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Salvatore Rap: in memoria dell’’Agente di Custodia ucciso durante la rivolta nel carcere di San Vittore del 21 aprile 1946


Polizia Penitenziaria - Salvatore Rap: in memoria dell’’Agente di Custodia ucciso durante la rivolta nel carcere di San Vittore del 21 aprile 1946

Notizia del 21/04/2015

in Memoria del Corpo

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Scritto da: Redazione

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Agente del Corpo degli Agenti di Custodia – nato a Sommatino (CL) il 30 settembre 1924, in servizio presso le Carceri Giudiziarie di Milano “San Vittore”.

Il 21 aprile 1946, giorno di Pasqua, in occasione della ribellione di oltre tremila detenuti muniti di armi, che minacciavano di forzare in massa l'uscita principale del carcere, armatosi di una mitragliatrice, riuscì a trattenere l'impeto dei ribelli con deciso fuoco della sua arma, che abbandonò soltanto allorché venne colpito da un proiettile che gli cagionò una ferita al petto per cui decedette tre giorni dopo compiendo il proprio dovere a costo della vita.

La rivolta venne capeggiata dal famigerato bandito Enzo Barbieri e dall’ex gerarca fascista Caradonna. 

 

Salvatore Rap Salvatore Rap
Salvatore Rap Salvatore Rap

 

Medaglia d'Argento al Valor Militare alla Memoria

"Agente di Custodia in esperimento presso un importante carcere giudiziario, in occasione della ribellione di oltre tremila detenuti muniti di armi che minacciavano di forzare in massa l’uscita principale del carcere, armatosi di una mitragliatrice, riuscì a trattenere l’impeto dei ribelli con deciso fuoco della sua arma, che abbandonò soltanto allorché venne colpito da un proiettile che gli cagionò una ferita al petto per cui decedette tre giorni dopo dichiarandosi pago di aver compiuto a costo della vita il proprio dovere. Milano San Vittore 21 aprile 1946". 19 novembre 1947

 

Accanita battaglia a San Vittore tra le forze di polizia e i detenuti in rivolta - LaStampa (23.04.1946) 

Accanita battaglia a San Vittore tra le forze di polizia e i detenuti in rivolta - Autoblinde e mitragliatrici circondano il carcere • Fuoco concentrato sui punti di maggiore resistenza • I ribelli, capeggiati da Enzo Barbieri, trattengono 25 ostaggi rispondendo con mitra, pistole e bombe

Pasqua a Pasquetta nella nostra città hanno avuto toni di alta drammaticità: morti, feriti e un fuoco intenso di armi di tutti i calibri, nel luogo dove s'è iniziala una vera e propria battaglia è sempre lo stesso: San Vittore, che rinnova nel perimetro e all'infuori della stessa triste dimora un desolante spettacolo di una lotta accanita a colpi d'arma da fuoco. La rivolta è scoppiata, nelle prime ore del pomeriggio di ieri per opera di un migliaio di detenuti, guidati dal tristamente noto e sobillatore di disordini famigerato bandito Barbieri che secretato insieme ad altri condannati e agli elementi più pericolosi veniva liberato e spingeva la sua audacia fino a personalmente consegnare i feriti più gravi al militi della sanità che attendevano, con medici di pronto soccorso, agli ingressi del carcere. Col Barbieri guidava i rivoltosi l'ex gerarca fascista Caradonna.

Da un primo gruppo di detenuti, provvisto abbondantemente al armi moderne (mitra, bombe a mano; pistole), riusciva a disarmare quindici tra carabinieri ed agenti di polizia, mentre gli altri detenuti uscivano dalle celle del secondo braccio, la cui serrature sono ancora prive di chiavistelli. Accorreva sol posto il questore, accompagnato da squadre della Volante e da carabinieri con autoblinde e carri armati. Giungevano poi i pompieri per domare le fiamme che si sprigionavano dal materassi accatastati dal detenuti che vi avevano appiccato il fuoco. Dopo un'ora dall'inizio la situazione era molto grave: la sera, buona parta della notte e la mattina la sparatoria aveva provocato delle vittima da ambo le parti. Verso il tramonto la situazione parve calmarsi; ma in verità i rivoltosi raccoglievano le forze per la battaglia che avrebbe ripreso. I magazzini del carcere erano stati saccheggiati e molti detenuti giacevano ubriachi per le abbondanti bevute

