Novembre 2016
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Sospensione dal servizio dopo pena patteggiata di mesi dieci di reclusione: Poliziotto perde il ricorso al TAR


Polizia Penitenziaria - Sospensione dal servizio dopo pena patteggiata di mesi dieci di reclusione: Poliziotto perde il ricorso al TAR

Notizia del 28/04/2016

in Ricorsi Contenziosi Sentenze TAR CASSAZIONE

(Letto 129 volte)

Scritto da: Redazione

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

(Sezione Terza)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

ex art. 60 cod. proc. amm.;

sul ricorso numero di registro generale 462 del 2016, proposto da -OMISSIS-, rappresentato e difeso dagli avvocati Lucio Alfonso Liguori e Valentina Ferri, con domicilio eletto presso lo studio di quest'ultima, in Milano, via Podgora, 15;

contro

il Ministero della giustizia, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura distrettuale dello Stato di Milano, presso la quale ope legis domicilia in Milano, via Freguglia, 1;

per l'annullamento,

previa misura cautelare,

del provvedimento n. 0302866-2015/18372/DS08 del Ministero della giustizia - Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - Consiglio centrale di disciplina del Corpo di Polizia Penitenziaria, emesso in data 29 dicembre 2015, mediante il quale è stata disposta la sospensione dal servizio del ricorrente, nonchè di tutti gli atti preordinati, presupposti, consequenziali e comunque connessi;

nonché per il risarcimento del danno.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero della giustizia;

Visti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 13 aprile 2016 il dott. Diego Spampinato e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Sentite le stesse parti ai sensi dell'art. 60 cod. proc. amm.;

Svolgimento del processo

Con ricorso notificato il 24 febbraio 2016 e depositato il 4 marzo 2016 il ricorrente, premettendo di essere agente della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa circondariale di Bollate, impugna il provvedimento in epigrafe, con cui gli è stata irrogata la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio per la durata di mesi 6 in conseguenza della emanazione della sentenza del Tribunale di S. Maria Capua Vetere del 1 giugno 2012, n. 417, con cui, ai sensi dell'art. 444 c.p.p., è stata patteggiata una pena di mesi dieci di reclusione (pena sospesa).

Affida il ricorso ai seguenti motivi.

1. Violazione e falsa applicazione dell'art. 7 del D.Lgs. n. 449 del 1992. Il ricorrente avrebbe consegnato in data 10 aprile 2014 alla Direzione di appartenenza, brevi manu, copia integrale della sentenza del Tribunale penale di S. Maria Capua Vetere del 1 giugno 2012, n. 417; tale Direzione avrebbe poi trasmesso copia di tale sentenza agli Uffici centrali del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria con nota prot. (...) in data 11 aprile 2014; il procedimento disciplinare sarebbe poi stato avviato in data 7 agosto 2015, mentre il termine per l'avvio dell'azione disciplinare sarebbe spirato in data 30 settembre 2012 (ai sensi del comma 6 del citato art. 7). Sarebbe inoltre spirato anche il termine perentorio di 270 giorni per la conclusione del procedimento disciplinare, così come stabilito da giurisprudenza consolidata.

2. Eccesso di potere per sviamento. L'amministrazione avrebbe avviato il procedimento disciplinare a carico del ricorrente in applicazione dell'art. 5, comma 3, lett. d) e g), del D.Lgs. n. 449 del 1992; la citata lettera d) prevedrebbe la sospensione in caso di sentenza di condanna per delitto non colposo passata in giudicato. Nel caso di specie si tratterebbe di una sentenza di patteggiamento, equiparata ad una pronuncia di condanna, ai sensi dell'art. 445 comma 1 bis, c.p.p., in maniera del tutto formale, non essendovi, da parte del giudice, un effettivo accertamento della colpevolezza dell'imputato, ma un semplice controllo formale dell'accordo intercorrente tra quest'ultimo ed il pubblico ministero. Inoltre l'amministrazione giudiziaria, rappresentata nel processo penale dal pubblico ministero, avrebbe prima partecipato ad un accordo sulla pena con l'imputato, mentre ora l'amministrazione statale, nel caso di specie quella penitenziaria, disconoscerebbe quell'accordo, opponendosi allo stesso.

Il Ministero intimato si è costituito, spiegando difese nel merito e concludendo per il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente alle spese di lite.

