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Trattativa Stato mafia: le annotazioni di Ciampi sulla agenda che riguardano anche i vertici del DAP


Polizia Penitenziaria - Trattativa Stato mafia: le annotazioni di Ciampi sulla agenda che riguardano anche i vertici del DAP

Notizia del 02/01/2017

in Accadde al penitenziario

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Scritto da: Redazione

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Nei primi mesi del 1993 c'era un dibatitto particolarmente acceso sul 41 bis e sulle nomine da effettuare per portare un cambio ai vertici del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria e l'ex Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, era particolarmente coinvolto proprio per ammorbidire la politica carceraria. E' questo il dato che emerge chiaramente dalla lettura delle agende dell'ex premier Carlo Azeglio Ciampi, morto di recente, ufficialmente depositate agli atti del processo trattativa Stato-mafia dopo l'invio delle fotocopie effettuato dal Quirinale alla stessa Corte d'Assise di Palermo.

Queste si riferiscono al periodo che va dal 28 aprile '93 al 10 maggio '94 per un'acquisizione che, proprio su ordinanza della Corte, è stata limitata "alle parti contenenti annotazioni riguardanti i tempi delle carceri e dei provvedimenti relativi al 41 bis", alla "sostituzione del direttore del Dap Nicolò Amato, alla nomina dei dottori Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio a direttore e vicedirettore del Dap, alle stragi mafiose e più in generale al fenomeno mafioso". E non sono mancate le sorprese. Del resto lo stesso Ciampi, interrogato dai PM il 15 dicembre 2010 (verbale anch'esso acquisito agli atti del processo, ndr), aveva suggerito di consultare “le sue agende del tempo” in quanto “oltre a riportare le annotazioni sugli accadimenti della giornata, in alcune occasioni riportavo anche mie riflessioni”.

Nello specifico sono quattro le annotazioni ritenute di particolare interesse.

Le nomine ai vertici del Dap
La prima è del 6 giugno ’93, ovvero il giorno in cui viene nominato Adalberto Capriotti al vertice del Dap al posto di Nicolò Amato. Si parla del vice e in un primo momento l'indicazione sembrava essere quella di scegliere Giuseppe Falcone, ma vertici istituzionali lo considerano “troppo duro”.

L'allora Presidente del Consiglio mette nero su bianco: “Colloquio con presidente della Repubblica Scalfaro, rappresenta preoccupazioni per il seguito della successione di Nicolò Amato alla direzione delle carceri. Conso avrebbe nominato anche un vice, troppo duro. Suggerisce che gli venga affiancato giudice Di Maggio, fa capire che è stato interessato da Parisi. Chiamo quest’ultimo che conferma quanto sopra. Chiamo allora Conso, che al contrario mi riferisce che tutto procede nel miglior modo. Gli suggerisco di mandare messaggio che politica carceraria non cambia. E’ d’accordo. Domani viene da me. Riferisco a Scalfaro tra 22 e 22.30”.

E' l'ennesima prova che Scalfaro, sentito dai magistrati sempre il 15 dicembre 2010, non ha detto il vero quando ha assicurato di non saper nulla sull'avvicendamento ai vertici del Dap.

Il 7 giugno del 1993 Ciampi parla dell'incontro con Giovanni Conso, Ministro della Giustizia, che ai magistrati aveva raccontato di aver scelto personalmente Di Maggio dopo averlo visto in tv, e che la scelta di non rinnovare oltre trecento 41 bis ai mafiosi, nel novembre di quell’anno, era avvenuta “in assoluta solitudine”. “Lo ricevo con Maccanico (sottosegretario della Presidenza del Consiglio, ndr); - scrive Ciampi - Conso conferma che successione Amato è stata accolta favorevolmente nel mondo carcerario”.

Il dibattito sul 41 bis
L'altro dato che emerge nella lettura delle annotazioni dell'ex Presidente del Consiglio è l'esistenza di due correnti sulla necessità di insistere sul 41 bis. 

Il 24 giugno del '93 (ci sono già state le stragi di via Fauro e di via dei Georgofili, ndr), Ciampi riferisce di un colloquio con il capo della Dia del tempo, Gianni De Gennaro: “Sostanzialmente fiducioso. I veri (o vari? ndr) attentati, da quelli in Sicilia dello scorso anno a Firenze, sono della stessa matrice (confermo tecniche e informativa). Continuare nella linea della fermezza”.

