Febbraio 2017
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Carceri belghe piene di terroristi: non sanno più dove metterli

Polizia Penitenziaria - Carceri belghe piene di terroristi: non sanno più dove metterli


Notizia del 18/04/2016 - ESTERO
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Le carceri belghe non riescono a ospitare tutti i terroristi. Sindacati in allarme: mancano strutture e competenze adatte. Dopo gli attacchi del 22 marzo che hanno colpito Bruxelles, il Belgio più che il Paese del surrealismo sembra quello dell'allarmismo. Ogni giorno qualcuno denuncia un pericolo, una mancanza, un errore, un'inefficienza. Così oltre alla bufera che ha colpito la ministra dimissionaria dei Trasporti belga, Jacqueline Galant, dopo gli scioperi dei controlllori di volo di Zaventem e la pubblicazione di due rapporti riservati della Commissione Ue - che nel 2011 e 2015 hanno rilevato "gravi carenze" nella sicurezza degli aeroporti belgi - ignorati dal governo, ora a preoccupare sono le denunce che da un paio di giorni arrivano dalle guardie carcerarie: "Nelle prigioni di Bruxelles ci sono troppi jihadisti e il sistema penitenziario belga non è attrezzato per accogliere questo tipo di criminali".

Ci sono troppi terroristi per esempio nella prigione di Forest, dove è stato rinchiuso Mohamed Abrini - "l'uomo col cappello" dell'attentato all'aeroporto di Zaventem - e dove si trova anche Osama Krayem, il 'quarto uomò visto con Khalid El Bakraoui nella metro poco prima dell'esplosione a Maelbeek. "C'è un sovraccarico di lavoro, il personale non è formato e la prigione non è adatta", ha spiegato Cosimo Agostino, delegato del sindacato Csgp e guardia carceraria a Forest, alla tivù pubblica Rtbf. Nella prigione, costruita nel 1910 e dotata di una sezione psichiatrica per gli internati, il 13 aprile erano già 12 i carcerati sospettati di legami con gli autori degli attacchi del 22 marzo. Mohamed Bercha, delegato del sindacato Csc-Servizio pubblico a Forest, ha denunciato al quotidiano belga Le Soir la mancanza di "celle speciali, quindi (i sospetti terroristi) non vengono tenuti separati" e solo uno di loro per ora è stato trasferito nel carcere di St.Gilles, una struttura ancora più piccola.

"Non abbiamo né le celle né il personale per far fronte alla situazione" - Così, per quanto il governo belga abbia adottato una politica che prevede l'isolamento per i detenuti sospettati di terrorismo al fine di limitare la diffusione della radicalizzazione, a Forest non ci sono le strutture capaci di accogliere nel modo giusto queso tipo di prigionieri.

Il rischio è quindi di favorire anche un effetto domino pericoloso per gli altri detenuti. "Fossero state quattro persone ci saremmo riusciti ma così sono troppi", ha aggiunto Bercha, "non abbiamo né le celle né il personale per far fronte alla situazione". E a quanto pare non sembrano essere meglio attrezzati neanche gli altri istituti penitenziari.

In Belgio ci sono 32 carceri: 16 nelle Fiandre, 14 in Vallonia e due a Bruxelles, dove la capacità ricettiva per questo tipo di prigionieri è già al massimo.

E in questi giorni altre due persone, Smail e Ibrahim Farisi - fratelli di nazionalità belga, sono state arrestate con l'accusa di coinvolgimento negli attentati di Bruxelles. I due sono sospettati di avere legami con Osama Krayem e l'appartamento Kazernenlaan in Etterbeek usato anche da Khalid El Bakraoui, l'attentatore della metropolitana. Confermato l'arresto anche per il ruandese Hervé B.M e il belga Bilal El Makhoukhi.

