Novembre 2016
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Intervista al Commissario di Polizia Penitenziaria Felice De Chiara del carcere di Alessandria

Polizia Penitenziaria - Intervista al Commissario di Polizia Penitenziaria Felice De Chiara del carcere di Alessandria


Notizia del 16/02/2015 - ALESSANDRIA
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Prosegue il nostro viaggio all’interno del carcere di San Michele, luogo pubblico, crocevia di storie di vita straordinarie e punto nodale di qualsiasi società che aspiri a essere evoluta e pienamente civile. Dopo averne mostrato l’interno con foto esclusive, è la volta di scoprirne la vita attraverso una serie di interviste con i protagonisti. Cominciamo con Felice De Chiara, comandante della Polizia Penitenziaria della struttura, da 8 anni a San Michele. 

Comandante De Chiara, lavorare in carcere è un’occupazione come tutte le altre? Nell'immaginario collettivo è un'esperienza particolare…
Dopo tanti anni trascorsi fra le sue mura posso affermare, forse a sorpresa, che lavorare in carcere è in realtà un grande privilegio. Si tratta di un lavoro complesso, che sul piano emotivo all’inizio crea sicuramente delle difficoltà per essere accettato. Per prima cosa quando si inizia questa professione bisogna essere capaci di superare i propri pregiudizi e le aspettative: da molti viene visto come un luogo logorante, di ripiego e di secondaria importanza rispetto ad altri lavori. Il carcere può essere visto come uno spazio al margine, dove è quasi impossibile vivere esperienze appaganti e nel quale si finisce professionalmente senza averlo scelto. Per me non è stato così, sebbene giunto qui avessi il mio bagaglio di pregiudizi. 

Cosa c’è di diverso fra ciò che uno si aspetta di trovare in un carcere e l’esperienza quotidiana di chi lo vive? 
Io mi aspettavo una specie di girone infernale, e non potevo sbagliarmi di più. Si tratta in realtà di un lavoro normale, spesso vissuto con un’organizzazione più precisa che altrove, e con il rispetto di tantissime regole. Questo richiede sicuramente tantissimo impegno e molta motivazione, perché ci si interfaccia con un’utenza speciale, costituita da persone che sono private della loro libertà personale. Il carcere è in luogo di disagio per eccellenza, e anche gli operatori subiscono le conseguenze negative che questo comporta. C’è sempre il rischio che un operatore non abbastanza motivato o preparato si logori. Qui nessuno può permettersi di lavorare solamente per ricevere uno stipendio: altrimenti la vita diventa veramente orribile, e si può incorrere rapidamente in situazioni di forte stress e depressione, con il rischio di coinvolgere in questa spirale anche i familiari. Preso nel giusto verso però, come dicevo, può essere un lavoro estremamente interessante e appagante: si viene in contatto con i più svariati comportamenti umani ed è un’esperienza che non può non arricchire chi la vive ogni giorno. 

In cosa si distingue un agente di Polizia Penitenziaria rispetto a un poliziotto che lavora all’esterno?
In effetti il nostro lavoro è differente e richiede competenze specifiche: chi è abilitato a operare in carcere può svolgere benissimo il normale servizio d’ordine all’esterno della struttura, ma non vale il contrario. Le nostre specificità hanno un significato profondo, che affonda le proprie radici nella nostra Costituzione, all’articolo 27. Il carcere è un luogo pubblico, nato per garantire la sicurezza alla collettività, e, quando possibile, la riabilitazione delle persone detenute. Il nostro dovere è quello di impedire che vengano commessi delitti dentro e fuori dal carcere, e che chi ci è finito almeno non ne esca peggiore di quando è entrato. Per ottenere questo risultato ci basiamo su metodi rigorosi e scientifici, che partono dall’analisi del reato, del contesto nel quale è stato compiuto, per arrivare a partecipare attivamente alla fase di rieducazione di chi lo ha commesso. Noi non siamo qui per assecondare le richieste dei detenuti ma per far loro capire che hanno sbagliato, offrendo al contempo una seconda possibilità. Questo lo si fa dando loro l'opportunità di lavorare all’interno della struttura, e in qualche caso anche all’esterno, e costruendo percorsi di riabilitazione. 