Due giorni dopo, però, sarà proprio il Direttore del Dap Capriotti ad inviare una circolare in cui si propongono riduzioni e revoche del carcere duro per lanciare un “segnale di distensione”.

Le bombe di Roma e Milano
L’ultima nota “sensibile” è quella della notte in cui vi furono le stragi di Roma e Milano (27 luglio 1993). Nel verbale del 2010 Ciampi rilasciò delle dichiarazioni di particolare interesse, confermando i timori di colpo di stato allora maturati. Preoccupazioni di “golpe” che si ritrovano anche nel diario. Scrive l'ex premier: “Decido di rientrare a Roma. Cerco contattare anche Scalfaro (gli parlo quando sono già in macchina); mie preoccupazioni sono accresciute dal fatto che alle 0,20 circa si interrompe funzionamento telef. con P. Chigi. Anche nel mio ufficio non funziona collegamento con centralini”. Sempre quella notte si tenne un Comitato Nazionale per la Sicurezza e il quadro che emerse allora era di assoluta inadeguatezza e confusione da parte degli apparati. Così Ciampi descrive le conclusioni drammatiche: “Dopo aver ascoltato tutti (in genere, tranne Parisi, molto deludenti) concludo in modo duro, sottolineando: A) gravità pluralità attentati contemporanei B) chiaro legame con attentati mesi fa C) non si è stati capaci di prevenire soprattutto non si è fatto alcun progresso di rilievo dopo due attentati 2 mesi fa. Gran gelo”.

Poco tempo dopo, il 10 agosto del '93, la Dia, in una nota inviata all'allora Ministro dell'Interno Nicola Mancino, parla di una strategia “per insinuare nell’opinione pubblica il convincimento che in fondo potrebbe essere più conveniente una linea eccessivamente dura per cercare soluzioni che conducano ugualmente alla resa di Cosa Nostra a condizioni in qualche modo più accettabili per Cosa Nostra”. Un documento eccezionale dove per la prima volta compare il termine “trattativa”, utilizzato per descrivere quello che stava accadendo nell'immediato post stragi, in cui si avverte che “un’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis” avrebbe potuto “rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”

Manco a dirlo, è proprio quel che accade nel novembre del '93.

 

fonte: antimafiaduemila.com

 

 


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n. 6


Nicolò Amato era una grande persona.

Di  Anonimo  (inviato il 02/01/2017 @ 18:15:35)


n. 5


Non ce l'ho con Di Maggio per l'amor del cielo, tanto più che non è tra noi.
Molti pensarono di mettere una persona moderata al posto di Amato che era più aggressivo per quei tempi.
Non mi permetterei mai di infangare la memoria di un grande magistrato.
Spero di aver chiarito

Di  ▲¾ di verità  (inviato il 02/01/2017 @ 12:45:31)


n. 4


Non desidero innescare nessuna polemica.
Le indagini più importanti di quel periodo venivano svolte a Caltanissetta (Capaci e D'Amelio).
Del resto la storia ci insegna quello che accadde successivamente negli uffici romani.

Di  ▲¾ di verità  (inviato il 02/01/2017 @ 12:38:27)


n. 3


Tre/quarti mi fai capire che nel passato non c'era solo ignoranza nella Pol. Pen.
Anzi mi complimento vivamente te!
Ho vissuto anche io quel periodo 94/98 operando nei reparti del 41 bis.

Citazione famosa di Scalfaro. "A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere di non starci".

Infatti.....fù di parola!

Di  Palermmo forever  (inviato il 02/01/2017 @ 12:26:28)


n. 2


Concordo su tutto meno che su due punti: 1) non chi era il Capo DAP all'epoca, ma chi era a condurre le indagini casomai; 2) su Francesco Di Maggio mi pare si stia cercando di far ricadere ombre che non ha avuto.

