Novembre 2016
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Ucciardone:170 anni e li dimostra tutti.


Polizia Penitenziaria - Ucciardone:170 anni e li dimostra tutti.

Notizia del 30/09/2010

in Reportage

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Scritto da: Redazione

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La realizzazione del carcere dell’Ucciardone fu assai lunga e complessa e l’iter burocratico ebbe praticamente inizio ben 28 anni prima dell’inaugurazione della struttura, che avvenne l’11 aprile 1840, quando  399 detenuti vennero definitivamente tradotti dal carcere della Vicaria, ormai in pessime condizioni strutturali che igienico sanitarie, alla Grandi Prigioni Centrali o Vicaria Nova (così veniva chiamato inizialmente l’Ucciardone dai Borboni).
Il nuovo carcere venne edificato fuori dalla cinta muraria della Città di Palermo, verso Monte Pellegrino , in una località che al tempo della dominazione Angioina era coltivata a cardi spinosi per il pascolo dei bovini.
I francesi chiamavano quei cardi Les Chardons; il popolo palermitano  s’impadronì del termine, lo corruppe e chiamò quel luogo Lu Sciarduni, per arrivare finalmente a L’Ucciardone denominazione che è rimasta ed è entrata nella nomenclatura stradale della città di Palermo.
Le Grandi Prigioni vennero considerate, all’epoca, una delle più avanzate strutture carcerarie d’Europa, paragonabili soltanto alle carceri di Filadelfia (U.S.A.). Il criterio di costruzione dell’Ucciardone, infatti, si ispirava alle nuove concezioni che si andavano affermando nel campo del diritto penale (Cesare Beccaria, Filippo Volpicella, ma anche del giurista palermitano Tommaso Natale).
La pietra necessaria per costruire il maestoso edificio fu cavata dalla tenuta Terre Rosse appartenente ai Baroni Lanza di Trabia. Gli enormi buchi, furono successivamente trasformati in un giardino all’inglese che è ancor oggi uno degli angoli più belli di Palermo.
Nel Bagno di Espiazione delle Grandi Prigioni di Palermo venne assegnato il seguente personale:
• 1 Comandante di 1^ classe con ducati 25 al mese di soldo;
• 1 Meritorio con ducati 4;
• 1 Cappellano con ducati 16;
• 1 Comite con ducati 13;
• 2 Algozini con ducati 10 per ciascuno;
• 12 Custodi con ducati 9 per ciascuno;
L’Ucciardone è conosciuto in tutto il mondo, alla stregua di carceri come Sing Sing o Alcatraz, e rappresenta nell’immaginario collettivo, il carcere per antonomasia.
Nel corso dei suoi 170 anni di vita, all’interno del carcere borbonico sono stati commessi i più biechi misfatti (l’omicidio di Gaspare Pisciotta, l’omicidio di Vincenzo Puccio) e dal suo interno, tante volte, è partito l’ordine di eliminare qualcuno. Omicidi eccellenti i cui mandanti non sono stati mai scoperti e sui quali non è mai stata fatta piena luce tranne che in qualche caso, grazie alla collaborazione dei pentiti di mafia, come nel caso dell’omicidio dell’Assistente di Polizia Penitenziaria Giuseppe Montalto. 
Giuseppe Romano
 
3 dicembre 2008 – La Repubblica
(Autore Europarlamentare del PRC Giusto Catania)
 
