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Tristi sono coloro che dimenticano i propri morti


Polizia Penitenziaria - Tristi sono coloro  che dimenticano  i propri morti

Notizia del 07/02/2011

in Il Pulpito

(Letto 2792 volte)

Scritto da: Giovanni Battista De Blasis

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"Il più terribile dei mali dunque, la morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c’è, e quando essa sopravviene noi non siamo più. Essa non ha alcun significato né per i viventi né per i morti, perché per gli uni non è niente, e quanto agli altri, essi non sono più.” (Epicuro)
Sembra ispirata dal modus vivendi del DAP questa frase scritta da Epicuro tre secoli prima di Cristo.
O, meglio, sembra proprio che il modus operandi del Dap, rispetto alla morte, sia ispirato all’epicureismo.
Per i nostri dirigenti, infatti, non ha alcun significato la morte di un proprio dipendente, o di un suo prossimo congiunto, perché “...quando Loro ci sono la morte non c’è  e quando essa sopraggiunge Loro non ci sono più ...”.
E poco importa se il defunto è un Eroe, un povero cristo o una vittima sacrificale, “...quando c’è la morte Loro non ci sono.”
Più volte il mio amico Nuvola Rossa ha scritto su questa triste abitudine dei nostri vertici di non celebrare i propri defunti  e, quando arriva Natale, aumenta il rammarico ed il dolore per gli onori negati alla memoria del nostro caro collega Montalto.
Di recente, purtroppo, ho avuto modo di imbattermi un paio di volte con il deplorevole cinismo del nostro dipartimento.
Due cari amici e colleghi, Giovanni Battista Durante ed Umberto Vitale, hanno avuto la disgrazia di perdere la mamma, a breve distanza l’uno dall’altro.
Nessuna rappresentanza del Corpo alle esequie della madre del primo, Commissario di Polizia Penitenziaria e, nemmeno a dirlo, nessuna rappresentanza del Corpo al funerale della madre del secondo, Ispettore Superiore di Polizia Penitenziaria anche lui.
Nel secondo caso, in particolare, la deplorevole mancanza di onori da parte della nostra amministrazione è stata ancora più eclatante, non perché il mio amico Umberto fosse più meritevole degli altri, ma perché anche il padre, marito della defunta, è stato un Agente di Custodia , e per quarant’anni.
Quarant’anni della propria vita dedicati all’amministrazione penitenziaria che sommati con i trentacinque del figlio Umberto fanno settantacinque anni al servizio del Corpo che, purtroppo, non sono stati sufficienti per acquisire il diritto ad una piccola rappresentanza in divisa che rendesse onore alla salma della propria congiunta.
Ma non basta nemmeno questo, a rendere ancora più amara l’ingiustificabile assenza della nostra amministrazione è stata la presenza di una rappresentanza in divisa della Guardia di Finanza perché il fratello di Umberto, Antonio, è un Maresciallo della GdF e Loro rispettano ed onorano i propri morti.
I funerali, sono pratiche rituali che più di altre, esprimono e comunicano l’identità di coloro che vi partecipano, evidenziano in modo particolare la cultura del nucleo familiare, sociale e professionale  direttamente interessati al decesso.
E’ evidente che i nostri dirigenti non sono per nulla interessati ai nostri morti. 
(Tristi sono coloro che dimenticano i propri morti.)
Eppure non abbiamo a che fare con dirigenti anonimi e di passaggio nelle stanze del potere del palazzone di Largo Daga.
Lì sono assisi gli stessi personaggi da decenni; personaggi che hanno scienza e coscienza di quello che accade; personaggi che possono decidere quello che vogliono senza rendere conto a nessuno (se non alla propria coscienza); personaggi che conoscono vita, morte e miracoli di chiunque; personaggi che, però,  alla fine scelgono di inviare il solito telegramma...
Personaggi che pensano di avere la coscienza pulita soltanto perché non la usano mai, personaggi che si nutrono di nichilismo e che lo dispensano a piene mani a tutti i più stretti collaboratori.
Personaggi  che hanno replicato se stessi (come una partenogenesi) fino a creare e consolidare un apparato chiuso, insensibile ed autoreferente che vede solo se stesso, pensa solo a se stesso e soddisfa solo se stesso.
Dante mi risponderebbe: “...vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare.”
Ed io non mi dimando più nulla, ormai, ma sono incazzato ... sono molto incazzato.

Scritto da: Giovanni Battista De Blasis
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