Da una prima indagine risultavano tra i catturati il dottor Battaglia e il sottotenente Colombo. La sparatoria veniva ripresa con violenza e durava tutta la serata e salvo qualche breve tregua fino a quando il Barbieri usciva per parlamentare chiedendo l'immediata scarcerazione dei detenuti meno colpevoli. La richiesta, naturalmente, veniva respinta. Si giungeva cosi alle luci dell'alba. La giornata, d'oggi era subito considerata come campale agli effetti del moto sedizioso. Il carcere veniva a mano a mano circondato da reparti dell'esercito, da pattuglie di carabinieri e da uomini della Celere, che, giungendo sul posto, si ponevano ai piedi degli alti muraglioni in attesa degli ordini e del maturarsi degli eventi. All'interno i ribelli erano e sono al momento in cui telefoniamo padroni del campo entro i vari raggi. Dai tetti bruciacchiati e dal cortili interni per tutta la giornata sono saliti al cielo, malgrado l'opera tenace del pompieri, alti pennacchi di fumo. La facciata perimetrale del carcere è sforacchiata in ogni punto, sbrecciata come un fortilizio assediato. I bossoli si trovano sparsi un po' dappertutto a migliaia I rivoltosi hanno chiesto, mentre s'ammassavano nuovi rinforzi di truppe e di polizia, l'intervento del card. Schuster.

La situazione, a mano a mano che passavano le ore, diventava tanto paradossale quanto insostenibile. Un primo bilancio del fuoco ad una giornata dall'attimo del moto sedizioso portava le vittime ad un morto tra i detenuti e venti feriti nelle file sia degli agenti che dei rivoltosi. Una grande folla si spingeva accanto ai primi curiosi ed erano cosi numerosi che è parso ad un certo momento che essi dovessero straripare oltre i cordoni della polizia. I congiunti del ribelli, stazionano ancor ora nelle strade con valigie contenenti indumenti civili da fornire al loro cari se l'evasione dovesse avverarsi. Durante la giornata diverse volte si sono avute delle vere e proprie delegazioni di parlamentari che si sono incontrate per discutere; anche il Prefetto ed il comandante Marnilo hanno intavolato discussioni, ma i detenuti hanno chiesto soltanto questo: essere messi tutti in libertà. Naturalmente s'imponeva da parte del tutori dell'ordine un'azione decisa per stroncare l'atto di rivolta: ma pesava su tutti il timore che i primi agenti disarmati, carabinieri e guardie carcerarie, le persone in complesso cadute nelle mani dei ribelli, venissero fatte segno a violenze. Il Prefetto chiedeva ordini telefonicamente a Roma.

Intanto stavano concretandosi le prime misure straordinarie. In aggiunta alle autoblinde ed al reparti dell'esercito e della polizia, già sol posto, arrivavano da Torino altri carabinieri. Mitragliatrici e carri armati venivano frattanto ancora piazzati nei punti strategici. I rivoltosi parevano calmi. Pero v'era ragione di credere che essi stavano lavorando alacremente per preparare rudimentali bombe a e cariche di esplosivo che dovrebbero servire a praticare larghe brecce nei muri di cinta. L'esplosivo, di cui i detenuti sono venuti in possesso, sarebbe stato asportato da un deposito di materiale bellico lasciato dai tedeschi. Un grosso foro veniva ad un certo momento scoperto all'altezza del secondo raggio: subito contro di esso venivano dirette le canne di alcune mitragliatrici appostate sol muraglioni di cinta. E il pericolo risultava sventato.

