Gennaio 2017
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Carcere di Bari, i boss di dividono i padiglioni con Agenti corrotti: dichiarazioni del pentito trai i più attendibile

Polizia Penitenziaria - Carcere di Bari, i boss di dividono i padiglioni con Agenti corrotti: dichiarazioni del pentito trai i più attendibile


Notizia del 03/03/2016 - BARI
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Racconta di come «il reggente» del clan in carcere venisse scelto in base al grado di affiliazione. Parla della pax mafiosa nelle diverse sezioni. Giuseppe Simeone, il pentito che con le sue dichiarazioni ha portato all’arresto di Franco Diomede e di altri quattro estorsori del quartiere Carrassi, questa volta svela come i clan cerchino di esercitare il proprio potere anche dietro le sbarre, nell’istituto penitenziario di Bari. Il pentito, in carcere da novembre con l’accusa di aver ordinato l’omicidio di Cristian Midio, è considerato uno dei collaboratori di giustizia più attendibili, capace di rendere dichiarazioni non solo sul suo clan, quello dei Diomede, ma anche su altre organizzazioni criminali della città

Rispondendo alle domande di Roberto Rossi, pubblico ministero della Dda, e parlando della vita in carcere racconta: «Di regola la prima sezione o la quarta sezione è in mano ai Capriati, se c’è uno dei Capriati oppure in mano ai Diomede... infatti l’ho fatto anche io il responsabile per un periodo a Bari. Avendo gradi molto elevati anche, ti fanno fare il responsabile di sezione, cioè che saresti quello che devi mettere la pace o la tranquillità oppure dire: “Quello è un infame”, dare sempre l’ok a ogni situazione che succede e cercare di evitare le discussioni stupide, queste cose qui... prendere i ragazzi se si sono litigati in cella, diciamo devi garantire un ordine generale della sezione».

Il referente di ogni sezione, racconta il pentito, veniva scelto sulla base del grado di affiliazione. Simeone racconta anche di come talvolta i clan cerchino «l’unione per non fare discussione». «Per esempio – aggiunge – stava un Capriati al secondo piano e un Diomede al primo. Insieme decidevano e insieme facevano». Le dichiarazioni di Simeone sono state depositate nel procedimento in cui i principali imputati sono due agenti della Polizia Penitenziaria, arrestati nel giugno del 2013 con l’accusa di aver introdotto in carcere oggetti personali vietati dal regolamento. Un’inchiesta destinata ad allargarsi.

Simeone racconta come riuscire a far arrivare droga oltre le sbarre rappresenti un titolo di merito tra i detenuti. «In carcere - dice Simeone - la cosa che entra di più è l’hascisc. Quindi uno già che riesce ad avere questo canale, in carcere riesce a farsi amare da tutti. Anche uno spinello in carcere, chissà che cosa gli hai dato a un detenuto, quindi quello è subito pronto na stare dalla tua parte; oppure anche lui stesso si fa presente per qualsiasi cosa, si presta».

Al pentito gli agenti della sezione di pg della polizia mostrano alcune fotografie. E lui riconosce Giuseppe Altamura, soprannominato “Cartellimo rosso”, uno dei due agenti arrestati due anni fa. Simeone racconta di un regalo, alcuni profumi, che il pregiudicato Vincenzo Zonno gli diede in carcere. Ad assistere alla scena c'era “Cartellino rosso”. «No, parla tranquillo, non ti preoccupare, è
 roba nostra questo», avrebbe detto Zonno a Simeone. Che rispondendo ancora al pm, chiarisce: «”Cartellino rosso” non è un affiliato, però è una guardia, però è come un amico, come devo dire? Un amicone, uno che tu ci tieni; però in quei contesti si capisce che tu ci tieni perchè alla fine è colui che ti fa stare bene, ti porta delle cose, delle agevolazioni in carcere, chiavette, cose che tu non puoi avere».

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