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Lettera in codice nella cella del "confessore" di Riina: attentato, papello e Bagarella gli argomenti

Polizia Penitenziaria - Lettera in codice nella cella del


Notizia del 17/01/2014 - ROMA
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L'uomo che in questi ultimi mesi ha trascorso l'ora d'aria con il boss Totò Riina, nel carcere milanese di Opera, nascondeva in cella una lettera misteriosa, scritta con l'alfabeto fenicio. Le prime parole che gli investigatori della Dia hanno decifrato sono inquietanti: "Attentato", "papello", "Bagarella". A scriverle è stato Alberto Lorusso, ufficialmente solo un capomafia pugliese della Sacra Corona Unita, che fra luglio e novembre è stato intercettato mentre raccoglieva gli ordini di morte del capo di Cosa nostra nei confronti del sostituto procuratore Nino Di Matteo.

Quella lettera in codice era destinata a uscire dal carcere? O, peggio, era la copia di una lettera già fatta filtrare all'esterno? E a chi? Sono gli interrogativi che adesso si pongono i magistrati di Palermo e quelli di Caltanissetta, che indagano sulle parole di Riina. Il 16 novembre, il padrino di Corleone è stato parecchio esplicito con Lorusso: "Organizziamola questa cosa - ha sussurrato con tono deciso - facciamola grossa e non ne parliamo più, perché questo Di Matteo non se ne va".

E ha aggiunto: "Dobbiamo fare un'esecuzione come quando c'erano i militari in Sicilia". A fine dicembre, i magistrati palermitani sono andati a interrogare Lorusso, nel carcere romano di Rebibbia, proprio per chiedergli delle conversazioni con Riina. E durante l'audizione, a sorpresa, hanno ordinato la perquisizione della sua cella. Così è saltato fuori il codice fenicio con quelle parole preoccupanti, che hanno fatto aumentare il livello di allerta attorno ai pm che indagano sulla trattativa mafia-Stato.

"Bagarella" è il cognato di Riina, anche lui detenuto e imputato nel processo trattativa. Il "papello" è l'oggetto del misterioso dialogo fra mafia e Stato, la lista di richieste avanzate da Riina per fermare le stragi. Nei giorni scorsi, una perquisizione in carcere è stata fatta anche a Totò Riina. E lui ha protestato: "Glie faccio vedere io a Di Matteo. Questa è la goccia che ha fatto traboccare il vaso". Nuove minacce che hanno spinto il comitato per l'ordine e la sicurezza di Palermo a disporre misure straordinarie per il magistrato: da lunedì, ha anche a disposizione un elicottero per i suoi spostamenti.

Ogni giorno, sono 42 i carabinieri che si occupano della protezione di Nino Di Matteo: 9 militari sempre attorno a lui, fra questi ci sono anche le teste di cuoio del Gis, altri 33 uomini controllano l'abitazione del magistrato e le strade del centro che percorre con le tre auto di scorta. L'indagine dei pm di Palermo è adesso tutta su Lorusso. Lui si è chiuso in un silenzio profondo: a dicembre, la sua audizione è stata sospesa e il boss è stato indagato per false dichiarazioni a pubblico ministero. Intanto, si continua a scavare nel suo passato: è già emerso che è un vero esperto di crittografia e più volte i magistrati che si sono occupati di lui gli hanno sequestrato lettere in codice. Adesso, comunque, il boss pugliese non trascorre più l'ora d'aria con Riina. E non sta neanche nel carcere di Milano, ma a Roma.

Resta però l'uomo dei misteri. Mentre un'altra ipotesi, altrettanto inquietante, si fa strada al palazzo di giustizia di Palermo: quella lettera in codice potrebbe essere arrivata nella cella di Lorusso. Forse, inviata da qualcuno che gli voleva suggerire argomenti di discussione con Riina? Ma chi, e soprattutto perché? Dopo il ritrovamento del codice cifrato, il caso Riina assomiglia sempre di più a una spy story dai contorni ancora da definire. Ma una cosa è certa: dalle intercettazioni effettuate nel carcere di Opera è emerso che il boss pugliese Lorusso è informatissimo su quello che accade a Palermo.

La Repubblica

 

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