La folla era diventata fittissima stasera. La giornata festiva aveva perduto tutta la sua attrattiva percorsa dal brivido degli spari e dal rumore delle macchine e del mezzi cingolati. S. Vittore non era che un campo di battaglia. E la battaglia è scoppiata alle 11 contro i rivoltosi asserragliati all'interno dello stabilimento carcerario. I reparti dell'ordine, appoggiati da autoblinde, hanno inquadrato, sotto un intenso fuoco, i punti di maggiore resistenza; dal carcere i rivoltosi si sono subito messi a rispondere accanitamente e in meno di un'ora dall'inizio dell'azione, altri tre agenti rimanevano feriti. Dopo due ore, alle 13, il fuoco continuava con ritmo immutato. Le forze dell'ordine sparano — mentre telefono — servendosi di armi automatiche di tutti i tipi, fino alle più pesanti, dalle case circonvicine, mentre una folla che diventa di minuto in minuto sempre più numerosa, s'addensa in prossimità dello stabilimento carcerario a stento trattenuta dal cordoni di polizia. I rivoltosi rispondono però pia debolmente, evidentemente essi intendono economizzare le munizioni di scorta, riservandole per il momento decisivo del contatto. “Ci faremo ammazzare tutti — essi hanno gridato attraverso i megafoni — ma prima vedrete penzolare i cadaveri degli ostaggi!”.

A quanto si va affermando, i rivoltosi sarebbero in possesso di trenta kg. di tritolo che sarebbero pervenuti loro nei giorni scorsi entro fiaschi di vino; con tale letale riserva di esplosivo i detenuti compirebbero, al momento opportuno, un gesto estremo: quello di far saltare in aria la pesante autoblinda che, sbarrando l'entrata principale del carcere, costituisce l'unico reale ostacolo ad una evasione in massa. Dietro questo piccolo diaframma di acciaio dal quale sporgono minacciose le canne dei cannoncini e delle mitragliatrici è tutto uno schieramento di armati che impedisce ogni possibilità di fuga. Milano dorme, il traffico s'è acquetato; ma nell'aria sfrecciano sibilando la pallottole ed è battaglia a sangue. Il risultato non può essere che uno: la vittoria delle forze di polizia. Gli altoparlanti intatti, annunciano ai rivoltosi l'avvenimento che un'azione di annientamento, per ordine delle autorità superiori, è stata autorizzata. Non c'è per i ribelli che da arrendersi per evitare nuovi morti e feriti.

 

Gian Antonio Stella: Pagina 35 (11 novembre 2003) - Corriere della Sera

Alberto Bevilacqua, nel suo ultimo libro da oggi nelle librerie, intitolato La Pasqua Rossa, ha cercato di mettere a posto i pezzi di una avventura personale e collettiva nella quale si mischiò di tutto: la miseria, le speranze, le delusioni, i dubbi, gli strascichi di odio, la frenesia che animavano la metropoli lombarda negli anni immediatamente a ridosso della guerra, quando le macerie non erano state ancora del tutto sgomberate e le mense dei poveri distribuivano pasti caldi a tanta gente allo sbando ma già le strade cominciavano ad essere percorse dalle prime belle auto dei nuovi ricchi. mentre all' orizzonte si intravedeva il luccichio dei danèe del boom economico in avvicinamento. Una città di giovani ambiziosi e di ragazze perdute, di anziani poliziotti dai modi spicci e di reduci sfiancati che riprendevano a macinare la vita. Fu in quella Milano, che cercava di scrollarsi di dosso i calcinacci del passato che, il 21 aprile 1946, scoppiò improvvisa nel carcere di via Filangieri una rivolta che, come ricorda l'autore, ispirò una strofa anche a due maestri della rivista come Garinei e Giovannini: «A San Vittore in trappola ci sono i carcerieri / e il General La Marmora ci manda i bersaglieri, / gli italiani dicono ai colpi dei mortai / "Ma questa guerra, caspita, qua non finisce mai"».

Improvvisa sì, fu la sommossa. Ma chi avesse voluto prestare un po' di attenzione a quanto accadeva nel vecchio penitenziario avrebbe capito che le cose, là dentro, non potevano andare avanti così. Costruito per 850 detenuti, il carcere ne conteneva in quel momento quattro volte tanti: 3.500. Era un inferno. Dove i secondini, incapaci di mantenere qualche forma di ordine nella bolgia, alternavano tolleranza e prepotenza, lassismo e crudeltà. Nel caos di quei mesi, raccontò su Epoca Alessandro Porro, si era visto di tutto: cancelli delle celle privi di serrature e bische clandestine, casini volanti con ragazze portate in trasferta da un vicino bordello in via della Madonnina e risse quotidiane con coltelli che entravano da tutte le parti.

