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Così entrano i telefonini e la droga nel carcere minorile di Airola

Polizia Penitenziaria - Così entrano i telefonini e la droga nel carcere minorile di Airola


Notizia del 24/11/2017 - BENEVENTO
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Ad Airola, in provincia di Benevento, in una cella sono state scoperte anche antenne wi-fi e un router. In quelle celle sono reclusi i baby boss della cosiddetta "paranza dei bambini". Neonati trasformati in corrieri della droga, cellulari, nascosti nelle parti intime femminili, introdotti durante i colloqui, antenne wi-fi installate nelle celle per telefonare e trasmettere messaggi all'esterno. Nei penitenziari minorili della Campania accade questo e anche di più.

Ad Airola, in provincia di Benevento, dove sono reclusi i baby boss della cosiddetta "paranza dei bambini", feroci ragazzini che aspirano a scalciare i vecchi capi della camorra napoletana, il carcere è un luogo per dimostrare la loro potenza. Lo scorso 17 novembre sono stati sequestrati 25 grammi di hashish. Li hanno trovati nell'ano di un detenuto, altri pallini di droga erano nello stomaco.

"Quest'anno è l'ottava volta che sequestriamo droga in quel carcere - racconta uno degli agenti che presta servizio proprio ad Airola -. Entra di tutto. Durante la sorveglianza notturna ci siamo accorti di uno strano cicalare proveniente dalle celle. L'appostamento ci ha permesso di scoprire che i ragazzi erano in possesso di un micro telefono cellulare poco più grande di due monete da un euro. Lo usavano per chiamare i parenti ma anche per impartire ordini all'esterno".

Il baby boss in questione aveva scavato una nicchia nella suola della scarpa sinistra. Lo sfruttava per le sue comunicazioni ma anche come strumento di ricatto nei confronti degli altri. "In cambio di una telefonata il compagno di cella doveva sottomettersi - spiega Emilio Fattorello, segretario regionale del sindacato di Polizia Penitenziaria -. In questo modo creava il suo clan anche all'interno dell'istituto. In qualche modo erano riusciti a far entrare persino due antenne wi-fi e un router per la navigazione internet".

Non usavano la rete solo per le chiamate Whatsapp ma anche per postare su Facebook i selfie sorridenti in carcere. Tra l'altro, si appoggiavano alla rete wi-fi gratuita e senza password del Comune di Airola per creare profili falsi con i quali probabilmente mandavano messaggi in codice. Su questo sta indagando la Procura di Benevento che nei giorni scorsi ha inviato cinque avvisi di garanzia ad altrettanti detenuti per ricettazione. Il rapporto tra poliziotti e detenuti è di uno a dodici, fa sapere il sindacato autonomo della Polizia Penitenziaria. "Ma siamo in difficoltà anche perché o non abbiamo proprio strumenti tecnologici come metal detector o raggi rx oppure li abbiamo ma non funzionano - denuncia Fattorello. Ciò che è emerso rappresenta solo quello che a occhi nudi siamo riusciti a notare.

L'altro giorno nel carcere di Avellino un collega è stato incuriosito dal modo in cui un detenuto abbracciava il figlio neonato durante i colloqui. Gli infilava ripetutamente le mani nei vestitini". In questo modo la Polizia Penitenziaria ha scoperto che usavano il bimbo come corriere. La mamma aveva nascosto 80 grammi di hashish e un micro telefono cellulare tra il pannolino e la tutina. In altri casi sia gli ovuli di droga che i microtelefoni venivano occultati nelle parti intime delle mogli che andavano a fargli visita.

"Questa situazione si è aggravata da quando hanno consentito l'ingresso negli istituti minorili di ragazzi adulti, anche di 24- 25 anni, che fuori sono già dei capi - sottolinea Donato Capece, segretario generale del Sappe. Senza contare che le disposizioni ministeriali ci invitano a evitare controlli oppressivi e raccomandano verifiche saltuarie per non turbare il minore. Invece dovremmo renderci conto che questi non sono ragazzini normali. Comportamenti così spavaldi servono proprio per dimostrare all'esterno che sono in grado di comandare anche in situazioni estreme come il carcere. In pratica fanno in cella l'università del crimine per poi diventare fuori i boss di domani".

corriere.it

Impedire l’accesso e l’utilizzo dei telefonini in carcere è possibile. Perché il DAP non agisce?

 

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