto, sei  stato il benvenuto per la nascita e il battesimo dei miei tre figli. So che sei sempre stato orgoglioso di me, anche quando alla fine sono voluto andare via da Milano, ne parlavi con i dirigenti sia del Tribunale e Procura dei Minori in cui ho lavorato per un certo periodo, e sia  ai colleghi Carabinieri del locale nucleo, il Brigadiere Pellegrino e gli l’Appuntati  Battagliero Santoro,(i nostri rapporti erano solamente telefonici, data la distanza, ma non li avevamo interrotti). Fino al giorno in cui mi hai telefonato triste ti sei messo a piangere al telefono dicendomi che quello che avevi lottato per una vita, era crollato,  e non riuscivi a capacitartene di come fosse accaduto. Poi tutto sembrò tornate alla normalità e le cose sembravano sistemate. 
Invece una sera fredda di fine gennaio, mentre ero in servizio vengo informato che hai deciso di uscire di scena in un modo così brutto e violento,  sono rimasto senza fiato, stordito, incapace di reagire, non volevo credere a ciò che mi stavano dicendo, mi sembrava impossibile che non c’eri più, che non eri più tra noi, mi ci è voluto un po’ per riprendermi.
 Che proprio tu il mio carissimo e insostituibile amico, avessi compiuto un gesto così drammatico senza ripensamenti, non me lo sarei mai aspettato, ma tu sei sempre stato un uomo di sani principi, non sei mai sceso a compromessi con nessuno, ma sopratutto quando decidevi qualcosa, quella era, senza pentimenti di sorta.
 Spero che adesso in qualunque luogo ti trovi, tu abbia trovato quella pace e quella serenità, che in questo mondo ti sono mancati, e a tutti quelli a cui hai voluto bene e che ti hanno voluto bene rimarrai  sempre nei loro cuori.
  Il tuo Amico 
 
       Fabio Massimo Alviani
 

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