«È vero che molti detenuti sono armati?», era stato chiesto un giorno al direttore. E lui: «Non è improbabile: una perquisizione vera e propria non è possibile». La rivolta scoppiò mentre i detenuti, racconta Bevilacqua, stavano mettendo insieme una «rappresentazione comico-allegorica» nella quale «la Madonna comparve con la testa di una capra, corteggiata da un Dio con una testa di capro». Fu lì che «d' improvviso Ezio pretese silenzio. Avanzò nella luce piena di un riflettore, si concentrò (...) uscì dal suo raccoglimento e prese a fischiare modulato, rivolto verso i bracci dove i reclusi, a centinaia, si affacciavano dalle celle, impugnando le sbarre». Il carcere s' infiammò in un istante, le poche guardie rimaste per Pasqua furono sopraffatte e tutti ma proprio tutti se ne sarebbero andati sfociando nella piazza e di lì nella città sonnolenta se quel piccolo eroe di cui dicevamo, Salvatore Rap, non avesse afferrato una mitragliatrice pesante e non avesse bloccato l' evasione, da solo, per il tempo necessario alla polizia, ai carabinieri e alla Celere e poi addirittura a un reparto d' assalto della Folgore per circondare il penitenziario. Un gesto pagato con la vita.

 

Alberto Bevilacqua La Pasqua Rossa Giulio Einaudi Editore

È il 21 aprile 1946. Nel carcere di San Vittore sono stipati piú di tremila detenuti, tra delinquenti senza bandiera, ex repubblichini ed ex partigiani condannati per reati comuni: un microcosmo impossibile, che rispecchia con paradossale fedeltà un'Italia che stenta a scrollarsi di dosso «il sentimento delle macerie». È in questa polveriera che scoppierà una delle rivolte piú imponenti del sistema carcerario mondiale, architettata da Ezio Barbieri, un eroe maledetto capace di amicizie e di amori intensi, dipinto dalle dicerie come un diavolo con fattezze angeliche, dal sorriso ambiguo, dall'intelligenza spiazzante. Ma chi era davvero Ezio Barbieri? Un uomo in grado di capire come nessun altro «i drammi in gabbia» e i destini futuri dell'Italia? Un profeta moderno? Un sognatore? È intorno alla personalità complessa, contraddittoria e carismatica di questo pifferaio magico che il libro di Bevilacqua si avvita a spirale: nella convinzione, profonda e contagiosa, che il destino di un uomo possa illuminare, a tratti, quello del mondo.

 

INTITOLAZIONI

A Salvatore Rap è stata intitolata la Scuola di Formazione e Aggiornamento del Corpo di Polizia e del Personale dell’Amministrazione Penitenziaria di Verbania. Il 20 dicembre 2014 in piazza Giovanni XXIII alla presenza del viceministro della giustizia onorevole Enrico Costa è stata celebrata la cerimonia ufficiale di intitolazione e di commemorazione dell’Agente di Custodia Salvatore Rap, “vittima del dovere”. A ricordarlo è stato il direttore della Scuola, Aduo Vicenzi; erano pure presenti l’onorevole Enrico Borghi, il prefetto Francesco Russo, il sindaco Silvia Marchionini e in rappresentanza della Provincia Matteo Marcovicchio.

Gli sono intitolati anche il Poligono di tiro del Reparto di Polizia Penitenziaria dell'istituto di Milano ­Opera, una lapide commemorativa presso il Cimitero del Comune di Sommatino, paese natale e dove riposano le spoglie del Rap, una lapide presso la Caserma Agenti "G. Montalto" del Reparto Ucciardone di Palermo.

 


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Commenti Commenti dei lettori

n. 1


leggendo il vissuto dei quei terribili momenti fanno rabbrividire ,onoriamo il collega salvatore che ha dimostrato tutta la sua forza da eroe.
baschino azzurrino

Di  Anonimo  (inviato il 21/04/2015 @ 16:46:41)




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