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Love rooms in carcere, intervista a Donato Capece

Polizia Penitenziaria - Love rooms in carcere, intervista a Donato Capece


Notizia del 16/05/2016 - ROMA
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«Ci metteremo di traverso per evitare che questo provvedimento diventi realtà, siamo disposti a manifestare a oltranza. Non vogliamo passare per guardoni di Stato!». Donato Capece, segretario generale del Sappe, non ci sta e promette una fiera opposizione alle stanze del sesso in carcere.

 

Perché questa netta presa di posizione?

«Gli istituti penitenziari non sono postriboli. Gli stessi detenuti, quando per la prima volta si parlò di sex room, si dissero contrari: le loro compagne dovrebbero entrare dopo aver passato i controlli sfilando di fatto davanti agli altri col rischio di passare per quello che non sono».

 

Ma non crede sia un diritto, anche per chi è recluso in carcere, intrattenere un rapporto intimo con il proprio partner?

«Per quello esistono i permessi premio, durante i quali è possibile vivere la propria affettività come meglio si crede. Ma poi chi non ha una fidanzata cosa fa, chiede una prostituta? Chi li controlla questi? Il detenuto si chiude lì dentro da un minimo di 12 a un massimo di 24 ore e non c’è nessuno che possa verificare cosa realmente accada tra quelle mura».

 

Il problema, quindi, è più lavoro per gli agenti della penitenziaria?

«Non tanto quello, quanto piuttosto il fatto che ad oggi manca la cultura per realizzare l’idea. Alla fine tutto, a partire dall’originale principio dell’affettività che ha ispirato la proposta, si traduce nel fare sesso e basta. Qui siamo fuori da ogni logica».

 

In che senso?

«Chi commette un reato in Italia si ritrova con un lavoro retribuito, con la cassa integrazione e ora anche con il sesso in carcere. Si rischia di far passare l’idea che convenga delinquere».

 

Il carcere non è abbastanza duro?

«La pena non consiste solo nella privazione della libertà, ma anche in tutto quello che ne consegue. Dietro le sbarre li facciamo lavorare, mangiare, bere, dormire, li curiamo. Ogni detenuto costa 170 euro al giorno. Insomma, se uno commette un reato dovrà capire che non gli conviene rientrare in carcere?».

 

Può accadere, tuttavia, che reprimere gli istinti sessuali e l’affettività possa rivelarsi dannoso. Non crede?

«Mantenere i rapporti con la famiglia, con i figli è un conto. Ma da qui a dire che affettività è uguale a sesso, no. Non ci siamo. La pena deve essere più educativa, severa. Quando ci si dimentica dei reati che hanno commesso le persone recluse, ci si dimentica anche delle loro vittime. Non tutti hanno diritto a una seconda opportunità. Gli stessi "sex offender" ci chiedono spesso aiuto, consapevoli che se rimessi in libertà tornerebbero a far del male. Per loro due sono le scelte: castrazione chimica o carcere a vita. Quelli che ammazzano o picchiano le donne che diritto hanno all’affettività?».

 

Quindi c’è qualcuno tra i detenuti che potrebbe aver diritto alla sex room?

«No, possono già godere dei permessi premio».

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