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Fiaccolata per chiedere verità sull'omicidio di Pasquale Campanello

Polizia Penitenziaria - Fiaccolata per chiedere verità sull'omicidio di Pasquale Campanello


Notizia del 11/02/2013 - AVELLINO
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Lo aspettarono sotto casa, con le pistole in pugno: quattro killer per una spietata esecuzione. Pasquale Campanello, 33 anni, un sottufficiale degli agenti di custodia in servizio nel carcere di Poggioreale a Napoli, fu assassinato in un agguato sotto la sua abitazione a Mercogliano. I sicari spararono una decina di proiettili, poi fuggirono a bordo di un’auto. Una vendetta? O una punizione per chi aveva fama di uomo ligio al dovere?

Domande che dopo venti anni non trovano ancora una risposta.

Così come non hanno ancora un nome gli assassini di Campanello. Ma la scorsa settimana una fiaccolata ha voluto ricordare l’agente morto per mano della camorra.

All’iniziativa, organizzata dall’associazione Libera, hanno partecipato in tanti. In prima fila, naturalmente la vedova di Campanello, la signora Antonella Oliva, insieme ai due figli Silvia e Armando. La signora che non ha mai smesso di lottare per avere giustizia, dopo tanti anni cerca ancora una risposta dalle istituzioni.

Signora Campanello, dopo venti anni, ancora nessun colpevole per l’omicidio di suo marito. Lei ha ancora fiducia nella istituzioni?
«Nonostante sia passato così tanto tempo, io non ho mai perso la speranza. Il mio auspicio è che venga fatto qualcosa, vengano mosse le acque che per troppo tempo sono state quiete.

Sperate che si possa davvero avere giustizia dopo venti anni? E conoscere il nome degli assassini?
«In tutti questi anni ci sono state indagini efficienti, ma qualcosa – evidentemente – non è andato per il verso giusto. Qualcosa è sfuggito».

Dopo 20 anni una fiaccolata in suo ricordo e la possibilità di riaprire il fascicolo delle indagini. Cosa ne pensa?
«Noi lo chiediamo a voce alta. Il discorso è che si deve avere la voglia di andare a scavare fino in fondo e cercar di capire che cosa realmente è successo, cosa non ha funzionato nel corso degli anni, soprattutto al momento del delitto».

Che idea si è fatta per tutto questo tempo?
«Sono tante le idee che mi sono fatta in tutti questi anni. Ma, purtroppo, non abbiamo avuto mai una certezza. Benché minima. E oggi è quello che ci aspettiamo».

Quanto lo Stato le è stato accanto?
«Ci son voluti cinque anni affinché ci venissero riconosciuti i benefici per le vittime del dovere. Solo a finire del 1997 grazie a qualche avvocato e qualche amico siamo riusciti ad ottenere ciò che per noi rappresenta un diritto. Quindi, sì, lo Stato ci è stato vicino, ma con i suoi lunghi tempi».

Ma lei, che è così vicina ai temi della legalità, quali consigli si sente di dare agli agenti che svolgono il servizio come suo marito, accanto ai delinquenti?
«Io e la mia famiglia non cambiano idea sul dovere che ha una persona nel momento in cui indossa una divisa. A dimostrare questo la volontà di mio figlio di seguire le orme del padre. Armando è appena entrato a far parte della scuola di polizia di stato. Quindi, nonostante quello che ci è accaduto, noi crediamo fermamente nelle istituzioni e nella divisa. Quindi il consiglio che sento di dare agli agenti di Polizia Penitenziaria che svolgono un lavoro difficile come quello di stare in contatto con detenuti, è di non cedere mai. Mai distogliere lo sguardo dalla legalità».

Ricorda ancora quella sera dell’omicidio? Dov’era?
«Ricordo benissimo quei momenti. Io ero in casa con i miei due bambini piccoli che all’epoca avevano due anni Silvia e solo quattro mesi Armando. Aspettavamo il padre, come facevamo sempre. O almeno tutte le volte che aveva quel turno. Inizialmente non avevo capito nulla, poi il trambusto, le urla della gente hanno richiamato la mia attenzione. E da lì, l’inferno».

Suo marito le aveva mai confidato di qualche problema al lavoro?
«Mio marito era una persona riservata. I problemi del lavoro – qualora ce ne fossero stati – non li portava a casa».

Lo aveva visto preoccupato nei giorni precedenti all’omicidio?
«Io non avevo avvertito nulla, niente che potessero renderlo preoccupato. Anche se, sono convinta che Pasquale non si era accorto di quello che gli stava accandendo».

I suoi figli erano piccoli quando il padre fu ucciso. Cosa gli ha raccontato? Cosa ha detto del padre?
«Quando erano piccoli abbiamo preferito non dire cosa fosse accaduto al padre. Fortunatamente ho una famiglia che mi è stata sempre accanto e che mi ha aiutato anche con i ragazzi. Con il passare degli anni abbiamo spiegato la situazione cercando di non fargli mancare mai quell’affetto che improvvisamente gli è stato tolto».

avellino.ottopagine.net

La mattina dell'8 febbraio 1993 il sovrintendente Pasquale Campanello, 33 anni, venne ucciso da non meno di quindici colpi a distanza ravvicinata.
La vittima prestava servizio presso la Casa Circondariale di Poggioreale dove era addetto al braccio Venezia, padiglione di massima sicurezza, dove sono rinchiusi i boss della malavita.
Proprio in quel reparto dove i capiclan continuavano ad elaborare le loro strategie di morte, Campanello adottava una linea intransigente: aveva deciso, in coerenza con i suoi valori, di non concedere alcun beneficio ai detenuti.
La dinamica del delitto è stata così ricostruita dalla Procura di Avellino: smontato dal servizio, mentre faceva rientro a casa, fu colpito alla fermata del bus da malviventi in un'Alfa 155, proprio di fronte casa sua.
Il sovrintendente Campanello, lasciò la moglie Antonietta e due figli in tenera età. L'onestà, la rettitudine e l'alto senso del dovere lo trasformarono in bersaglio della violenza della criminalità organizzata.

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