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Evasione dal carcere di Varese, testimonianza Comandante Croci: tutti sapevano ma nessuno fece nulla

Polizia Penitenziaria - Evasione dal carcere di Varese, testimonianza Comandante Croci: tutti sapevano ma nessuno fece nulla


Notizia del 09/05/2016 - VARESE
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«Tutti erano al corrente dell’evasione che quella notte si consumò». Alessandro Croci, comandante della Polizia Penitenziaria di Varese ieri in aula, incalzato dal pubblico ministero Annalisa Palomba, ha ricostruito le tappe dell’inchiesta che nel dicembre 2014 portò all’arresto di cinque agenti della Polpen varesina: Francesco Trovato, Rosario Carmelo Russo, Domenico Roberto Di Pietro, Carmine Domenico Petricone e Angelo Cassano in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Anna Giorgetti con l’accusa di procurata evasione, corruzione, falso ideologico, minaccia e intralcio alla giustizia.

Silenzio complice

Croci è l’uomo che ha coordinato l’inchiesta che da febbraio 2013, quando tre detenuti, Victor Sorin Miclea, 31 anni, ritenuto l’ideatore del piano per fuggire dal carcere, stava scontando una condanna definitiva per sfruttamento della prostituzione, Daniel Parpalia e Marius Georgie Bunoro, di 30 e 25 anni, che erano ancora in attesa di giudizio per furto aggravato. 
Le parole di Croci hanno dipinto uno scenario ai confini della realtà, con gli agenti a processo, naturalmente in turno quella notte che «dormivano, o meglio uno dormiva, mentre il cavetto di collegamento della telecamera che sorvegliava il percorso seguito dai fuggitivi non collegato al monitor, mentre altri due guardavano la partita di Champions League», con la Tv a tutto volume. Non solo: qualcuno aveva provvidenzialmente lasciato un rubinetto aperto con il rumore dell’acqua che invadeva l’intero carcere. Perché? Un tentativo, per altro non riuscito per gli inquirenti, di coprire il forte rumore causato dai tre detenuti impegnati con una lima a segare le sbarre della finestra della cella dalla quale si sono poi calati. «Tutti hanno sentito quello che stava accadendo – ha spiegato Croci – nessuno ha detto nulla».

Allarme ritardato

Miclea, il giorno prima, disse che per festeggiare il suo onomastico voleva regalare tutto quanto in suo possesso agli altri detenuti. Una scusa, un obolo, una sorta di ricompensa per il loro silenzio. Pare addirittura che mentre i tre fuggiaschi erano sul muro di cinta del carcere pronti a saltare sulla strada verso la libertà «gli altri detenuti dalle finestre del carcere li abbiano salutati sbracciandosi». E ancora l’allarme ritardato di oltre due ore per consentire agli evasi di guadagnare tempo: «lo sappiamo dai tabulati telefonici. Il cellulare fatto arrivare a Miclea si sgancia dalla cella a copertura del carcere intorno alla una. L’allarme è stato dato alle tre». Altro dettaglio: quel cellulare arrivò in carcere nascosto nella cavità vaginale della donna di Miclea, che aveva promesso prestazioni sessuali gratuite ai cinque da parte della sua scuderia di prostitute. Sesso, denaro (uno degli agenti avrebbe percepito 20 mila euro usati per acquistare una Mercedes che non ha mai usato per andare a lavorare per paura di essere notato) e botte. Botte a Croci.

Un pestaggio organizzato

In particolare sarebbe stato Cassano, che aveva un astio totale nei confronti del comandante, a chiedere agli evasi di organizzare il pestaggio del comandante che «la doveva pagare», come si legge nei messaggi di Cassano ad altri colleghi. Cassano, tra l’altro, aveva una seconda attività (e non avrebbe assolutamente potuto): lavorava anche come buttafuori in alcuni locali. «Anche in Svizzera, in un locale dove si prostituivano alcune delle ragazze di Miclea», ha concluso Croci. Il processo è stato aggiornato al prossimo 19 maggio.

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