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La fidanzata: porti la divisa in modo indegno. Poliziotto penitenziario consegnava telefoni e droga in carcere a Bologna

Polizia Penitenziaria - La fidanzata: porti la divisa in modo indegno. Poliziotto penitenziario consegnava telefoni e droga in carcere a Bologna


Notizia del 21/11/2017 - BOLOGNA
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Droga e cellulari in carcere, passati ai detenuti nella sezione alta sicurezza della “Dozza” di Bologna da agenti infedeli della Polizia Penitenziaria. E’ uno dei risvolti emersi dall’inchiesta dei carabinieri del Ros, chiusa qualche giorno fa, incaricati dalla Dda di indagare sulle dichiarazioni di Giuseppe Giglio, primo pentito del maxiprocesso Aemilia contro la ‘ndrangheta. Il collaboratore ne aveva parlato raccontando di un pestaggio avvenuto nel penitenziario bolognese nel 2015.

Il pestaggio in carcere. A spiegare le indagini che hanno illuminato le presunte condotte illecite di sette persone, tra cui quattro agenti (due dei quali sono finiti agli arresti domiciliari), è stato il maggiore Goffredo Rossi, comandante dei Ros, chiamato a testimoniare nell’udienza odierna del filone reggiano del processo Aemilia, dove Giglio, in videoconferenza da un sito protetto, è stato contro-interrogato dagli avvocati difensori. Rossi ha illustrato tutti gli accertamenti effettuati sul presunto pestaggio, che sarebbe stato ordinato, pochi mesi dopo la retata di Aemilia nel gennaio di due anni fa, dai due imputati Gianluigi Sarcone e Sergio Bolognino, fratello di Michele, entrambi detenuti a Bologna per alcuni mesi. La vittima dell’aggressione, è stato accertato,  è un detenuto campano addetto alla distribuzione dei viveri, (cosiddetto “spesino”) che avrebbe mancato di rispetto ai calabresi. Autori del pestaggio, riferisce Giglio, furono invece due carcerati legati alla camorra a cui Sarcone si rivolse. Si tratta di Mario Temperato e Enrico Palummo, zio e nipote, in carcere per estorsioni aggravate dal metodo mafioso nei confronti di un operaio e di un medico.

Agenti “infedeli”. Proprio Temperato era infine il “contatto” con le guardie penitenziarie, per rifornire i carcerati di “quello che avevano bisogno”. La “procedura”, spiegata dal collaboratore di giustizia Giglio, prevedeva per i detenuti di fornire il numero di un proprio parente, con cui gli agenti si sarebbero successivamente messi in contatto, organizzando le “consegne”, dietro il pagamento di 500 euro. Un metodo acclarato anche dalle intercettazioni telefoniche dei Ros, citate in aula dal maggiore Rossi. In un sms captato, la ex fidanzata di un’agente che aveva già denunciato l’uomo per episodi di stalking e violenze, scriveva: “Porti quella divisa in un modo indegno, facendo favori a tizi, che schifo”.

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Impedire l’accesso e l’utilizzo dei telefonini in carcere è possibile. Perché il DAP non agisce?

 

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