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Il "delfino" del premier e il dicastero della Giustizia

Notizia del 02/07/2011 - ROMA

Il "delfino" del premier e il dicastero della Giustizia

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Cosa accadrà, adesso che il Pdl ha un segretario politico? Nell’immediato, cambierà solo il ministro della Giustizia. Alfano vuole dimettersi quanto prima per tre ragioni ottime (dal suo punto di vista). Anzitutto, lui non può dedicarsi a rilanciare il partito fintanto che rimane sommerso tra le scartoffie di via Arenula. Inoltre, da Guardasigilli, cadrebbe intero su di lui il peso dell’emergenza carceri, che tradizionalmente si aggrava ad agosto; meglio trasferire subito la pratica a qualcun altro... E infine, sebbene mai lo ammetterebbe, levandosi in fretta da quella poltrona Alfano eviterà di finire nel tritacarne.

Perché tra breve verranno al pettine i nodi giudiziari del Cavaliere, il quale è di nuovo molto agitato. Fa testo il suo discorso di ieri: l’intero clan dei suggeritori gli aveva sconsigliato attacchi ai magistrati in genere, alla Corte costituzionale in special modo. Infischiandosi delle raccomandazioni, Silvio ha bombardato le «toghe rosse» della Consulta, la quale è chiamata a decidere se il processo Ruby dovrà svolgersi oppure no. Berlusconi non è matto né kamikaze; semplicemente ha saputo dagli avvocati che l’aria non è buona affatto, che sta rischiando pure sul processo Mills, insomma venderà cara la pelle. Alfano spera di insediarsi in via dell’Umiltà prima di doversi lanciare da ministro nell’ultimo assalto contro la trincea dei pm.

Mettiamo che riesca entro luglio. E che, finalmente libero dalle incombenze governative, possa agire nel partito. Il neo-segretario a quel punto darà un segnale. Cavalcherà l’onda favorevole come sul surf. E comincerà, a quanto anticipano dalle sue parti, dalla democrazia interna. Vorrà creare un organismo che scriva le regole delle primarie. Sembra una cosetta da poco, non lo è per niente.

Proprio come a sinistra, pure nel Pdl ciascuno vorrebbe le primarie a misura delle proprie esigenze: quelli che «devono essere aperte» e quelli che «non se ne parla nemmeno». Idem i congressi cittadini, provinciali e regionali, Alfano vorrebbe spalancare le porte ma sarà lotta dura con i capibastone. Gli viene attribuito un piano destinato a portarlo in alto, molto in alto. La rete delle primarie e dei congressi «aperti» avrebbe l’effetto di radicarne la leadership. Dimodoché, casomai Berlusconi si stancasse di governare, nessuno strapperebbe più ad Angelino la candidatura da premier.

Vero o falso che sia, il piano richiede tempo. Almeno due anni. Oltre a conquistare il partito, Alfano dovrà costruirsi un’immagine. Quella attuale, testimoniata dai sondaggi sul tavolo del Cavaliere, è positiva ma parecchio generica. Risulta competente, educato, simpatico: tutte doti che da sole non fanno un leader. Sul piano dell’autorevolezza, Tremonti lo batte di alcune lunghezze. Addirittura accade che il ministro dell’Economia salga nel giudizio collettivo proprio mentre il governo precipita ancora più giù, causa le tasse che vengono a scadenza di questi tempi... Per prendere voti, occorre un «sex-appeal» che Alfano deve ancora guadagnarsi.

Quando Bersani lo declassa a «segretario del premier», sparge sale sulla ferita. Berlusconi viceversa spera che il suo «delfino» impari a nuotare in fretta. Comprende che una stagione è finita, per il Pdl ma pure per sé. Ieri si preoccupava di garantirgli sui media il massimo dell’impatto. E non è un caso che, all’Auditorium della Conciliazione, abbia voluto concedergli quasi per intero la scena, consentendo addirittura strappi come quella sul partito degli onesti. «Fino a l’altro giorno un’autonomia del genere sarebbe stata inconcepibile», brontola un gerarca. Dopo l’acclamazione, Berlusconi era triste e commosso, ma si dichiarava pure soddisfatto. «Se mi succede qualcosa, so di aver lasciato il partito in buone mani», è la frase che gli viene attribuita.

Poi, si capisce, Silvio non smetterà di vedere gente. Di ricevere tutti quanti nel partito hanno qualcosa da rivendicare. Andranno a piangere da lui, e lì si vedrà l’animo vero del premier (se vorrà continuare a essere l’«arbitro supremo») e pure la tempra di Alfano. «Faccio una previsione», si sbilancia Cicchitto: «Conoscendo Angelino, dico che il Circo Barnum è finito. Guai a chi sottovaluta l’accaduto».

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