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Poliziotti a Pescara: noi in prima linea per quattro soldi

Polizia Penitenziaria - Poliziotti a Pescara: noi in prima linea per quattro soldi


Notizia del 25/09/2014 - PESCARA
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Un minimo tabellare di 1.050 euro al mese a cui, in base al grado, si aggiungono le indennità di rischio quantificate sulle ore lavorate. In media, circa 400 euro. È lo stipendio di un vigile del fuoco in servizio da almeno venti anni, di uno che tutti i giorni, da vent’anni, sa di andare a lavorare rischiando la vita. Com’è successo a Maurizio Berardinucci il vigile del fuoco di Montesilvano morto a 47 anni il 26 ottobre dell’anno scorso, tre mesi dopo la tragica esplosione della fabbrica di fuochi d’artificio di Città Sant’Angelo dove Berardinucci, insieme alla sua squadra, fu tra i primi ad accorrere. «È il caso più eclatante», commenta Luigi Conti, segretario regionale del Conapo (comitato nazionale pompieri), la sigla che con gli altri sindacati autonomi di Polizia Penitenziaria (Sappe), Forestale (Sapaf) e Polizia (Sap) ha organizzato ieri tre ore di astensione dal servizio, «per ottenere lo sblocco del tetto salariale e tornare ad avere retribuzioni corrette rispetto agli incarichi ricoperti e mansioni svolte».

In carcere per 1.300 euro.

«Sapete quanto prende un agente di Polizia Penitenziaria appena assunto? 1.300 euro. E uno con 32 anni di servizio? 1550». Usa i numeri, Felice Rignanese, segretario provinciale del Sappe, per raccontare il disagio e le frustrazioni di chi lavora in carcere, tra minacce e rischi di ogni tipo. «Posso raccontare un episodio successo a me», dice Rignanese, sovrintendente della Polizia Penitenziaria in servizio da 31 anni: «Un detenuto di Pescara si era autolesionato con una lametta provocandosi una profonda ferita all’addome. Lo avevo preso per portarlo a medicare e lui di colpo si è spremuto l’addome con le mani, facendo schizzare il sangue verso di me. I rischi sono di ogni genere, anche perché a Pescara abbiamo anche un reparto psichiatrico, e tra i detenuti ci sono comunque tante situazioni, dai problemi di salute, di famiglia, a situazioni al limite che spesso sfociano in atti di autolesionismo. E in tutto questo siamo sottodimensionati e quindi, pur avendo turni di sei ore, una o due volte alla settimana dobbiamo fare turni di 12 ore. Ogni ora in più ce la pagano 5 euro. Per raccogliere quei 200 euro in più che fanno un po’ la differenza dobbiamo fare 40 ore di straordinario al mese. È con gli straordinati che arrivo a 1.700 euro scarsi e alla fine riesco a gestirmi. Ma ci sono tanti colleghi che vengono da fuori e che non riescono, perché siamo arrivati all’assurdo, come succede da due mesi, che se si fermano per la notte in caserma gli fanno pagare la stanza a seconda dei metri quadrati».

Al lavoro sotto le macerie.

«L’ultimo aumento netto in busta paga», racconta Renzo Angelozzi, segretario provinciale Conapo e in servizio alla caserma di viale Pindaro da 22 anni, «risale al biennio 2008-2010 quando abbiamo avuto 50 euro netti in busta. Per il resto si gioca tutto sulle indennità che percepiamo, 5 euro al giorno che diventano 8 con i festivi. Ma ci hanno tolto gli straordinari, nel senso che le ore che facciamo in più ci vengono decurtate dopo, e con quelle pure le indennità». Alla fine, non si scappa, uno stipendio medio, non arriva a 1.500 euro. Lo racconta lo stesso Angelozzi, 46 anni, due figli di 12 e 17 anni e una moglie che, come confida, «da due anni e mezzo è in cerca di lavoro, da quando la ditta dove lavorava come segretaria amministrativa ha chiuso. Il risultato è che a casa facciamo tutto con il mio stipendio», va avanti Angelozzi, «con 400 euro di mutuo da pagare e le spese per due ragazzi che vanno a scuola e per i quali solo di libri abbiamo appena speso quasi 500 euro. Per andare avanti ci si deve inventare di tutto, anche se rischiamo la vita, anche se come è successo a me nelle undici missioni che ho fatto all’Aquila durante il terremoto, mi sono trovato sotto le macerie a salvare persone mentre la terra continuava a tremare».

Inseguendo il camorrista.

Non se la passano meglio i poliziottia. Come racconta Alberto («il cognome meglio di no» dice). In servizio dal 1989, da quando aveva 23 anni, è in un ufficio del reparto Prevenzione crimine della questura di Pescara, anche se la sua gavetta in strada l’ha fatta eccome. «Posso raccontare un episodio per tutti», riferisce, «che mi è valso la promozione a sovrintendente. Era il 2008, con i colleghi di Pescara eravamo stati aggregati ad Aversa, in provincia di Caserta. Lì durante un posto di blocco l’uomo non si fermò all’alt. Lo inseguimmo, andò a sbattere, scese, ci puntò contro la pistola e sparò. Per fortuna l’arma si inceppò e alla fine lo prendemmo. Era un camorrista, un capoclan. Quella storia non me la scordo». Ma a scordarsene ci pensa lo Stato. «L’assurdo», va avanti Alberto, che ieri con un altro centinaio di colleghi ha partecipato all’assemblea organizzata dal Sap diretto a livello provinciale da Giampaolo Guerrieri, «è che oltre al blocco contrattuale c’è il blocco del tetto retributivo. Tutto è fermo al 2009: chi è stato promosso dopo quella data, comunque continua a percepire lo stesso stipendio. Oggi arrivo a prendere circa 1.600 euro».

Dall’orso al traffico di armi.

«La politica deve tutelarci», sbotta Gerardo Boccia, segretario regionale e componente della segreteria nazionale del Sapaf, il sindacato autonomo della polizia ambientale e forestale. «Il nostro tetto retributivo è fermo dal 2009. Parliamo di stipendi che senza indennità sono di 1.300 euro e che con gli scatti di ruolo possono arrivare a 1.700. Io quando sono entrato, 27 anni fa, prendevo sul milione e 200 e riuscivo anche a risparmiare. Oggi, a fronte dei rischi che corriamo, ti ritrovi in proprozione con la stessa somma anche dopo quasi 30 anni di servizio. E non tutti sanno che la Forestale ha la stessa funzione delle altre forze di polizia, basti pensare a operazioni antibracconaggio che ci hanno portato a indagare sul traffico clandestino di armi, senza contare le indagini sullo smaltimento rifiuti, i controlli sugli alimenti in commercio o i rischi che incontriamo quando fermiamo i camion per strada, da dove non si sa mai chi scende. È importantissimo che l’opinione pubblico ne prenda atto», conclude Boccia, «ma soprattutto è la politica che deve tutelarci».

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