Gennaio 2017
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Camere Penali: per ristabilire lo Stato di diritto, no al 41-bis e no all''ergastolo ostativo

Polizia Penitenziaria - Camere Penali: per ristabilire lo Stato di diritto, no al 41-bis e no all''ergastolo ostativo


Notizia del 05/07/2016 - ROMA
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Dà fastidio chi vuole ristabilire lo Stato di diritto. Le polemiche di questi giorni, sulle dichiarazioni del sottosegretario alla Giustizia, Gennaro Migliore, in merito al 41 bis dell'ordinamento penitenziario, ci fanno comprendere che l'apparato giustizialista è pronto a contrastare l'impegno del ministro Orlando ad attuare quella rivoluzione culturale necessaria per modificare l'esecuzione penale nel nostro Paese.

All'indomani della visita del sottosegretario alla casa circondariale de L'Aquila, Il Fatto Quotidiano ed esponenti del Movimento 5 Stelle, hanno colto l'occasione per ribadire che il "carcere duro" non si tocca e si è tornati a parlare di trattative Stato-mafia, in quanto "ammorbidire il carcere duro, attraverso la scusante (!?) dei diritti fondamentali dell'uomo, è una manovra già vista in passato". L'onorevole Migliore ha immediatamente chiarito che le sue affermazioni sono state travisate, definendo l'articolo, pubblicato in prima pagina e con grande evidenza dal quotidiano, tendenzioso e inqualificabile e le affermazioni e gli attacchi politici, pretestuosi. Oggetto della disputa animosa, in realtà, non è l'abolizione o la riforma del 41 bis, ma le prospettive di un politico che vorrebbe il rispetto dei principi costituzionali e l'applicazione della norma così come è scritta. Non a caso, un quotidiano locale, nel riportare la notizia, raccoglieva le dichiarazioni dell'altro sottosegretario Federica Chiavaroli, che usciva dalla casa circondariale "molto provata" per quello che aveva visto. Il giornalista de Il Fatto Quotidiano non si è preoccupato d'indagare sulle ragioni di quelle dichiarazioni - tra l'altro in parte smentite dal sottosegretario Migliore - ma ha voluto attaccare il Governo definito "del carcere molle", contrapponendo detto termine a "carcere duro".

Un umorismo fuori luogo, perché innescato dalle sofferenze altrui. I detenuti, infatti, per alcuni opinionisti, sono carne da macello e quelli che subiscono il regime previsto dall'art. 41 bis devono essere, ancor di più, abbandonati al loro inarrestabile declino fisico e psichico.

Solo uomini liberi, che non sono alla ricerca del facile consenso elettorale o di una platea di lettori, possono criticare le modalità con cui viene espiata la condanna in regime di carcere duro. Tra questi certamente gli avvocati. Ma, per tutti, citiamo Papa Francesco, che toccando i temi fondamentali del sistema penale, in modo coraggioso e schietto, senza alcuna possibilità di fraintendimento, con un monito straordinario per le coscienze, la politica e gli operatori del diritto, ha affermato che le condizioni di detenzione carceraria devono rispettare la dignità umana del detenuto e, infine, che le carceri di massima sicurezza per "certe categorie di detenuti" rappresentano "a volte forme di tortura". E vera e propria tortura viene definita la detenzione al 41 bis, nel rapporto della commissione straordinaria per la "Tutela e la promozione dei diritti umani", presieduta dal senatore Luigi Manconi.

Il sottosegretario Migliore ha fatto riferimento ai lavori degli Stati generali dell'esecuzione penale, voluti dal ministro Orlando per riformare l'ordinamento penitenziario. Un percorso di studio che ha coinvolto, in 18 Tavoli tematici, più di duecento esperti del settore, per circa un anno e che ha avuto ad oggetto anche il regime detentivo al 41 bis. Nell'atto finale, elaborato dal Comitato Scientifico, si afferma che laddove non sussista alcuna esigenza d'impedire la comunicazione tra il detenuto e la criminalità organizzata, la limitazione all'esercizio dei diritti acquisterebbe unicamente un valore afflittivo supplementare, rispetto alla privazione della libertà personale, come tale incompatibile con la funzione rieducativa della pena, per come delineata nell'art. 27, comma 3 della Costituzione.

Bisognerebbe ammettere - e sarebbe ora che qualche fonte qualificata lo dica pubblicamente - che il carcere duro ha anche una finalità investigativa, quella di "costringere" a collaborare. Ma l'uomo, con la sua individualità e la sua dignità personale, va sempre rispettato anche se condannato per atroci crimini. È questo un valore fondante ed imprescindibile di ogni sistema sociale, che, a maggior ragione, deve essere ricordato ed attuato nel sistema penale, che può dirsi degno di questo nome solo se opera in ragione ed all'interno di un corpus di regole che rispettino una legalità sostanziale e non solo formale. Principi a volte scomodi e spesso non compresi e impopolari, ma il giustizialismo non porta ad alcuna sicurezza sociale e coltiva solo le paure dell'opinione pubblica... 

La circostanza che il decreto di applicazione del 41 bis sia disposto dal ministro della Giustizia, anche a richiesta del Ministro dell'Interno, ne aumenta il suo presunto valore di difesa sociale agli occhi dell'opinione pubblica. Va affidato al solo Giudice il potere di applicazione del regime differenziato, su richiesta della Procura della Repubblica, nel contraddittorio delle parti. Si abbia, dunque, il coraggio di affermare che il 41 bis va riformato, perché oggi - non più regime provvisorio, dovuto all'emergenza - rappresenta la debolezza di uno Stato che, non riuscendo a garantire il divieto di comunicazioni tra l'interno di un carcere e l'esterno, ricorre a sopprimere la dignità dell'individuo, umiliandolo e auspicando la sua collaborazione. Strumenti questi indegni di un Paese civile.

Le Camere Penali lo sostengono da sempre, come auspicano che finalmente venga abolito l'ergastolo ostativo. Gli Stati generali dell'esecuzione penale sono giunti a questa conclusione ed ai tavoli erano presenti tutti i rappresentanti del mondo giudiziario. Restano, su questi temi, purtroppo, l'assordante silenzio dell'Associazione nazionale magistrati e l'informazione scandalistica. Entrambe contribuiscono al disorientamento dell'opinione pubblica e minano la crescita culturale del nostro Paese che dovrebbe, invece, essere in linea con i principi costituzionali e le direttive europee.

Il Dubbio - di Riccardo Polidoro: Responsabile Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali italiane

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