L’ Ucciardone, la vecchia fortezza borbonica diventata carcere nel 1832, anche per le sue caratteristiche strutturali è inadeguata a ospitare detenuti. è un edificio imponente e affascinante. I fusti delle magnolie secolari rendono quasi bucolico l’ ampio atrio attorno al quale si diramano a raggiera, a mo’ di panopticon, le torri, i bracci con le celle dei detenuti, i cui piani sono costellati da robuste sbarre alle finestre. Ho visitato la casa circondariale guidato dal direttore e dalla commissaria della polizia penitenziaria. Il direttore è un uomo gentile che conosce uno per uno i detenuti. La commissaria è una donna dai tratti dolci e decisamente incompatibili con le caratteristiche letterarie dei carcerieri. Non è la prima volta per me all’ Ucciardone. Stavolta l’ iniziativa si inserisce nell’ ambito della campagna internazionale per l’ abolizione dell’ ergastolo che dal primo dicembre è ricominciata con lo sciopero della fame a staffetta dei detenuti. Per tale ragione ho scelto di visitare i detenuti sottoposti al regime di «fine pena: mai» rinchiusi all’ Ucciardone. Le condizioni di detenzione sono pessime. La casa circondariale non rispetta affatto gli standard previsti dal regolamento carcerario in vigore dal giugno 2000: non esistono le docce nelle celle, anzi tutti si lamentano del pessimo funzionamento dell’ unica doccia situata in fondo al corridoio, il freddo traspira dalle robuste mura, l’ umidità mangia le ossa, le celle non sono riscaldate. Mancano i corsi di formazione e la possibilità di studio. Tutti sanno (detenuti, direttore e forze di polizia) che in realtà la struttura non avrebbe le caratteristiche, formali e legali, per ospitare ergastolani. Eppure ne incontriamo sei. Hanno tutti voglia di parlare: «Io voglio pagare per i reati che ho commesso - ci dice un ragazzo con uno smaccato accento napoletano - ma vorrei essere recuperato nella società. Con l’ ergastolo sono condannato alla pena di morte dentro questa cella». 
Ormai, la vecchia fortezza borbonica non è più il Gran Hotel Ucciardone, il luogo dove i mafiosi potevano continuare a comandare inviando ordini verso l’ esterno. Il carcere indurisce gli animi, ma da queste celle traspaiono tratti di umanità straordinari: è la storia di un vecchio signore che, dopo 43 anni di carcere, sogna di poter passeggiare per le strade del suo paesino, situato tra le pendici dell’ Etna e il mar Ionio, tenendo per mano la sua nipotina. Una persona che ha evidentemente perso il contatto con la realtà e che si diletta nella pittura. Ci mostra i suoi disegni: ha una mano ferma e una propensione al ritratto. «Questa è mia nipote». Ci passa dalle sbarre della cella un cartoncino arrotolato: «Mi piacerebbe inviarle questo ritratto». Ma non può farlo perché le disposizioni ministeriali impediscono la trasmissione di disegni all’ esterno: potrebbero esserci messaggi cifrati. Nonno Nino, così lo chiamano tutti, è un artista interessante. Un vecchietto apparentemente innocuo, condannato per vari omicidi dentro le carceri. Ha scontato una pena lunghissima ma, tuttavia, sembra destinato a dover terminare i suoi giorni nella cella umida dell’ Ucciardone. La sua storia descrive l’ assurdità della detenzione permanente, racconta l’ orrore di una pena di morte, lenta e inesorabile, da consumare dopo aver perso le speranza di potersi redimere. Dal primo dicembre è ricominciata la protesta degli ergastolani in tutte le carceri italiane per chiedere che venga discusso il disegno di legge presentato da Maria Luisa Boccia per l’ abolizione dell’ ergastolo. Intanto, settecento detenuti, ergastolani di diverse carceri italiane, hanno avviato un ricorso alla Corte europea per i diritti dell’ uomo di Strasburgo. Settecento ricorsi individuali per denunciare collettivamente il fatto che l’ ergastolo, che in altri Paesi europei non esiste, rappresenta una violazione dei diritti fondamentali e del principio costituzionale secondo il quale la pena deve avere esclusivamente un carattere rieducativo.
 
