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Olindo e Rosa fuori dall’isolamento: la strage che scosse l’Italia

Polizia Penitenziaria - Olindo e Rosa fuori dall’isolamento: la strage che scosse l’Italia


Notizia del 06/09/2014 - COMO
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Quando i vigili del fuoco salgono le scale, credono di dover solo spegnere un incendio. In fondo, può capitare. Sono quasi le 20.30 dell’11 dicembre 2006 e, a parte il fumo, non si sente altro. Giunti al primo piano trovano però il corpo di un uomo ferito, Mario Frigerio, 65 anni. E sentono una voce, quella della moglie Valeria Cherubini, che proviene da su, dalla mansarda. Che grida: «aiuto».

Ma il fuoco è molto diffuso e non si può salire. Non lontano da Frigerio giace il cadavere di un’altra donna, Raffaella Castagna, 30 anni. I pompieri fanno il possibile e scoprono che, oltre a Raffaella, sono stati massacrati suo figlio Youssef, 2 anni e 3 mesi, e sua madre Paola, 65. È evidente che chi lo ha fatto ha poi dato fuoco all’appartamento. Frigerio resta l’unico sopravvissuto, sgozzato ma vivo: ricorda di essere sceso con la moglie perché il fumo li aveva spaventati. Per questo i killer hanno colpito anche loro. La notte stessa il procuratore di Como annuncia che si sospetta del marito di Raffaella, Azouz Marzouk. Ma Azouz è in Tunisia. E scoppia uno scandalo con pesanti risvolti politici, cui si aggiunge presto un coro di stupore quando il padre di Raffaella, Carlo Castagna, dice cheha già perdonato gli assassini.

Le indagini, intanto, puntano subito su Olindo Romano, spazzino, e su sua moglie Rosa Bazzi, vicini di casa, che con Raffaella avrebbero dovuto affrontarsi in una causa civile due giorni più tardi. I due vengono arrestati l’8 gennaio: Frigerio avrebbe infatti riconosciuto subito l’aggressore in Olindo, con il quale c’era anche un complice. Inoltre c’è una macchia disangue della Cherubini nella sua Seat. Due giorni dopo, la coppia confessa: hanno ucciso, sono andati a casa a cambiarsi e sono fuggiti a Como per crearsi un alibi. Lo ribadiscono in un video allo psichiatra della prima difesa Massimo Picozzi, nel tentativo di convincerlo che sono due pazzi. Il movente è abnorme: liti condominiali. Ma il caso è lampante. Forse.

Nove mesi più tardi ritrattano: dicono di aver confessato per paura di non rivedersi più. Sembra pazzesco. Cambiano avvocati. E quando arriva la perizia del Ris sulla scena del crimine, ecco lo notizia scioccante: nessuna traccia di Olindo né di Rosa sul luogo della strage né tracce delle vittime in casa loro. E si scopre che Frigerio, appena sveglio, non aveva riconosciuto Olindo, ma un gigante olivastro, diventato il vicino di casa bianco solo dopo che il maresciallo dei carabinieri di Erba Luciano Gallorini gliene aveva fatto il nome (anche se Gallorini ha negato di aver fatto pressioni in questo senso). Vien fuori anche che in carcere Rosa diceva al marito: «Ma cosa c’è da confessare? non siamo stati noi». Dai verbali risulta infine che i carabinieri saliti sul luogo della strage sono entrati la notte stessa nell’auto di Olindo per perquisirla. Che sia arrivato, così, accidentalmente, il sangue sulla Seat? Pare tutto da rifare.

Invece no. I carabinieri raccontano infatti in aula che a compiere materialmente la perquisizione sull’auto di Olindo non sono stati coloro i quali hanno firmato il verbale, ma l’unico che a verbale non c’è e che sul luogo della strage non è mai salito.

Quanto a Frigerio, solo in aula aggiunge che il complice di Olindo era Rosa e giura davanti alla Corte d’Assise di Como di aver sempre saputo che in realtà ad aggredirlo era stato il vicino: «Gliel’ho detto al comandante Gallorini, perché era proprio un peso che avevo, che volevo dirlo. Infatti mi sono liberato e gli ho detto “sì, è lui”».

C’è ancora un colpo di scena, prima che giunga la sentenza. La Polizia Penitenziaria di Vigevano manda un fax in cui sostiene che Azouz, dentro per droga, avrebbe espresso fortidubbi sulla responsabilità dei vicini di casa. Ma, chiamato a testimoniare, Azouz nega. Dice solo che un uomo si sarebbe presentato a casa di sua madre in Tunisia raccontando un’altra storia. Una storia cui non crede affatto.

E arriva la sentenza di ergastolo.

A Milano, un anno e mezzo dopo, gli avvocati Fabio Schembri, Luisa Bordeaux e Nico D’Ascola, che difendono la coppia, chiedono di riaprire il dibattimento. Portano due intercettazioni mai considerate prima: in una, Frigerio sembrava confidare al suo avvocato di non ricordare il volto di chi lo colpì, ma di cominciare a ricordare l’attaccatura dei capelli, anche se in quel momento aveva già riconosciuto Olindo davanti a Gallorini. Nella seconda, rammentava ai suoi figli di non avere un “cazzo da dire ai magistrati” che sarebbero venuti due giorni più tardi per verbalizzare il riconoscimento del vicino.

Ma per i giudici gli audio sono giunti “fuori termine” e non vanno presi in considerazione. E pur ammettendo che le confessioni dei due, rilasciate guardando le foto della strage, sono piene di “verità mescolate a bugie”, dunque ritengono che Olindo e Rosa confessarono il falso solo per poter poi ritrattare.

È di nuovo ergastolo.

Nessuno pensa che le cose possano ribaltarsi, finché, alla vigilia della Cassazione, arriva l’ultimo boato. Azouz, infatti, spiazza tutti: «Non credo che siano loro i colpevoli». L’opinione pubblica per la prima volta si spacca. Ma la Cassazione non deve decidere sul merito. E chiude il caso il 3 maggio 2011.

Azouz, da allora, non smetterà mai di affermare che Olindo e Rosa non sono i colpevoli. E dal giorno stesso della sentenza definitiva la difesa lavora alla revisione. E a un ricorso a Strasburgo, perché ritiene il processo “non equo”: in particolare per i 70 testimoni tagliati e per il fatto che unpotenziale supertestimone che sosteneva di conoscere un’altra verità non sia mai stato nemmeno ascoltato dai magistrati. In base alle nuove regole stabilite dalla Corte Costituzionale ad aprile 2011, se Strasburgo desse loro ragione, il processo potrebbe ricominciare da capo.

L’esito della Corte dei Diritti dell’Uomo non è ancora arrivato. Olindo e Rosa sono nel frattempo usciti dall’isolamento, pena accessoria che dovevano scontare. Lui sta a Opera e coltiva un orto, progettando una scacchiera dove giocare a dama in tre. Lei sta nel carcere-modello di Bollate e fa la sarta. Si vedono tre volte al mese per due ore. Dal ottobre 2007 continuano a proclamarsi innocenti.

 

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