Alla camera di consiglio del 13 aprile 2016 la causa è stata trattata e trattenuta per la decisione; in tale sede, in particolare, è stato dato avviso alle parti circa la possibilità di definire il giudizio con sentenza in forma semplificata.

Motivi della decisione

Il presente giudizio può essere definito con sentenza in forma semplificata ai sensi degli articoli 60 e 74 cpa, essendo il ricorso manifestamente infondato, essendo trascorsi almeno venti giorni dall'ultima notificazione del ricorso, non essendovi necessità di istruttoria, ed essendo stato dato avviso alle parti della possibilità di definire il giudizio con sentenza in forma semplificata.

Per una migliore intelligenza delle questioni devolute alla cognizione del Collegio, giova precisare che, dalla narrazione delle parti e dalla documentazione in atti, risulta che:

- la sentenza di cui si tratta è stata depositata il 1 giugno 2012 (allegato al ricorso sub 4), ed è passata in giudicato il 19 luglio 2012, come attestato dalla Cancelleria del Tribunale di S. Maria Capua Vetere con nota del 21 luglio 2015 (depositata dall'amministrazione in data 23 marzo 2016 sub 14);

- il ricorrente ha consegnato copia integrale di tale sentenza alla Direzione della struttura di appartenenza in data anteriore al giorno 11 aprile 2014; si legge infatti nella nota della 2^ Casa di reclusione di Milano prot. (...), datata 11 aprile 2014, che "...questa Direzione ha avuto notizia della sentenza penale soltanto di recente, mediante acquisizione di copia della medesima direttamente dall'interessato (...) questa Direzione ha provveduto a trasmettere copia della sentenza di cui sopra agli uffici del dipartimento centrale competenti in materia...";

- l'amministrazione penitenziaria ha rivolto almeno sette diverse richieste alla Cancelleria del Tribunale di S. Maria Capua Vetere, a partire dal 15 aprile 2014 (note depositate dall'amministrazione resistente in data 23 marzo 2016 sub nn. da 7 a 14);

- la Cancelleria del Tribunale di S. Maria Capua Vetere ha comunicato all'amministrazione penitenziaria l'irrevocabilità della sentenza di cui si tratta solo con la citata nota del 21 luglio 2015;

- la contestazione degli addebiti (allegato al ricorso sub 5) è stata effettuata il 7 agosto 2015, ed il provvedimento di irrogazione della sanzione è stato emesso in data 28 dicembre 2015 e comunicato al ricorrente in data 30 dicembre 2015 (allegato al ricorso sub 8).

Tanto premesso, risultano applicabili al caso di cui si tratta alcune norme del D.Lgs. 30 ottobre 1992, n. 449, recante Determinazione delle sanzioni disciplinari per il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria e per la regolamentazione dei relativi procedimenti, a norma dell'art. 21, comma 1, della L. 15 dicembre 1990, n. 395, e specificamente:

- l'art. 6, comma 4, secondo cui il procedimento disciplinare "...deve essere proseguito o promosso entro centottanta giorni dalla data in cui l'Amministrazione ha avuto notizia della sentenza irrevocabile di condanna...";

- l'art. 7, comma 6, secondo cui "Quando da un procedimento penale comunque definito emergono fatti e circostanze che rendano l'appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria passibile di sanzioni disciplinari, questi deve essere sottoposto a procedimento disciplinare entro il termine di 120 giorni dalla data di pubblicazione della sentenza, oppure entro 40 giorni dalla data di notificazione della sentenza stessa all'Amministrazione";

- l'art. 9, secondo cui "Quando l'appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria viene sottoposto, per gli stessi fatti, a procedimento disciplinare ed a procedimento penale, il primo deve essere sospeso fino alla definizione del procedimento penale con sentenza passata in giudicato".

Dispone inoltre l'art. 117 del D.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3, recante Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato, applicabile ai procedimenti disciplinari per il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria in virtù del rinvio di cui all'art. 24, comma 9, del D.Lgs. n. 449 del 1992, che "Qualora per il fatto addebitato all'impiegato sia stata iniziata azione penale il procedimento disciplinare non può essere promosso fino al termine di quello penale e, se già iniziato, deve essere sospeso ".

