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Sindacalismo e Agenti di Custodia. Un’occasione per conoscere la nostra storia (*)


Polizia Penitenziaria - Sindacalismo e Agenti di Custodia. Un’occasione per conoscere la nostra storia (*)

Notizia del 14/05/2018

in Eravamo così...

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Scritto da: Roberto Martinelli

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(*) articolo comparso sulla Rivista Polizia Penitenziaria Società Giustizia e Sicurezza Anno IV n. 9, settembre 1997

 

Nelle scorse settimane. presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Genova si è parlato di Polizia Penitenziaria quale argomento oggetto di una tesi di laurea.

Lo ha fatto il neo dottore Paolo Benasso, seguito nelle ricerche dal Professore Franco Della Casa, relatore della tesi e da anni docente di Diritto Penitenziario presso l'Ateneo genovese di Legge.

L'elaborato, di oltre 170 pagine, esamina l'evoluzione della normativa sugli Agenti di Custodia dall'Italia post unitaria ai giorni nostri, con una compiuta analisi della Legge n. 395/90, e da esso traspare netta ed inequivocabile la necessità di valorizzare la componente custodiale del sistema carcerario del Paese per una efficiente funzionalità del sistema stesso.

Di particolare interesse sono le note storiche che riportano l'attività "sindacale" delle origini, posta in essere per rivendicare il rispetto dei diritti fondamentali, allora vera utopia. Benasso parte da una amara considerazione: se è vero che le varie problematiche del diritto penale sostanziale e procedurale sono sempre state discusse dalla dottrina e affrontate dal Legislatore con la dovuta dose di attenzione e competenza, altrettanto vero è che la questione dell'esecuzione della pena non ha mai ricevuto la stessa considerazione, determinando con ciò che l'istituzione carceraria ed il personale ivi operante sono stati retti da norme assolutamente vessatorie e mortificanti, malgrado ciò volutamente conservate col passare degli anni da tutti i Governi, da quelli post unitari fino a tempi recenti.

Risale al 1873 la storia degli Agenti di Custodia (in quell'anno, con la Legge n.1404 del 23 giugno, si regolamenta l'ordinamento del personale addetto alla custodia degli stabilimenti carcerari, una storia difficile, di uomini semplici costretti a svolgere un lavoro spesso umiliante e degradante, odiati dai detenuti e usati dal potere politico come semplici apritori di cancelli o "battitori di sbarre” ed isolati dal resto della società civile. Un lavoro scelto non certo per vocazione, ma per costrizione, in quanto ha per lungo tempo rappresentato l'unica opportunità di guadagno onesto, l'unica alternativa al crimine per tutta quella fascia di popolazione emarginata proveniente dalle zone più depresse del Paese.

Un lavoro, oltre tutto, regolamentato da norme assurde e vessatorie, che offendevano la dignità umana e professionale degli agenti.

Si pensi, ad esempio, al regolamento carcerario del 1891 che permetteva ad un agente di contrarre matrimonio a certe condizioni (solamente decorsi otto anni dal servizio a condizione che possedesse un capitale di almeno tremila lire e previa autorizzazione del Ministero dell'Interno), concedeva solo due ore di libera uscita giornaliera al personale accasermato, prevedeva una gamma praticamente illimitata di infrazioni disciplinari.

In questa situazione di profondo disagio non potevano mancare le prime voci di protesta del personale.

Nel 1906 e nel 1908 a Milano e a Roma gli agenti lamentano gli abusi di potere, i soprusi, le rappresaglie esercitate in ogni tempo e luogo dai superiori di ogni genere e formulano alcune minime rivendicazioni (tra cui la riduzione dell'orario di lavoro da dodici a otto ore giornaliere ed una giornata di libertà ogni quindici giorni) che, se soddisfatte, mitigherebbero un poco le loro bestiali condizioni di lavoro.

A queste prime rivendicazioni non segue alcun provvedimento governativo teso a migliorare le condizioni degli Agenti di Custodia che continuano così le loro agitazioni che, nel 1913 e 1914, raggiungono il culmine con proteste segnalate nelle carceri di Noto, Roma, Padova, Catania e Fossano, mentre nasce un comitato segreto degli Agenti di Custodia di Piemonte e Lombardia che invia un memoriale all'allora Ministro dell'Interno Salandra, affidandosi al suo "generoso cuore" e alla sua "innata giustizia" affinché si faccia carico dei loro problemi.

Memoriale al quale il Ministro rispose chiedendo ai Prefetti notizie riservate sull'iniziativa.

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale interrompe questa prima fase di rivendicazioni che però, a partire dal 1919, riprenderanno caratterizzate, fra l'altro, da un forte accento politico sindacale. Malgrado ciò, tali fatti sono ignorati dalle pubblicazioni ufficiali e poco considerati anche dalla stampa di sinistra.

E' di questo periodo la nascita di una federazione degli Agenti di Custodia, ma la risposta dell'Autorità Centrale è sempre la stessa: nascondere la realtà, e reprimere le proteste, chiedendo a tal fine aiuto anche alla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza.

Tale irrazionale comportamento determina ed alimenta la rabbia degli agenti che continuano le loro lotte tanto che, per garantire la sicurezza esterna degli stabilimenti penitenziari, viene chiesto l'intervento del Ministro della Guerra e l'Autorità di Pubblica Sicurezza predispone addirittura un'operazione di spionaggio all'interno degli istituti inviando agenti investigativi i quali, in divisa e con attribuzioni di Agenti di Custodia, possano mescolarsi al personale e, da un lato, accennare quali sono effettivamente gli elementi più pericolosi e, dall'alto, segnalarne in tempo i propositi.

