Gennaio 2017
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Sanità penitenziaria: indulto e "gianobifrontismo" della politica


Polizia Penitenziaria - Sanità penitenziaria: indulto e

Notizia del 22/11/2010

in Le Opinioni

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Scritto da: Roberto Martinelli

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Sento spesso arrivare pesanti critiche sull’attuale emergenza penitenziaria da parte di alcuni esponenti dell’opposizione parlamentare. Va però detto, ad onor del vero, che le ricadute di due scellerate scelte voluto proprio dal fu Governo di sinistra-centro in materia di carcere dimostrano la grave superficialità con cui in questo Paese certa classe politica ha affrontato ed affronta le tematiche penitenziarie, a tutto discapito di chi in carcere è detenuto e di chi ci lavora. 

Mi riferisco, in particolare, al passaggio della sanità penitenziaria al servizio sanitario nazionale (iniziato nel 2008 e completato finora in 15 regioni) ed all’approvazione dell’indulto. 
Non si può allora essere come il Giano bifronte, avere cioè due facce contrapposte e quindi cambiare opinione su temi pure molto importanti e delicati a seconda se si governa o se si è all’opposizione. Scandalizzarsi, cioè, per l’alta presenza di detenuti con patologie sanitarie e mediche e poi non essere in grado di mettere in campo soluzioni concrete per risolvere le connesse criticità e problematiche. 
L’equivoco di fondo, a mio avviso, è che con il passaggio della sanità penitenziaria a quella pubblica le Asl pensano di trattare i detenuti come comuni cittadini che ogni qualvolta hanno un problema debbono recarsi presso le strutture pubbliche per farsi curare, invece di ampliare l’offerta di servizi specialistici all’interno delle carceri. 
E tutto questo a discapito della Polizia Penitenziaria, sotto organico di 6mila e 500 Agenti, chiamata spesso ad operare con livelli di sicurezza minimi. 
Le ricadute dello sciagurato Dpr del 1 aprile 2008, che avrebbe dovuto migliorare la qualità della sanità ai detenuti e che è stato approvato nonostante la quasi totale contrarietà delle Organizzazioni sindacali penitenziarie, sono semplicemente drammatiche, poiché si registrano in alcuni casi carenze nella somministrazione dei medicinali, anche salvavita, diminuzione dell’assistenza ai detenuti nonché l’esplosione delle gite turistiche per i detenuti che vengono trasportati presso strutture sanitarie esterne, anche per togliere punti di sutura, fare medicazioni, cure dentarie, fare semplici radiografie ecc.ecc., per patologie e interventi, insomma, che prima erano tranquillamente trattate all’interno dei penitenziari.
Basterebbe esaminare l’allarmante fotografia che è emersa nel corso dell’XI Congresso nazionale della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe), che si è riunita agli inizi di novembre a Chieti e a Pescara: le carceri italiane sono moderni ‘lazzaretti’, in cui l’80% dei circa 70 mila detenuti ha infatti problemi di salute, più o meno gravi. Solo il 20% è sano. 
Addirittura uno su tre è tossicodipendente. Senza contare che, dei circa 20 mila detenuti che hanno fatto il test per l’Hiv, il 4% è risultato positivo. 
Non a caso la Societa’ italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe) ha denunciato una vera e propria emergenza sanitaria all’interno dei penitenziari, sempre piu’ affollati. 
Nel corso dell’XI Congresso nazionale, la Simspe ha sottolineato come la formazione dei professionisti della salute che operano nei penitenziari è la priorità sulla quale lavorare. 
L’esigenza fondamentale, ha spiegato il responsabile dell’unità operativa di Medicina Penitenziaria della Asl Lanciano Vasto Chieti, Francescopaolo Saraceni, è evitare che il sovraffollamento porti ad acuire il disagio psichico insito in una comunità chiusa. 
La SIMSPe può contribuire a dare una risposta efficace a questi problemi partendo proprio dalla formazione degli operatori penitenziari. 
Tema delicato anche quello del passaggio di competenze nella gestione delle esigenze di salute dei detenuti, che il Dpcm primo aprile 2008 ha trasferito dall’Amministrazione penitenziaria al Servizio sanitario nazionale. 
La maggiore criticità è nella necessità di stabilizzare il personale che aveva un rapporto di lavoro con l’Amministrazione penitenziaria e che ora e’ passato alle dipendenze delle Asl, al fine di non disperdere l’esperienza acquisita in anni di attività.
Secondo il rapporto della commissione Giustizia del Senato, solo il 20% dei detenuti è sano. 
Del restante 80%, il 38% versa in condizioni mediocri, il 37% in condizioni scadenti, il 4% ha problemi di salute gravi”. A rendere il quadro ancora più fosco ci sono poi le stime del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap). 
Secondo il Dap, del 30% dei detenuti che si e’ sottoposto al test Hiv il 4% e’ risultato positivo. 
E ancora: il 16% soffre di depressione o altri disturbi psichici, il 15% ha problemi di masticazione, il 13% soffre di malattie osteoarticolari, l’11% di malattie epatiche, il 9% di disturbi gastrointestinali. Circa il 7% e’ infine portatore di malattie infettive. 
Un detenuto su tre ha inoltre problemi di tossicodipendenza. 
Secondo i dati emersi dalla relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze, si stima che il 33% dei detenuti fa uso di droghe: il 49,9% consuma piu’ di una sostanza, il 27,6% oppiacei e il 23,4% cocaina. 
Dati inquietanti che si commentano da soli.
Anche l’approvazione dell’indulto fu fortemente voluto dal Governo di sinistra che però contestualmente non mise in condizione gli Enti locali di fornire assistenza e supporto sociale agli oltre 36mila scarcerati (tant’è che circa un terzo sono rientrati subito o quasi subito nelle patrie galere...) ne colse l’occasione preziosa di mettere in campo una nuova politica della pena, necessaria e non più differibile, che ripensasse organicamente il carcere e l’Istituzione penitenziaria e che prevedesse quelle riforme strutturali sul sistema penitenziario chieste autorevolmente anche dal Capo dello Stato. 
Alla luce di queste considerazioni, mi auguro che sulle materie penitenziarie si abbia un po’ più di attenzione ed accortezza, anche avvalendosi del contributo di chi – come il SAPPE – rappresenta coloro che in carcere lavorano e affrontano le citate criticità 24 ore al giorno. 
      Roberto Martinelli

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