Di  Anonimo  (inviato il 02/01/2017 @ 11:56:05)


n. 1


Questa è stata una delle negoziazioni più squallide dalla nascita della nostra Repubblica. Giungere ad accordi con la mafia, per far cessare le stragi, ancora oggi per molti suona come un pugno sullo stomaco. Per me, semplicemente ripugnante. In tanti sperarono di riuscire (come chiesto dalla mafia), nella attenuazione del regime duro, al fine di non essere colpiti direttamente o indirettamente a morte.
In quel periodo notavo la spocchiosità di taluni soggetti allogati al 41 bis (o come preferisco chiamarlo io “decreto Falcone”).
La triste vicenda che porterà lo Stato a trattare con questi balordi senza Dio, dicono alcuni collaboratori, sia stata messa a punto nel 1991 nel territorio di Enna in Sicilia, a causa dell’arresto di 475 presunti mafiosi. A presiederla ovviamente “Totò u curtu” con tutta la commissione Regionale al seguito. Da lì a poco gli omicidi eccellenti tra le fila di uomini dello Stato (compresi alcuni colleghi della Polizia Penitenziaria) o come (i giudici Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ecc).

Che dire poi dei c.d. “Protocollo Farfalla” e “Rientro”. Possibile che dei magistrati "esperti" di mafia non si accorsero che Scarantino fosse un bugiardo messo lì appositamente?, e non un mafioso di elevata caratura insieme a tutte le altri evidenti incongruenze di quell'inchiesta?
Chi era in quegli anni direttore del DAP?
Ed ancora, negli anni in cui svolge tale ruolo, chi volle e propose ed acconsentì questo accordo tra DAP e servizi segreti?
Coincidenze significative.
Se solo penso a chi ancora oggi è in vita e non ha detto tutto, mi vengono i brividi solo al pensiero!

Altra questione delicata è quella sulla autenticità del papello.

E’ chiaro che ci sono state delle richieste precise da parte della mafia corleonese.
Chiamatelo papello o come volete, ma alcuni apparati dei servizi si prestarono volentieri a contrattare con gli uomini vicini a Totò Riina. La richiesta più importante senza dubbio fu quella dell’abrogazione dell’art.41 bis.
Lasciare scadere circa trecento provvedimenti fu percepito come una sconfitta, (non ultimo per la revoca dell’isolamento di Riina).
Sconfitta e sgomento, soprattutto per chi in quel periodo operava in quei reparti detentivi. Come non ricordare il giugno del 1993. Il ministro Conso rimuove Nicolò Amato, (contrario alla trattativa), da direttore del DAP e nomina vice direttore Francesco Di Maggio.
Le “pressioni di alcuni personaggi”, la richiesta fatta da Salvatore Borsellino molti anni dopo (fratello del magistrato Paolo) al Presidente Napolitano, al fine di rendere pubbliche le intercettazioni fra lo stesso PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA e Nicola Mancino, poi andate distrutte su “ordine” della Corte Costituzionale in merito al ricorso presentato dal Quirinale, contro la Procura di Palermo per conflitto di attribuzione.
Si potrebbero scrivere fiumi di parole in tal senso, ma ciò che mi preme di più, sono i tentativi al DAP che certa politica ha fatto e sta cercando di fare per favorire la “dissociazione” DEI MAFIOSI a costo zero, senza cioè che il pentito collabori (a cui si sono opposti tra gli altri il magistrato Alfonso Sabella e il giudice Sebastiano Ardita che stimo tantissimo come uomo e come magistrato).
Come non ricordare stamattina, l'indulto voluto da Mastella nel 2006, esteso ai reati di tipo mafioso, diversi da quelli associativi (ma compresi per esempio il voto di scambio e i delitti propedeutici alla commissione di quelli più gravi). Infine la legge del secondo governo Berlusconi che stabilizzò il 41-bis, rendendone di fatto più facili le revoche la dice lunga sul nostro assetto Politico-Giuridico-Istituzionale.
Infine,
Auguro ai pm, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene, affinchè possano finalmente mettere la parola fine a tutta questa storia. Soprattutto che il frutto del loro massacrante lavoro di questi lunghi anni, possa finalmente far tacere senza ombra di smentita le malelingue, che talvolta si annidano nelle Istituzioni.

Buon inizio 2017 grande SAPPE.

Di  ▲¾ di verità  (inviato il 02/01/2017 @ 11:42:53)




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