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Quel dialogo mai interrotto tra boss e uomini dello Stato che è passato anche dalle carceri

Polizia Penitenziaria - Quel dialogo mai interrotto tra boss e uomini dello Stato che è passato anche dalle carceri


Notizia del 23/06/2016 - ROMA
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Tutti dicono mafia e pensano solo alla faccia sconcia di Totò Riina o ai suoi tirapiedi di Corleone, a borgate fradice di sangue, a faide e a riti tribali. Tutti dicono mafia e subito dividono il mondo in due: noi da questa parte, loro dall'altra. Se vi avventurate però nella lettura di questo intrigante libro di Enrico Bellavia, scoprirete che la faccenda è un po' più complicata e capirete perché la mafia esiste e resiste da almeno un paio di secoli.

Della mafia c'è una narrazione ufficiale e innocua che piace tanto al potere, ce n'è un'altra giudiziaria che soffre di tutti i limiti temporali e dei sacrosanti confini che impone la legge, ce n'è una terza più sottotraccia dove non si distinguono più chi sono le guardie e chi sono i ladri e dove un canale permanente di comunicazione mette in contatto grandi boss e funzionari di alto rango, assassini e spie. Una linea sottile, quasi invisibile.

Sbirri e Padreterni (Laterza) racconta proprio della "duratura, stabile, alleanza tra un pezzo delle istituzioni e Cosa Nostra", trame che Bellavia ricostruisce con sapienza attraverso una robusta documentazione e con gli "approfondimenti" di Franco Di Carlo, ex boss dei Corleonesi diventato collaboratore di giustizia. Uno che, grazie al "dialogo con le istituzioni ", in Cosa Nostra era riuscito a conquistarsi un posto al sole.

Del famoso processo sulla trattativa Stato- mafia di Palermo Bellavia ne scrive ma tenendosi lontano dalla cronaca e dalle polemiche che ne contrassegnano il suo svolgimento, scegliendo di collegare avvenimenti e personaggi per inserirli di volta in volta in un contesto, in un "momento" della vita politica del Paese. Analisi e testimonianze che vanno ben oltre le risultanze investigative o processuali, per spiegare nel dettaglio "il vizio italiano dell'accordo sotto banco".

In ogni pagina c'è un mafioso che tratta con un uomo dello Stato o - più esattamente, e la differenza non è poca - c'è un uomo dello Stato che tratta con un mafioso. È una rappresentazione della cosiddetta "lotta alla mafia" quasi del tutto inesplorata, un gioco degli specchi, un traffico di informazioni fra doppi e tripli giochi dove quello che veramente conta è la sopravvivenza di un sistema di potere. Luogo privilegiato per questi "baratti" sono sempre state le carceri, in Sbirri e Padreterni c'è un elenco infinito di patti che comincia da Lucky Luciano - passa da Raffaele Cutolo - e finisce nei misteri di quel "Protocollo Fantasma" che autorizzava dopo le stragi del 1992 le scorribande degli 007 fra i bracci più protetti. "Il carcere", scrive Bellavia, "con i suoi patimenti e le sue astuzie, le sue morti sospette e i suoi obliqui ravvedimenti, è perfino capace di coniare nonsense come "è stato suicidato"...". Dei suoi tanti incontri avuti dietro le sbarre con gli spioni ne parla Di Carlo, che rivela molte delle sue "relazioni" con gli apparati polizieschi quando era uno che contava nell'esercito corleonese.

Capitolo dopo capitolo affiorano nomi e volti dei "guastatori" che si muovevano o si muovono ancora nelle terre di confine. Il capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera, i Madonia di Resuttana, i generali Mario Mori e Antonino Subranni, il misterioso "signor Franco" evocato e mai identificato da Massimo Ciancimino, il boss-informatore Luigi Ilardo, il numero tre del vecchio Sisde Bruno Contrada. E "Faccia da mostro", un poliziotto in pensione a lungo sospettato di avere avuto un ruolo nei delitti eccellenti di Palermo.

I ricordi di Franco Di Carlo hanno reso molto denso il racconto. Qualche anno fa Bellavia aveva firmato con lui una biografia dell'ex boss, ma questa volta insieme si sono spinti più avanti e più "dentro". Alcune delle vicende descritte sono state accennate anche sulle pagine di Repubblica, retroscena su uomini in divisa e uomini d'onore. E ogni volta sono arrivati puntualmente avvertimenti in redazione. Anche una lettera anonima indirizzata a Bellavia: "Lasci perdere di scrivere insieme all'amico suo Franco Di Carlo storie passate. Tante volte fanno male!". A naso, l'anonimo non sembrava provenire da Corleone e nemmeno dalla Sicilia. Ma da qualche palazzo governativo.


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