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Infermiera di Tolmezzo patteggia 20 mesi di carcere: era la "postina" dei boss detenuti

Polizia Penitenziaria - Infermiera di Tolmezzo patteggia 20 mesi di carcere: era la


Notizia del 02/10/2015 - UDINE
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Loro chiedevano e lei eseguiva, come una solerte “staffetta” tra i detenuti e i loro familiari. Infermiera di professione, Nadia De Crignis, 60 anni, di Tolmezzo, si era messa al servizio della malavita. Per l’esattezza, dei boss rinchiusi nel carcere di massima sicurezza del capoluogo carnico, dove si recava regolarmente in visita per portare la propria assistenza a reclusi di ogni rango. Questo, almeno, è quanto le era stato contestato dalla Procura di Udine (un fascicolo analogo era stato aperto anche dalla Procura di Napoli), all’esito delle indagini - e, soprattutto, delle intercettazioni - condotte a carico suo e delle dieci persone che avrebbero beneficiato dei suoi servigi (e finite a loro volta sotto inchiesta). Approdato ieri davanti al gup del tribunale di Udine, Francesco Florit, il procedimento si è chiuso per la De Crignis, nel frattempo trasferitasi a Manzano, con l’applicazione della pena patteggiata di 1 anno e 8 mesi di reclusione (sospesa con la condizionale).

Tre le direzioni processuali imboccate dagli imputati. Oltre all’infermiera, in pensione dal 2012 e raggiunta nel febbraio 2014 da un ordine di custodia cautelare ai domiciliari, a scegliere il patteggiamento (rito che comporta uno “sconto” di pena) era stata anche Daniela Noto, 41 anni, di Palermo, moglie di Leonardo Ippolito, 60, di Castelvetrano (Trapani) e, all’epoca dei fatti (il 2010) detenuto a Tolmezzo. Accogliendo l’istanza formulata in udienza in gennaio, concessi anche a lei attenuanti generiche e sospensione condizionale, il giudice le ha applicato 10 mesi di reclusione.

Decreto di rinvio a giudizio, invece, per il marito Ippolito e per altri quattro imputati, tutti a loro volta detenuti a Tolmezzo negli anni (tra il 2010 e il 2011) in cui la De Crignis vi lavorava: Pasquale Di Giovanni, 56, di Marcianise (Caserta) e ai domiciliari a Scalea (Cosenza), Mohamed Selmi, 31, tunisino residente a Castel Volturno (Caserta) e detenuto a Treviso, Corrado Sparandeo, 57, di Benevento e rinchiuso a Vasto (Chieti) e Silvio Sparandeo, 50, di Benevento, dov’è detenuto. Il processo comincerà il 22 marzo, davanti al tribunale collegiale. L’unico a strappare una sentenza di non luogo a procedere è stato Vincenzo Negro, 31, di Caserta, fidanzato della figlia del Di Giovanni.

Per gli ulteriori tre imputati Ciro Zazo, 62, Salvatore Zazo, 58, e Stefano Zazo, 24, tutti di Napoli - tutti appartenenti all’omonimo clan della Camorra - , la posizione è stata stralciata, per i problemi di salute del primo e il legittimo impedimento dei difensori degli altri due. A tutti, a cominciare dall’infermiera carnica, il pm Alessandra Burra, titolare del fascicolo, aveva contestato il concorso nel reato di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio.

Molte le analogie rilevate nelle decine di episodi di cui la De Crignis si è resa protagonista ora con l’uno e ora con l’altro detenuto. L’impegno, in tutti i casi, era di fare da cinghia di trasmissione tra l’interno e l’esterno del penitenziario. Servizi che l’infermiera si faceva pagare con denaro che le veniva consegnato talvolta a mano, in contanti, e talvolta a mezzo vaglia postali. Per la sola comunicazione di notizie relative alla famiglia Sparandeo, per esempio, era stato concordato con il figlio Arturo un compenso di 800 euro.

Alla costante ricerca di denaro - tanto da arrivare al punto di chiedere prestiti agli stessi familiari dei detenuti -, l’infermiera non si tirava indietro davanti a niente. In una delle tante conversazioni intercettate dagli investigatori, era stata sentita dire a Ciro Zazo che si sarebbero dovuti incontrare, perchè doveva prendere un pacco per consegnarlo al padre Salvatore. Ed era stata sempre lei, in un’altra telefonata con la moglie di Di Giovanni, a raccontare di avere portato medicinali ai detenuti e a prometterle che l’indomani, per il compleanno del marito, gli avrebbe portato «di nascosto un dolcino». Con Selmi il gioco aveva rischiato di farsi ancora più pericoloso. A causa dei suoi debiti con le banche, la De Crignis lo aveva sollecitato a introdurla nell’ambiente dello spaccio di droga all’interno del carcere. Progetto che, tuttavia, non si era mai realizzato.

Interrogata l’anno scorso dal gip, l’infermiera aveva negato ogni addebito e spiegato che, anzi, aveva comprato di tasca propria le medicine di cui qualche detenuto aveva avuto bisogno. «Non ha nulla a che fare con quelle persone – aveva affermato il suo difensore, avvocato Andrea Frassini –. Nessun pizzino o altro genere di informazioni, quindi. E, sempre che sia vero che abbia aggiornato i parenti sulle loro condizioni di salute, stiamo parlando di un “collegamento” motivato da pietà cristiana».

ilmessaggero.it

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