Anche l'introduzione del Regolamento del Corpo nel 1 937 non soddisfa le rivendicazioni degli agenti.

Traspare, infatti, netto l'intento della Direzione Generale, cui non servono uomini che pensino, ma divise che eseguano gli ordini senza discutere, che vivano praticamente la stessa vita del recluso. essendo così portati ad avere fortissimi contrasti con quest'ultimo.

Ordini che fomentano quello stato di tensione e di odio fra carcerati e carcerieri necessario per poter permettere alla pena di svolgere al meglio la sua funzione repressiva.

Un aspetto particolarmente crudele del mestiere di agente di custodia era, ad esempio, il divieto sancito dall'articolo 183 del regolamento, di prestare servizio negli stabilimenti esistenti nella provincia di origine propria o della moglie, cautela usata solo per Agenti di Custodia mentre per il personale civile o per i direttori, ugualmente esposti al pericolo di illecite ingerenze esterne, nulla di simile viene stabilito.

La fine del secondo conflitto mondiale ed il conseguente crollo del fascismo determinano, nella maggior parte delle strutture amministrative dello Stato, l'avvio di alcune riforme che eliminarono gli aspetti più anacronistici e brutali dell'ordinamento autoritario, ma ciò non avvenne nel settore penitenziario.

Servizi al limite del disumano, salari da fame, rigida disciplina, basso prestigio sociale continuano ad essere le caratteristiche dell'agente di custodia della neonata Repubblica Italiana.

Anche negli anni '60 gli agenti pongono in essere forme di protesta, anche collettive, che, pur se basate ancora su obiettivi minimali, danno una forte scossa al solito immobilismo dell'amministrazione carceraria che dimostra di temere questa decisa presa di posizione degli agenti, reprimendo duramente ogni loro iniziativa.

A partire dal 1976 gli agenti torneranno a far sentire la loro voce: saranno quelli in servizio nel carcere milanese di San Vittore a dar vita a questo ciclo di proteste, incontrando il Procuratore Generale di Milano, al quale fanno presente la drammaticità della loro situazione, mettendo l'accento prevalentemente sulle carenze di organico, pericolosità ed eccessiva durezza dei servizi.

A distanza di pochi giorni segue la protesta dei colleghi di Augusta e Siracusa che si autoconsegnano in carcere.

Proteste anche estreme, in un periodo particolarmente drammatico per le carceri del Paese in conseguenza delle rivolte dei detenuti pressoché quotidiane, che determinano l'attenzione della stampa e delle forze politiche e che consentiranno, dopo una lunga gestazione, l'approvazione della riforma del Corpo del 1990, ancora insoddisfacente per una reale trasformazione della componente custodiale.

Ricorda Benasso anche le proteste corporative dei Direttori che si opponevano alla Legge n. 395/90. Quando, nel corso del seminario interprofessionale di Barga di Lucca del 1989, si delinea l'indirizzo politico di riformare l'Amministrazione Penitenziaria ponendo come prioritaria la riforma del Corpo degli Agenti di Custodia, affiorarono, da parte di quei dirigenti più intransigenti ed oltranzisti, forti riserve sul fatto che questa riforma partisse "dal basso" anziché "dall'alto", come loro avrebbero voluto, quasi a voler sottolineare che gli ingiustificati privilegi dei quali godevano finanche nei confronti degli altri dirigenti, non sarebbero mai stati scalfiti neanche da una legge dello Stato.

Ma sono le conclusioni cui giunge Benasso che evidenziano i malumori della Polizia Penitenziaria.

Scrive, infatti, che, in questi anni, i cambiamenti dei rapporti fra la classe dirigente e quella esecutiva della Polizia Penitenziaria, se mai ci sono stati, sono stati puramente formali: questa situazione è causata, in parte, da una legge che ha usato un Corpo di Polizia acefalo, poiché privo di una figura direttiva nell'ambito dello stesso Corpo, dotato di una certa autonomia ed in grado di gestire un reale coordinamento sul territorio e capace di dare impulso ad un adeguato sfruttamento delle risorse umane disponibili.

La carriera del Corpo di Polizia Penitenziaria termina, infatti, con la qualifica di Ispettore Superiore il quale è, a norma della legge n.395/90, un mero collaboratore del direttore dell'istituto.

Questo fa amaramente pensare che chi dovrebbe gestire il Corpo e promuovere lo sviluppo deve obbligatoriamente uscirne e spogliarsi dell'uniforme: quasi che il legislatore abbia voluto dire che non può una divisa come quella del poliziotto penitenziario assurgere a livelli dirigenziali, come se non ne avesse la dignità, malgrado (o a causa) dell'ingrato compito che deve svolgere.

Una affermazione, questa di Benasso, che non si può che condividere.

 

(*) articolo comparso sulla Rivista Polizia Penitenziaria Società Giustizia e Sicurezza Anno IV n. 9, settembre 1997

 

 


Scritto da: Roberto Martinelli
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Commenti Commenti dei lettori

n. 2


Credo fermamente che i proclami sindacali pubblicati su Facebook alla pagina sindacale del elegato Sappe Augusta siamo inappropriati fuori luogo fuori dal contesto sindacale. La valigia sul letto e chiave d'ottone non dovrebbero fare parte del fare sindacato almeno credo .

Di  Pensionato  (inviato il 16/05/2018 @ 14:22:39)


n. 1


Concordo in tutto , rimango sbalordito sul metodo sindacale adottato al carcere di Augusta dove un delegato sappe pubblica articolo dal titolo la valigia sul letto .

Di  Anonimo  (inviato il 14/05/2018 @ 09:35:15)




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