Giugno 2017
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Le rivelazioni del detenuto: così gli imam inneggiano alla guerra santa nelle carceri italiane e francesi

Polizia Penitenziaria - Le rivelazioni del detenuto: così gli imam inneggiano alla guerra santa nelle carceri italiane e francesi


Notizia del 27/09/2016 - ESTERO
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Il racconto di un ex detenuto musulmano che ha collaborato con la magistratura: "Dopo il Bataclan si è festeggiato". L'appuntamento è nel Sud della Francia, Lione. Mohamed (nome di fantasia) sceglie un posto lontano da occhi indiscreti e soprattutto lontano da dove abita e lavora. È marocchino, musulmano, conosce bene l'Italia perché ci ha lavorato.


Nel 2015 è stato arrestato mentre era in vacanza, reati finanziari, nessun collegamento con il terrorismo. Lo trasferiscono in un istituto del nord Italia. È uno dei pochi testimoni musulmani (se non l'unico) del proselitismo islamico nelle carceri. "Non quello che si ottiene ragionando con le persone - tiene a precisare - ma quello violento, fatto di armi e omicidi". Ecco perché chiede il più stretto anonimato. "Questa è gente che non scherza - dice. Monitorano costantemente il web, sanno individuarti facilmente e devo tutelare la mia famiglia".

Quando lo arrestano è il periodo dei sanguinosi attentati in Francia. Dopo le stragi di Charlie Hebdo e nel centro ebraico a Nizza è la volta del massacro al Bataclan, l'attentato più grave nella storia francese. In carcere si plaude ai massacri. "Il commento prevalente era che avevano fatto bene, che gli occidentali se l'erano cercata", ricostruisce Mohamed. Ma è all'ora della preghiera in moschea che viene invitato a celebrare la guerra santa, il jihad. Questa volta a parlare non sono i detenuti ma l'imam che guida la preghiera del venerdì. "Diceva che se la religione islamica veniva attaccata, se gli islamici venivano toccati era lecito difendersi con le armi. Poi aggiungeva che il jihad era consentito non solo come mezzo di difesa ma anche per affermare i valori musulmani".

"Affermare i valori musulmani" per quell'imam voleva dire imbracciare le armi e convertire con la violenza gli infedeli. E poi quasi sempre arrivava un invito implicito ad arruolarsi come jihadisti. "Lui non reclutava jihadisti però diceva che se uno lo faceva era lecito, era in linea con i principi musulmani". Secondo i dati diffusi da Antigone, l'associazione che da anni monitora "i diritti e le garanzie nel sistema penale", in Italia i detenuti stranieri sono 17.526. Quelli di fede musulmana sono più di cinquemila di cui 2.912 provenienti dal Marocco, la nazione più rappresentata. I detenuti già radicalizzati sarebbero diciannove e circa duecento quelli monitorati. A dispetto di numeri così consistenti, però, solo 52 istituti detentivi ospitano quelle che possono essere definite "moschee" mentre gli imam "certificati" sono solo nove. Questo significa che chi guida la preghiera molto spesso è un detenuto e non è chiaro in che modo avvenga la sua selezione. Una circostanza che conferma anche Mohamed: "L'imam era una persona che a stento sapeva leggere e scrivere arabo, aveva una cultura molto basica ed è molto probabile che venisse da una formazione radicalizzata già fuori dal carcere. Però bisogna fare attenzione anche a chi proviene dalle scuole coraniche perché sono molte quelle salafite, con un'interpretazione radicale del corano e quasi tutte sono finanziate dal Qatar o dall'Arabia Saudita".

Durante la detenzione Mohamed fa gruppo con altri musulmani che disapprovano quel modo di predicare ma restano una minoranza, tengono per sé il loro disappunto, è rischioso soltanto parlarne. "La predicazione avviene in arabo, è difficile che un dipendente penitenziario lo conosca e capisca che cosa si dice. D'altro canto questi imam in cella trovano terreno fertile perché canalizzano la frustrazione dei detenuti, soprattutto se sono extracomunitari.

Il penitenziario diventa un incubatore dove prendere contatti, poi si completa l'iter del jihadismo fuori dal carcere. Chi guidava la preghiera, ad esempio, faceva leva sulle diversità di trattamento per i musulmani, sul fatto che accedono molto più raramente alle misure alternative, che i giudici con loro sono molto più severi". Infatti, anche durante la preghiera non erano rare le invettive contro i giudici italiani. "Tra i detenuti c'erano due o tre condannati con pene molto lunghe - ricorda Mohamed. Ripetevano che era meglio farsi esplodere in modo da procurare un profitto alle famiglie. Spiegavano che a chi diventa martire lo stato islamico garantisce una paga e un'assistenza ai familiari".

Durante l'ora di preghiera non si danno solo indicazioni per il jihad ma anche su come trattare le donne. "Si diceva che la donna è affidata alla custodia dell'uomo, marito o fratello che fosse, e in quanto tale l'uomo aveva il diritto di picchiarla se disobbediva". Mohamed assiste alle prediche, ne registra le reazioni e le adesioni. A quel punto decide di creare un contatto con la direzione del carcere. Segnala tutti gli episodi. Dopo qualche settimana iniziano i controlli, si prendono i nomi di chi partecipa alla preghiera. Alle sedute assiste un mediatore religioso che conosce l'arabo. Il numero dei fedeli si dimezza. L'imam che fino a quel momento aveva predicato non si presenta più in moschea.

 

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