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Gestivano poker all’’interno del carcere: condannati due detenuti del carcere di Ferrara

Polizia Penitenziaria - Gestivano poker all’’interno del carcere: condannati due detenuti del carcere di Ferrara


Notizia del 03/04/2015 - FERRARA
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Due detenuti del carcere ferrarese dell'Arginone, sono stati condannati per estorsione e tentata estorsione dopo che la Polizia Penitenziaria hascoperto un giro di poker e azzardo nella casa circondariale che aveva innescato questo pericoloso circolo di pagamenti e aggressioni. 

I fatti risalgono alla primavera di tre anni fa, come riporta la Nuova Ferrara, quando un detenuto aggredito nella lavanderia dell’Arginone venne soccorso da altri carcerati.

Un episodio che aveva fatto emergere una vicenda di gioco d’azzardo all’interno della casa circondariale, dove chi perdeva o non rispettava le regole (a ben vedere inventate) doveva pagare facendo la spesa ai “creditori” o addirittura accreditare denaro sul loro conto corrente. Di questo sono stati riconosciuti colpevoli ieri due ex detenuti dell’Arginone: Salvatore Raimondi è stato condannato a 3 anni e mezzo per estorsione e tentata estorsione, mentre a Giovanni Marino i giudici hanno riconosciuto la sola tentata estorsione e stabilito una condanna di 3 anni e 4 mesi.

Due infatti gli episodi al centro del processo, emersi tra mille tentennamenti, timori e difficoltà: la vittima non si è costituita parte civile e non ha mai sporto denuncia: le indagini per estorsione vennero avviate d’ufficio dopo l’aggressione e le prime ammissioni di fronte alla Polizia Penitenziaria.

Nel primo caso, avvenuto in cella, Raimondi avrebbe messo le mani attorno al collo della vittima per indurlo a saldare un debito di 600 euro accumulato nei confronti di ciascuno di loro (un terzo detenuto, albanese, era stato poi prosciolto). La vittima si era allora rivolto alla figlia, chiedendole di accreditare 250 euro sul conto di Raimondi, ed era stato poi visto portare la spesa a Marino: prodotti alimentari e di consumo del valore di una quindicina di euro. Nel secondo caso invece l’estorsione era stata solo tentata, perché l’aggressione nella lavanderia era stata interrotta dalle guardie penitenziarie. Riscontri raccolti con fatica dagli inquirenti, in un clima di omertà e sequenze di “non ricordo”. Come la deposizione, ieri, dell’ex compagno di cella della vittima che, trincerandosi dietro l’età avanzata e la cattiva memoria, ha ribattuto «non so niente, non mi ricordo niente» a ogni domanda del pm. I fatti però per i giudici erano fin troppo chiari, e per gli imputati sono arrivate le condanne.

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