Il rischio di "burn out" in una realtà lavorativa come quella del carcere è molto alto: da quante unità è composta la Polizia Penitenziaria di Alessandria? E’ in numero sufficiente? 
Complessivamente siamo circa 200 agenti effettivi. La carenza di personale è notevole e porta  a fare migliaia di ore di straordinario ogni anno. Ormai lavoriamo sistematicamente su turni di 8 ore invece che di 6, come dovrebbe essere in teoria. Diciamo che con altre 25-30 unità potremmo offrire un servizio migliore. La carenza che più si sente è quella legata ai sovrintendenti e agli ispettori: per i primi la pianta organica prevedrebbe 24 unità, ma quelle realmente disponibili sono solamente 2. Per gli ispettori invece ne abbiamo 13 su 24. Il loro ruolo è molto importante perché coordinano i diversi servizi all’interno della struttura e svolgono un tramite fondamentale fra la direzione e il personale esecutivo. 

Avete dei percorsi di monitoraggio e di sostegno psicologico per il lavoro che svolgete? 
Non esistono, che io sappia, percorsi di sostegno psicologico sistematico, ma personalmente, come comandante, anche se non è previsto espressamente dalla normativa cerco di essere molto attento ai miei uomini: sanno che possono contare su di me per parlare di tutto, per esprimere eventuali malesseri e per ricercare un confronto. In fondo passiamo più tempo con i colleghi e i detenuti che a casa con le nostre famiglie. Il personale che lavora qui va valorizzato, ed è vero che spesso non riceve alcuna gratificazione a livello pubblico. Ma si tratta di grandi professionisti e questo non va dimenticato.

L’agente di Polizia Penitenziaria nell’immaginario collettivo, utilizzando un linguaggio gergale che suppongo non le piaccia, viene spesso identificato come la guardia, il “secondino”. In un ambiente così stressante la violenza diventa parte dell’esperienza quotidiana, perché il carcere è un luogo di violenza e reclusione forzata. Come si spiega lei, da osservatore privilegiato e da protagonista di questo ecosistema complesso, l’uso della violenza in carcere?
L’aggressività e la violenza non possono stupire in un luogo come questo. Chi ha ucciso, stuprato, commesso reati gravi adotta di solito questo meccanismo come mezzo imprescindibile di rapporto verso gli altri detenuti, e di via per ottenere ciò che desidera. Il nostro lavoro ha anche una parte di intelligence mirata a intercettare i soggetti maggiormente capaci di creare gerarchie e rapporti di violenza verso i compagni di detenzione e impedire che ciò accada, almeno in maniera sistematica. Molto dipende anche da come vengono accostate le persone, partendo dai reati che hanno commesso e dal tipo di personalità che dimostrano di avere. Bisogna distinguere la lite dalla prevaricazione vera e propria. E’ normale che in luogo del genere si litighi. Ci si scontra a casa con i propri familiari, figuriamoci se questo non avvenga anche in un ambiente ristretto, dove sconosciuti sono costretti a condividere spazi per tutta la giornata, per di più partendo dal loro modo abituale di relazionarsi, che fa della violenza un mezzo specifico. Le risse qui comunque sono molto rare e il nostro compito, in quel caso, è quello di mettere subito in sicurezza i soggetti e di accertare come sono andate le cose, anche per assicurare che vengano presi provvedimenti adeguati verso chi ha sbagliato. Saremmo degli illusi se pensassimo di eliminare gli atteggiamenti minacciosi e intimidatori: ci sono nelle riunioni di condominio, figuriamoci nel carcere

Poi però esistono anche le forme di autolesionismo, o di protesta non violenta, come per esempio gli scioperi della fame…
Gli episodi di autolesionismo purtroppo ci sono e il massimo che si può fare è mettercela tutta per evitarli. Bisogna anche capire quali sono le ragioni alla base di certi gesti. Quasi sempre gli scioperi della fame sono di tipo strumentale, per esempio se viene negato un permesso o qualcosa al quale il detenuto pensa di avere diritto, anche se la legge prevede altro. In questo caso concedere ai detenuti qualcosa che non spetta loro non è rendere un buon servizio, e non concorre a rieducarli. Educare non vuol dire assecondare acriticamente. Se lo sciopero della fame prosegue in maniera immotivata noi non possiamo che applicare la legge: faremo visitare il detenuto ogni giorno del medico e agiremo a seconda del suo stato di salute. 

