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Rissa nel carcere di Teramo, camorrista in condizioni gravi. Aperta inchiesta

Polizia Penitenziaria - Rissa nel carcere di Teramo, camorrista in condizioni gravi. Aperta inchiesta


Notizia del 07/05/2014 - TERAMO
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Sono gravissime, ma stabili, le condizioni di P.S., il detenuto 27enne di Casal di Principe, nel Casertano, ferito ieria mattina nel corso di una rissa tra appartenenti a clan camorristici esplosa all'interno della sezione protetti del carcere di Castrogno.

Il giovane campano è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico eseguito dall'equipe di neurochirurgia dell'ospedale Mazzini di Teramo, durato oltre due ore, per la rimozione di un vasto ematoma epidurale alla testa.

Secondo i sanitari, che lo hanno ricoverato in rianimazione, l'intervento è riuscito e il decorso clinico del paziente è positivo fino a questo momento.

Intanto sono stati identificati e sottoposti a regime di isolamento, i partecipanti alla rissa, in totale sei oltre al ferito.

Sull'episodio è stato aperto un fascicolo d'inchiesta da parte del sostituto procuratore Silvia Scamurra, che coordina le indagini degli agenti di Polizia Penitenziaria del carcere teramano: nei confronti dei sei, così come per P.S., è intanto scattata la denuncia a piede libero per concorso in rissa aggravata, mentre si cerca di ricostruire la dinamica dell'aggressione e individuare chi ha colpito il 27enne per accusarlo di tentativo di omicidio.

Secondo fonti investigative, i sette sarebbero venuti alle mani, mentre si trovavano in comunità nella sala ricreativa, molto probabilmente per motivi legati al rispetto delle gerarchie interne al carcere, che la vittima non avrebbe rispettato, subendo la punizione del detenuti più anziani.
P.S. è detenuto nel carcere di Castrogno da circa tre anni in attesa del giudizio di secondo grado per reati di stampo camorristico.

SAPPE:«SITUAZIONE ALLARMANTE»

Secondo il sindacato Sappe la situazione sarebbe «molto allarmante».
Il detenuto in gravi condizioni sarebbe stato colpito alla testa con uno sgabello e poi operato al cerverllo.

«Una situazione di alta tensione aggravata da una significativa carenza in organico di poliziotto penitenziari e dal mancato funzionamento di molte telecamere di controllo. Il DAP intervenga con urgenza per risolvere le criticità del carcere di Teramo», dice Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, a quel che è accaduto ieri mattina a Teramo.

«La rissa nel carcere di Teramo» aggiunge «conferma che tenere i detenuti a non far nulla, anche nei momenti previsti di socialità, può essere grave e pericoloso. Ma deve fare seriamente riflettere anche sulle pericolose condizioni di lavoro dei poliziotti penitenziari, che ogni giorno di più rischiano la propria vita nelle incendiarie celle delle carceri italiane».

«Altro che vigilanza dinamica, come vogliono i vertici dell’Amministrazione Penitenziaria», prosegue Capece.

«Al superamento del concetto dello spazio di perimetrazione della cella e alla maggiore apertura per i detenuti deve associarsi la necessità che questi svolgano attività lavorativa e che il personale di Polizia Penitenziaria sia esentato da responsabilità derivanti da un servizio svolto in modo dinamico, che vuol dire porre in capo a un solo poliziotto quello che oggi fanno quattro o più agenti, a tutto discapito della sicurezza. Le idee e i progetti che il capo del Dap Tamburino e il vice Pagano si ostinano a propinare non tengono conto della realtà delle carceri, che non sono collegi per educande, e rispondono alla solita logica “discendente” che “scarica” sui livelli più bassi di governance tutte le responsabilità. E ricadono sulle spalle di noi poliziotti, che stiamo 24 ore al giorno in prima linea nelle sezioni detentive».

Per il Sappe «la situazione penitenziaria è sempre più incandescente e rincorrere la vigilanza dinamica e i patti di responsabilità con i detenuti, come vorrebbe il Dap, è una chimera: cosa dovrebbero fare tutto il giorno i detenuti, girare a vuoto nelle sezioni e nei padiglioni detentivi? In carcere quello che manca è il lavoro, che dovrebbe coinvolgere tutti i detenuti dando quindi anche un senso alla pena, non farli stare nell’ozio assoluto. E aprire le celle dodici ore al giorno senza fare nulla non risolve i problemi, anzi!»

primadinoi 

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