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I primi dettagli dell'evasione di Cutrì con assalto al furgone della Polizia Penitenziaria

Polizia Penitenziaria - I primi dettagli dell'evasione di Cutrì con assalto al furgone della Polizia Penitenziaria


Notizia del 04/02/2014 - VARESE
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Più che un commando, è una famiglia armata quella che alle due e mezzo del pomeriggio si presenta sotto una pioggia torrenziale davanti al tribunale di Gallarate per liberare il loro congiunto più pericoloso, Domenico Cutrì, 31 anni, calabrese, ergastolano. Perché in fondo, quando non si ha più nulla da perdere, può diventare un’idea trasformare una tranquilla cittadina di provincia in un set da far west per una delle evasioni più spettacoli e cruente degli ultimi anni. Anche se poi finisce male: con un fratello dell’evaso morto, un altro fratello e Cutrì, con i complici rimasti, che ormai ha le ore contate.

Ma sei ore prima, alle 14,45, le cose sembrano andare diversamente. Cutrì arriva su un cellulare della Polizia Penitenziaria per assistere all’udienza di un processo in cui è imputato per truffa e falso. Quisquilie per un tipo come lui, finito in carcere cinque anni fa per aver ordinato l’omicidio di un polacco sospettato di essere stato l’amante della sua ex fidanzata. Dunque, piove. E a quell’ora e in quel posto, in uno slargo che si affaccia su via Milano, uno stradone solitamente trafficato che collega Gallarate a Busto Arsizio, in realtà c’è pochissima gente. Dovrebbe essere uno dei luoghi più protetti della città, ma il commando di fratelli che ha deciso di liberare Cutrì è fatto da gente della zona che conosce le abitudini e la quiete di Gallarate e sa bene che con il tempo da lupi che sferza la pianura, nel piazzale del tribunale non ci sarà nessuno. O quasi.

Il cellulare della Polizia Penitenziaria si ferma proprio davanti alla scalinata d’ingresso del palazzo di giustizia. Scendono in quattro, tre Agenti e Cutrì. Antonio, uno dei poliziotti che poi rimarrà ferito, saluta un amico: «Porto su questo e scendo subito per un caffè». Si sbaglia, perché intanto da due auto parcheggiate in una strada laterale, una C3 nera e una Nissan Qashqai grigio metallizzata, sono scesi non meno di quattro uomini, forse cinque, che circondano silenziosamente il furgone penitenziario. Sono armati e nervosi. L’agente Antonio non fa in tempo a finire la frase che davanti a lui si para un uomo con la pistola in pugno che punta alla testa di un altro uomo, forse un magrebino. «Se non liberate il detenuto gli sparo in testa!». È una messinscena per disorientare li poliziotti penitenziari. Subito dopo infatti, altri tre banditi armati spuntano da dietro il furgone. Uno spruzza dello spray al peperoncino negli occhi di un agente, un altro colpisce il suo collega con un pugno o forse il calcio di una pistola facendolo cadere sulle scalinate, un terzo prende sotto braccio Cutrì e comincia a correre verso via Galvaligi, dove sono state parcheggiate le auto per la fuga. Un quarto, infine, aggredisce l’agente alla guida del cellulare che, sceso dal furgone, sta tentando di raggiungere l’altra parte della strada: si picchiano davanti agli sguardi allibiti degli automobilisti che frenano all’improvviso.

Ma sono attimi. In pochi secondi scoppia l’inferno. I banditi cominciano a sparare. Un proiettile si conficca nella grondaia di un palazzo a fianco del tribunale sfiorando una signora che si è affacciata richiamata dai colpi. Un altro buca la base in metallo della porta a vetri di un rivenditore di auto accessori. Il titolare, Antonio I., è appena rientrato nel negozio. Mente era al bar aveva notato un uomo proprio davanti alle sue vetrine e lo ha creduto un cliente. Invece è uno dei banditi, forse il primo che si mette a sparare. «Stavo per aprirgli la porta quando ho notato la confusione davanti all’ingresso del tribunale, gente che urlava, altri che si picchiavano. Allora quell’uomo si è spostato di lato e ha aperto il fuoco con una sventagliata di mitra. Mi sono buttato a terra e...mi è andata bene». Davvero. Perché un proiettile trapassa la porta e gli sfiora i capelli perdendosi dietro il bancone. «La sparatoria - racconta il commerciante - sarà durata una decina di minuti. Sparavano tutti, perché nel frattempo sono usciti carabinieri e guardie giurate dal palazzo e hanno cominciato a fare fuoco. Anche i banditi sparavano come dei matti. Quando ho rialzato la testa e ho visto dove era passato il proiettile, mi sono terrorizzato».

Chi davvero rimane colpito è uno dei banditi, Antonino Cutrì, 31 anni, fratello dell’evaso. Un proiettile lo raggiunge al collo. I suoi complici lo prendono sotto braccio e riescono a farlo salire sulla C3 nera con cui erano arrivati. L’altra auto, la Nissan grigio metallizzata, sono costretti ad abbandonarla. Nel bagagliaio, i carabinieri di Varese hanno trovato pistole, mitragliatori e proiettili. Antonino è grave, perde sangue come una fontana. Il fratello maggiore, Domenico, decide di portarlo dalla madre che abita a Inveruno, mezz’ora di strada da Gallarate. Sarà lei, verso le 16, a presentarsi in lacrime all’ospedale di Magenta dove il ragazzo morirà poco dopo. Chi l’ha portata? Probabilmente gli stessi banditi, perché la donna è anziana e non sa guidare. Un gesto di pietà che fa perdere tempo prezioso al gruppo di fuggiaschi e fa guadagnare agli inquirenti la certezza di avvisare i vicini valichi di frontiera con la Svizzera e organizzare diversi posti di blocco. Ed è la prima vera pista concreta in mano agli inquirenti, coordinati dal pm Raffaella Zappatini. La madre dei Cutrì, fermata dai carabinieri, ieri sera è stata interrogata a lungo. La caccia all’uomo è aperta. C’è solo da sperare che si concluda presto e bene.

lastampa.it

 

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