Dal combinato disposto delle disposizioni indicate si ricava che, quando il procedimento penale e quello disciplinare si fondano sugli stessi fatti, il procedimento disciplinare non debba essere avviato ovvero, se avviato, debba essere sospeso fino alla definizione del procedimento penale con sentenza passata in giudicato (sul punto, TAR Puglia - Lecce, Sez. III, 20 maggio 2010, n. 1208, confermata da Cons. Stato, Sez. IV, 3 maggio 2011, n. 2643); qualora invece i fatti e le circostanze rilevanti ai fini del giudizio disciplinare siano diversi da quelli di cui al capo di imputazione, il relativo procedimento disciplinare deve essere avviato entro 120 giorni dalla definizione del giudizio.

Nel caso di specie, i fatti addebitati in sede disciplinare sono gli stessi che hanno condotto alla sentenza di patteggiamento; si legge infatti nella contestazione degli addebiti (allegato al ricorso sub 5): "...Considerato che i fatti, al di la della vicenda penale, devono essere valutati sotto l'aspetto disciplinare (...) Considerato, altresì che con tale condotta l'Agente (...) mediante atti di violenza nei confronti della moglie ed alla presenza dei figli, ha rivelato mancanza di senso dell'onore e del senso morale, screditando l'immagine dell'Amministrazione...".

Ne consegue che il procedimento disciplinare non poteva essere promosso se non dal momento della comunicazione della irrevocabilità della sentenza (in tal senso, ex plurimis, Cons. Stato, Sez. IV, 5 luglio 2007, n. 3827; Cons. Stato, Sez. VI, 18 settembre 2015, n. 4350; TAR Lazio - Roma, Sez. I ter, 29 aprile 2015, n. 6181); nel caso di specie, dall'arrivo all'amministrazione penitenziaria della citata nota del 21 luglio 2015, pervenuta lo stesso giorno.

Il procedimento disciplinare risulta quindi essere stato tempestivamente promosso il 7 agosto 2015, 17 giorni dopo la comunicazione di irrevocabilità, e definito il 28 dicembre 2015, nel rispetto del termine di 270 giorni che parte ricorrente assume violato (e che peraltro viene ritenuto dalla giurisprudenza prevalente superabile nel caso di sentenze di patteggiamento: sul punto, ex plurimis, Cons. Stato, Sez. III, 3 agosto 2015, n. 3812).

Il primo motivo deve dunque essere rigettato.

Pari sorte deve seguire il secondo motivo, richiamata la giurisprudenza secondo cui le sentenze di patteggiamento ex art. 444 c.p.p. siano equiparate, anche a fini disciplinari, sulla base del combinato disposto degli artt. 445 e 653 c.p.p., a vere e proprie sentenze di condanna (ex plurimis, Cons. Stato, Sez. VI, 18 settembre 2015, n. 4350).

La domanda annullatoria deve quindi essere rigettata; conseguentemente, la legittimità del provvedimento impugnato determina il rigetto anche della domanda risarcitoria (Cons. Stato, AP, 20 maggio 2013, n. 14).

Il Collegio, sussistendo i presupposti di cui all'art. 52, comma 1, del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, reputa opportuno mandare alla Segreteria di procedere all'oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare parte ricorrente.

Il Collegio è dell'avviso che, in considerazione dell'evoluzione della vicenda, caratterizzata dalla dilatazione dei tempi del procedimento disciplinare dovuti all'abnorme ritardo con cui la Cancelleria del Tribunale di S. Maria Capua Vetere ha risposto alle reiterate richieste dell'amministrazione penitenziaria, sussistano eccezionali motivi, ai sensi degli artt. 26, comma 1, cpa e 92 c.p.c., per disporre l'integrale compensazione delle spese del presente giudizio tra le parti in causa (si rinvia alla sentenza di questa Sezione 2 febbraio 2015, n. 355, per l'inapplicabilità al processo amministrativo dell'art. 92, comma 2, c.p.c., nel testo risultante in conseguenza delle modifiche apportate dall'art. 13, comma 1, del D.L. 12 settembre 2014, n. 132, come modificato dall'art. 1, comma 1, della legge di conversione 10 novembre 2014, n. 162).

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione III), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto: a) lo rigetta; b) manda alla Segreteria di procedere all'oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare parte ricorrente; c) compensa le spese.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Milano nelle camere di consiglio del giorno 13 aprile 2016 e del giorno 26 aprile 2016 con l'intervento dei magistrati:

Ugo Di Benedetto, Presidente

Alberto Di Mario, Consigliere

Diego Spampinato, Primo Referendario, Estensore

Da Assegnare Magistrato, Consigliere


Scritto da: Redazione
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