Per gli episodi di violenza che coinvolgono agenti e detenuti invece? Anche questo è un fenomeno presente nelle nostri carceri, e innegabile. Le cronache parlano di casi in cui la violenza arriva anche da chi dovrebbe essere il custode e il rappresentante dello Stato...
Anche io leggo i giornali. Sono notizie che attengono al mondo del carcere, come avviene all'esterno. Lo scontro fa sempre notizia. La stessa legge prevede in maniera chiara quali siano i criteri, molto rigidi, entro i quali è permesso l'uso della forza, che va utilizzata come sempre come contenimento di un’azione violenta che si riceve e mai per primi come attacco deliberato. La reazione deve essere sempre professionale e contenuta, finalizzata a mettere tutti i soggetti coinvolti in sicurezza, il prima possibile. Ci sono situazioni nelle quali difendersi è necessario e non utilizzare la forza sarebbe invece un grave errore. Negli 8 anni che ho passato ad Alessandria non ho però mai dovuto gestire casi di aggressione da parte degli agenti: primo perché tutto il personale sa che non lo tollererei, e secondo perché chi viene qui non ha nessun interesse a litigare con i detenuti e il monitoraggio che svolgo sul livello di stress degli agenti serve anche a prevenire ogni tipo di eccesso. Io sono orgoglioso dei miei uomini. Bisogna considerare che se non mantenessero un atteggiamento più che professionale le risse sarebbero all’ordine del giorno: in media ogni agente durante il proprio turno riceve almeno 3 o 4 minacce e insulti da parte dei detenuti, ogni singolo giorno. Sanno che è così e gestiscono le tensioni quotidiane con consapevolezza e grande autocontrollo. La nostra situazione non è dissimile di chi fa ordine pubblico negli stadi o alle manifestazioni ogni giorno, senza dimenticare però che noi abbiamo a che fare con persone che hanno commesso crimini anche molto gravi e violenti e quindi tutto è ancor più delicato e difficile da gestire. 

E sugli aspetti educativi del vostro lavoro invece? Il carcere dovrebbe essere un luogo di riabilitazione. Ci riesce?
Potremmo parlare all’infinito di quali obiettivi la nostra Costituzione attribuisca al carcere e di quale sia l’obiettivo della pena. Spesso e volentieri il concetto di opposizione fra le parti é una questione di cultura: il delinquente ritiene di essere in opposizione a chi gli sta davanti in divisa. Tu sei il buono, io sono il cattivo. In base al grado di riottosità alle regole ci si fa un'idea di quanto sia complicato tendere all’obiettivo della riabilitazione. Nei casi in cui lo scontro è più marcato ci si concentra sul quotidiano e l'obiettivo primo è che la situazione non degeneri. Nella maggior parte dei casi però anche i detenuti che hanno dato prova di essere ben integrati nel contesto criminale, con alle spalle reati gravi, dimostrano con il tempo di essere disponibili ad accogliere e accettare le offerte di aiuto e le seconde occasioni che vengono offerte, affrontando un percorso rieducativo serio. Abbiamo avuto anche grandi soddisfazioni in questi anni. 

Come cambieranno le cose qui ad Alessandria con l’introduzione della sorveglianza dinamica? Si tratta in effetti di una nuova frontiera sul piano rieducativo e del futuro reinserimento in società di chi oggi è detenuto? 
Ci sono direttive precise che arrivano dall’Europa e dalla Corte internazionale per i diritti dell’uomo che indicano alcune modifiche da apportare al nostro assetto carcerario: l’obiettivo è quello di migliorarlo tendendo ai modelli presenti nel Nord Europa. Abbiamo svolto una fase di formazione che ha coinvolto tutto il personale e siamo pronti a partire. Sarà un grande sforzo e richiederà da parte di tutti, detenuti compresi, un importante cambio di mentalità. Il punto però è quello di ricordarsi che bisogna fare i conti con il nostro contesto logistico, strutturale, con i fondi che abbiamo a disposizione e anche con la tipologia di detenuti. Bisogna contestualizzare le riforme calandole nella nostra realtà, perché non abbiamo spazi, fondi e persone come quelle che è possibile trovare nei paesi del nord, dove in effetti i detenuti restano in cella solamente per dormire e svolgono attività in spazi comuni per tutto il resto della giornata, con ampio spazio per le esperienze produttive, ricreative ed espressive. In realtà il nostro mondo è in costante mutazione e dobbiamo comprendere che non potrà che essere un processo graduale, con effetti sicuramente virtuosi. Paradossalmente il metodo proposto dalla sorveglianza dinamica sarà più impegnativo per i detenuti che non per gli operatori: oggi chi si trova in carcere passa il tempo a lamentarsi e dipende in tutto e per tutto dagli altri, con una regressione che lo deresponsabilizza quasi totalmente. Con il nuovo approccio invece verranno costruiti percorsi insieme ai detenuti, ma sarà fondamentale che loro facciano la propria parte, prendendosi degli impegni e mantenendoli. Si tratterà di un patto reciproco che potrebbe portare notevoli miglioramenti, specialmente negli spazi di autonomia dei detenuti, con benefici concreti sulle loro possibilità di reinserimento in società. Per attuarlo però servono strutture fisiche adeguate e investimenti economici importanti, senza i quali il tutto verrà necessariamente ridimensionato, compresi gli obiettivi ambiziosi che il progetto oggi ha.

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