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Carcere di Regina Coeli: breve storia urbanistica del carcere di Roma

Polizia Penitenziaria - Carcere di Regina Coeli: breve storia urbanistica del carcere di Roma


Notizia del 05/10/2013 - ROMA
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La storia del carcere di Regina Coeli è un episodio curioso dell'urbanistica romana: fu costruito al posto del quartiere residenziale previsto dal Piano Regolatore del 1873, in una posizione "fuori porta", che in pochi anni sarebbe divenuta centralissima.

Il progetto del Morgini utilizzava un tipo di edilizia carceraria in uso all'inizio del secolo XIX, costringendolo però nel recinto del monastero seicentesco di Regina Coeli. Il carcere nasceva in una posizione sbagliata, fuori dalle previsioni del Piano, utilizzando un modello architettonico già desueto per l'epoca. La dimensione ristretta delle celle, l'assenza di servizi igienici, lo scarso spazio per l'ora d'aria, l'alta densità dei detenuti e la posizione centrale resero subito la struttura inadeguata.

Evidentemente la nuova capitale dello Stato sabaudo aveva bisogno di strumenti di repressione e Regina Coeli ne divenne un simbolo. Quaranta anni dopo, alla fine degli Anni '20, il governatorato di Roma affidò a Marcello Piacentini l'incarico di progettare al posto del carcere, considerato inadeguato e disumano, un arioso quartiere delle Accademie. Il progetto, di cui esiste un grande plastico dentro Palazzo Corsini, prevedeva un asse urbano da Piazza della Chiesa nuova fino alla sommità del Gianicolo, e alcune demolizioni sull'altra sponda del Tevere, tra vicolo della Moretta e via Giulia. Quel progetto venne inserito nel Piano Regolatore di Roma del 1931. Come spesso avviene in Italia, le previsioni furono attuate solo in parte: avviato lo sventramento lungo via Giulia, la demolizione del carcere rimase disattesa fino all'inizio della guerra. Arriviamo pertanto al dopoguerra e al completo oblio del problema. Da allora sono state fatte alcune modifiche, l'aggiunta di servizi igienici, la modificazione di alcune celle.

a, nonostante tutto, il carcere continua a ospitare detenuti. Ormai fatiscente, con alcuni bracci inagibili e chiusi, l'edificio - già ritenuto disumano da un regime che non brillava per il rispetto dei diritti umani - è sopravvissuto alla guerra, alla lunga egemonia democristiana, alle giunte rosse di Roma, al centro sinistra di Craxi, al pentapartito, a Rutelli, ai Giubilei, a Veltroni e infine ad Alemanno. In questi anni sono passati al governo della città e del Paese tutti i partiti della prima e della seconda Repubblica, ma nessuno si è mai posto il problema umano e urbanistico di Regina Coeli. Speriamo che oggi l'amministrazione comunale decida, una volta per tutte, di chiudere definitivamente il carcere. Una volta spostati i detenuti in una nuova struttura, sono possibili diverse soluzioni: dal restauro dell'edificio, alla sua demolizione parziale o totale.

È necessario però un progetto che continui il processo formativo del tessuto urbano, interrotto dalla costruzione della prigione, un intervento in grado di continuare la città storica - senza imitarla - attraverso il linguaggio contemporaneo dell'architettura. Il laboratorio di Lettura e Progetto dell'Architettura (LPA) della Sapienza, diretto da Giuseppe Strappa, da alcuni anni ha avviato una ricerca sul progetto di trasformazione del carcere: nella sede di Valle Giulia della Facoltà di Architettura è aperta al pubblico una piccola mostra delle ipotesi progettuali elaborate nell'ambito del Dottorato di ricerca in Architettura e Costruzione.

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