STORIE DI TUTTI I GIORNI
Dopo la cronaca giornalistica,
ecco la cronaca reale
 4 agosto 2010 – Relazione di Servizio (cronaca in prosa)
(Autore Un Assistente Capo della Polizia Penitenziaria)
 Alle ore 15.30 prendevo in consegna l’intero istituto, dopo pochi minuti venivo avvisato, dal collega preposto in una delle nostre sezioni, che un detenuto era affetto da “appendicopatia”, giungevo subito sul posto, ed unitamente al medico si valutava la condizione del detenuto stando in attesa di ulteriori analisi, per valutare meglio se vi erano i presupposti dell’art. 17 O.P.
Mentre eravamo impegnati in questa emergenza, il collega di un’altra sezione ci allertava sullo stato di salute di un altro detenuto. Pertanto unitamente al Medico ed ai due infermieri prontamente intervenivamo;  il detenuto presentava segni di “insufficienza respiratoria”e, nonostante la terapia medica infusionale e l’ossigenoterapia praticate, persisteva la sintomatologia dispnoica. Viste le condizioni cliniche critiche del detenuto, iniziate le manovre del BLS da parte del personale sanitario, visti i presupposti dell’art. 17 O.P., il Medico mi chiedeva di allertare la centrale operativa del 118, sempre nel contempo avvisavo l’A.D. e  il Comandante di Reparto che giungevano sul posto. Si lascia immaginare che in quel momento vi si trovavano in servizio in tutto l’istituto appena 25 unità di Polizia Penitenziaria (a fronte delle 45 previste) a causa della cronica carenza  di Agenti. Composta la scorta con n° 3 unità, (solo DIO può capire i posti che ho dovuto scoprire per fronteggiare l’emergenza), si inviava il detenuto presso il reparto di rianimazione di un locale Nosocomio, accompagnati da una nostra autovettura, consegnando anche al capo scorta un telefonino di servizio. Specifico ciò, per far capire il seguito. A questo punto si ritorna all’emergenza precedente, laddove  valutate da parte del sanitario le ultime analisi, lo stesso mi chiedeva di allertare nuovamente la centrale operativa del 118 poichè vi erano anche qui i presupposti dell’art. 17 O.P.; di conseguenza anche in questo caso ho dovuto scoprire ulteriori posti di servizio, cercando di ridurre al minimo il rischio della sicurezza dell’intero istituto. Tutto ciò è stato possibile soltanto grazie alla piena disponibilità di due colleghi preposti all’ufficio matricola, nonchè di un altro del locale spaccio e di tutto il personale operante in quel turno. Purtroppo, giunti al momento di utilizzare un altro automezzo dell’amministrazione, per accompagnare anche in questo caso l’ambulanza si scopre che non vi sono altri mezzi a disposizione tanto che,  d’accordo con il collega degli autisti della A.D., deve essere utilizzato l’automezzo a targa civile. Ma le disgrazie non vengono mai da sole e si pone infine il problema di quale  telefonino possa essere fornito al capo scorta visto che ne abbiamo solo uno ed è stato utilizzato per la prima emergenza.
Interviene in nostro aiuto la buona vecchia arte d’arrangiarsi e così ci siamo messi d’accordo con il capo scorta che avevo individuato, in questo modo: lui mi faceva delle brevi chiamate con il telefonino personale, io gli dicevo di staccare e lo richiamavo con il telefono dell’istituto, ed altre volte per avere notizie lo chiamavo direttamente.
 Nel frattempo, e scendendo nei particolari, si evidenzia che  alcuni componenti delle due scorte, visto l’orario di uscite delle ambulanze, non hanno potuto cenare, considerando la carenza cronica del personale sia in quel momento, che sempre, non è stato possibile mandare il cambio. Sempre di comune accordo con la scorta, ho fatto pervenire dei panini imbottiti prelevati dalla locale M.O.S.. Con quale mezzo ho fatto arrivare i panini alle scorte? Ad una scorta una volta rientrato l’autista dopo il ricovero ha portato i panini ai colleghi con la propria autovettura per fine turno, mentre per l’altra scorta è venuto a prelevarle l’autista con il mezzo dell’amministrazione nel frattempo che il ricovero non era ancora avvenuto.
Tutto questo, ovviamente, è stato portato a buon fine grazie alla collaborazione di tutti i colleghi che si trovavano in quel turno.
...E quello che non si è potuto scrivere nella relazione di servizio:
Dopo tutto pensate che sia finita qui?
Nemmeno per sogno perché nel frattempo arrivano nuovi giunti, accadono problemi vari in tutto l’istituto ecc.ecc. 
Allora mi domando cosa deve fare di più un Assistente Capo?
Perchè da Roma non interviene nessuno sulle condizioni critiche dell’istituto? Alla fine del turno di servizio come coordinatore della Sorveglianza Generale sono crollato fisicamente e mentalmente, tanto che il giorno seguente sono dovuto ricorrere alle cure del sanitario. Inoltre per il turno notturno seguente mi avevano incaricato nuovamente della Sorveglianza Generale.
Mi domando come mai nessuno si impegna ad elogiare il lavoro che viene svolto all’interno dell’Ucciardone, da parte degli Assistenti.
Per finire mi farebbe tantissimo piacere se si parlasse di noi sia sul blog che sulla rivista, anche per dare qualche merito a tutti i colleghi dell’Ucciardone,  che in questo periodo stanno attraversando una profonda crisi con aumento di detenuti e poco personale di qualsiasi qualifica.
Lettera firmata
 
 
Cerchiamo di capire meglio di che cosa stiamo parlando.
 
Chi è l’Assistente Capo ?
Assistente Capo, assume la qualifica dopo quindici anni di servizio, 110,50 di parametro stipendiale (ex quinto livello retributivo, ex quinta qualifica funzionale), carriera esecutiva, circa 1600 euro di stipendio e nessuna speranza di progressione in carriera fino alla pensione, perché all’apice del proprio ruolo.
Nella catena di comando della Polizia Penitenziaria sono sovraordinati gerarchicamente all’Assistente Capo ben tre qualifiche del ruolo dei sovrintendenti, cinque qualifiche del ruolo degli ispettori e quattro qualifiche del ruolo dei commissari (senza tener conto degli ufficiali del disciolto Corpo degli Agenti di Custodia e dei direttori e dirigenti dell’amministrazione penitenziaria).
In altre parole, sopra all’assistente capo (per qualifica, profilo professionale e stipendio) sono previste dodici figure professionali (sempre senza tener conto degli ufficiali del disciolto Corpo degli Agenti di Custodia e dei direttori e dirigenti dell’amministrazione penitenziaria).

Ma all’Ucciardone, di notte, comanda un Assistente Capo ! 


Scritto da: Redazione
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