Le manette sono scattate durante gli ultimi blitz da Forest, Molenbeek e Schaerbeek. E l'indagine è tutt'altro che finita. Insomma, gli arresti rischiano di aumentare. Per questo i sindacati delle diverse prigioni hanno lanciato l'allarme. Nel penitenziario di Ittre, prigione di massima sicurezza tra le più nuove (è stata aperta nel 2002), secondo la responsabile Giustizia del Csc-Sp Laurence Clamart, è stata realizzata un'ala speciale per i 'radicalizzatì che non possono entrare in contatto con altri detenuti ma "sembra che possano comunicare tra loro".

Qualche problema c'è anche nel carcere di Bruges, uno dei più grandi del Belgio, aperto nel 1991, che contiene una sezione individuale di massima sicurezza, dove è detenuto sotto alta sorveglianza Salah Abdeslam.

Nonostante la massima sicurezza, infatti, c'è già stata una fuga di notizie riguardante proprio il detenuto numero uno: la foto di Salah dietro le sbarre, con barba e capelli sfatti, è stata pubblicata su tutti i media. L'amministrazione ha subito aperto un'indagine interna. L'obiettivo è capire se sia stata la famiglia di Salah a diffondere la foto al quotidiano fiammingo Het Niewsblad o, caso più grave, il personale del penitenziario. "Se emerge che lo scatto è stato preso e diffuso da un dipendente della prigione di Bruges, questo rischia ovviamente il licenziamento", ha avvertito la portavoce dell'amministrazione penitenziaria Kathleen Van De Vijver.

Il caso opposto del sistema penitenziario saudita - Per ora a rischiare di implodere è tutto il sistema carcerario belga, che non pare dotato, oltre che delle strutture, neanche delle competenze necessarie. Problemi che non sembrano avere invece le prigioni per jihadisti dell'Arabia Saudita, che contano oltre 5 mila detenuti accusati di reati connessi al terrorismo.

Secondo un reportage del New York Times fatto ad al-Hàir, prigione di massima sicurezza a Sud di Riad, non solo i carcerati hanno la carta magnetica per entrare nella loro stanza, che di solito condividono con massimo cinque persone, ma possono anche dormire in suite di lusso attrezzate con tivù a grande schermo, letti king-size e carta da parati lucida.

La chiamano la "Family House" e, a parte la mancanza di finestre e il fatto che si trova all'interno di una delle cinque prigioni di massima sicurezza dell'Arabia Saudita, la casa è progettata per dare ai terroristi che si comportano bene una pausa dalla vita da detenuto e la possibilità di passare qualche tempo con moglie e figli. E, perché no, anche procreare.

La struttura è solo per quanti hanno commesso crimini all'estero, considerati come "figli sauditi ingannati" che hanno bisogno di una "correzione" in modo da poter tornare in società come soggetti rieducati. Ad al-Hàir ci sono più di 1.700 detenuti e, oltre ad avere uno stipendio mensile equivalente a circa 400 dollari per le spese di famiglia o di prima necessità, hanno anche la possibilità di avere un extra in caso si sposi un parente, per il regalo di matrimonio, riporta il New York Times: sono 2.666 i dollari a disposizione.
C'è poi anche un centro per la consulenza e l'assistenza con un programma di riforme gestito da psicologi e funzionari religiosi, che cercano di deradicalizzare i detenuti, insegnando loro "il pensiero della corretta Sharia", come lo definisce Nasser al-Ajmi. Lui è uno psicologo del Centro che valuta subito i detenuti al loro arrivo, per identificare i fattori sociali che possono averli portati fuori strada, come la droga o l'alcol, problemi familiari o l'incontro con persone sbagliate. Una rieducazione che non sempre porta i risultati sperati: Yousef al-Sulaiman, un giovane saudita che ha attraversato questo centro due anni fa, si è fatto esplodere all'interno di una moschea usata dalle forze di sicurezza, uccidendo almeno 15 persone.

"Qui trattiamo la malattia ideologica, proprio come quando un bambino si ammala e guarisce, la malattia può tornare più tardi", ha detto lo psicologo al-Ajmi, commentando alcuni tentativi falliti del processo di rieducazione dei detenuti. Processo che è previsto anche dalla legge belga Dupont. Il problema è che per ora in Belgio più che rieducarli, gli jihadisti non sanno neanche dove metterli.

lettera43.it

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