Gennaio 2017
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Prime confessioni del Poliziotto penitenziario, principale accusato nella corruzione del carcere di Padova

Polizia Penitenziaria - Prime confessioni del Poliziotto penitenziario, principale accusato nella corruzione del carcere di Padova


Notizia del 28/11/2014 - PADOVA
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La crepa era al quinto blocco. Da lì passavano telefonini, chiavette, computer, hashish, cocaina, eroina, alcolici e pure denaro. Tutto proibito, naturalmente, tutto a uso e consumo dei detenuti del Due Palazzi, il carcere di massima sicurezza di Padova considerato in Italia un’eccellenza. Perché lì, a gestire il piano, c’era lui: Pietro Rega, il quarantottenne capo degli agenti di Polizia Penitenziaria arrestato nel luglio scorso e indagato dalla procura di Padova con altri 30 fra colleghi, reclusi, familiari e pure un avvocato. Rega ha confessato tutto il 6 novembre in un interrogatorio choc, nel quale racconta la grande gang di guardie e di ladri: «È vero, ho portato in carcere pacchi con telefonini, dischetti, schede telefoniche, chiavette Usb, eroina, fumo…». Contattava parenti e spacciatori, li incontrava, «allo stadio Euganeo quelli di Dincia (dell’Est, ndr)… a Zelarino i marocchini… a Verona gli italiani», si faceva recapitare i pacchi, li consegnava a qualche suo collega perché arrivassero nelle celle.

Cellulari ai boss

E nelle celle c’erano anche a un paio di capiclan della Nuova Camorra Organizzata e della Sacro Corona Unita, Gaetano Bocchetti e Sigismondo Strisciuglio, e un superdetenuto sottoposto al carcere duro, 41 bis, Domenico Morelli. Grazie ai cellulari potevano comodamente impartire ordini all’esterno. Una prassi consolidata, al punto che il giorno in cui Bocchetti rimase senza telefonino Rega si preoccupò: «Dissi a F., un detenuto : e adesso come fa Bocchetti senza telefono? F. rispose che gli aveva dato il suo. Perché F. aveva nascosto un suo telefono e l’ha venduto a Bocchetti». Già, come poteva stare il capoclan Bocchetti senza telefonino, si chiedeva il capo degli agenti. Surreale. Ma perché il coordinatore delle guardie aveva una sensibilità così spinta? «Per denaro e per droga - spiega lui -. A livello economico sono stato per un po’ di tempo sotto, anche perché avevo il mutuo pesante. E avevo iniziato a fare uso di stupefacenti, avevo bisogno di soldi. Mi hanno offerto delle cose e…». Si faceva pagare, dunque. In che modo? «Con vaglia postali o attraverso Western Union o in contanti, delle volte 200 euro, altre 300, 500, non erano delle somme fisse».

Pagamenti in tilt

I versamenti erano diventati così numerosi che Rega non riusciva più a orientarsi: «Qualche volta sono andato in confusione perché è arrivato più di un vaglia e non sapevo di chi fosse - ha spiegato al pm Sergio Dini -. Non conoscevo tutti quelli che mi mandavano i soldi». A volte erano i detenuti stessi a pagarlo, cash. «Venivano nel mio ufficio perché lì non c’erano telecamere, non c’era niente». Premesso che il denaro in carcere non può circolare, quando c’è bisogna nasconderlo. «I soldi li prendevano giù, nella biblioteca centrale, perché loro li nascondevano lì. F. mi raccontava che queste cose le faceva con il cuoco della cucina, che non so chi sia, ce ne sono tre o quattro…».

La coca in regalo

Ma i pagamenti avvenivano anche in uno dei modi più diffusi nel mondo della tossicodipendenza: cocaina o eroina. Già, le guardie «consumavano». «Mezza la portavamo e mezza la tenevamo per noi. Andavamo in camera e ci si divertiva, c’era S., c’era G., c’era M., c’era T., c’era L. … Ma andavamo anche a comprarla, 5 6 7 pezzi per uso personale. Si andava anche in quattro dagli spacciatori, alla stazione di Padova. Si pagava, si prendeva la roba e si andava in camera. Ci sputtanavamo così… Quando avevamo un po’ di grammi in mano andavamo in camera di G. e ci mettevamo a fumare. Qualche volta è capitato anche da me… Era coca era ero… Si pippava insieme… Lì si fumava e si fumava…». Talvolta quando arrivava il pacco con schede e telefonini, c’era sempre un presente per lui. «Il regalo per me era a livello di cocaina. Parliamo di due tre grammi che mi venivano lasciati». Insomma, un vero supermarket della droga, dove gli stessi agenti agevolavano il traffico. «Dopo essere stati agganciati con offerte di stupefacenti, i detenuti vengono sollecitati a commettere nuovi crimini proprio da chi dovrebbe controllarli e rappresentare lo Stato italiano», concludeva il giudice che firmò gli arresti. Un pianeta di illegalità, del tutto sconosciuto al direttore del penitenziario Salvatore Pirruccio: «Non sapevo nulla dello spaccio e dei favori altrimenti sarei intervenuto. Una brutta pagina da archiviare al più presto».

I suicidi

Una pagina di corruzione, di droga e anche di sangue. Dopo gli arresti di luglio, un agente e un detenuto coinvolti nell’inchiesta si sono tolti la vita. Il primo lo chiamavano «pittore» e vendeva ai reclusi filmini hard che lui stesso girava con le sue amiche. L’hanno trovato con le vene tagliate la sera prima della deposizione davanti al pm di Padova. Il secondo si è impiccato con una cintura, dopo essere stato picchiato. Lui aveva parlato e la gang non aveva gradito. Una gran brutta storia. Rega ne è consapevole: «Ho sbagliato».

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