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Consegnò soldi al detenuto per fargli ingrossare i testicoli: avvocatessa chiede i lavori socialmente utili

Polizia Penitenziaria - Consegnò soldi al detenuto per fargli ingrossare i testicoli: avvocatessa chiede i lavori socialmente utili


Notizia del 22/04/2016 - PADOVA
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Finita sul banco degli imputati per il reato di concorso in frode processuale con un suo ex cliente, l’avvocatessa Michela Marangon, 52enne di Porto Viro, ha chiesto al giudice del processo di beneficiare della cosiddetta “messa alla prova”, istituto previsto per i reati puniti con una sanzione non superiore ai 4 anni e tassativamente indicati dal codice penale. Istituto che prevede di poter estinguere il reato stesso grazie a una forma alternativa di espiazione, i lavori socialmente utili.

E il giudice si è riservato rinviando la decisione alla prossima udienza fissata per il 7 luglio. Marangon è a processo con Enrico Chiavaroli, 60enne aretino detenuto a Padova dopo una condanna per omicidio. Durante una perquisizione nell’ambito dell’inchiesta sul malaffare nel carcere padovano, era stata sequestrata una lettera del detenuto al suo legale: Chiavaroli chiedeva all’avvocato Marangon 150 euro per acquistare in carcere dei medicinali. Voleva farsi ingrossare i testicoli.

Il motivo? Ottenere la scarcerazione per motivi di salute, ingannando così prima il medico poi il giudice di sorveglianza visto che i farmaci avrebbero provocato quella malattia temporanea. Secondo il pm Sergio Dini, la penalista avrebbe fatto recapitare al cliente il denaro «in violazione delle normative che fanno divieto di consegnare soldi in contanti ai detenuti». Chiavaroli avrebbe dovuto restare in carcere fino al 2018. La sua condotta non sarebbe delle migliori: il 10 giugno 2009 aveva ottenuto un permesso ed era scappato a Pescara dove, in tre giorni, aveva messo a segno tre rapine. Per lui il processo prosegue. Nel luglio 2015 l’avvocato Marangon (con rito abbreviato) era stata condannata per concorso in

corruzione a due anni con la condizionale: secondo l'accusa, aveva pagato il capo degli agenti penitenziari del quinto piano del carcere padovano, Pietro Rega, con 500 euro per attenuare la vigilanza nei confronti del suo assistito Antonino Fiocco, 41enne di Verona.

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