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Rivolta a Parma, detenuti presero in ostaggio Poliziotto Penitenziario: prima ridicola condanna dopo 15 anni di processo

Polizia Penitenziaria - Rivolta a Parma, detenuti presero in ostaggio Poliziotto Penitenziario: prima ridicola condanna dopo 15 anni di processo


Notizia del 25/02/2016 - PARMA
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Sono stati condannati a pene fino a quattro anni e mezzo di reclusione per il reato di cattura di ostaggi cinque ex detenuti del penitenziario di via Burla che quindici anni fa scatenarono una rivolta per ottenere miglioramenti delle condizioni carcerarie o trasferimenti. La sentenza è stata pronunciata dalla Corte d'Assise di Parma, presieduta dal giudice Pasquale Pantalone. Erano le 11 di mattina del 15 gennaio del 2000 quando in una sezione nel penitenziario scoppiò una sommossa.

Come in un film, appena finita l’ora d’aria un manipolo di quattro detenuti riuscì a prendere in ostaggio un agente della penitenziaria, prendendolo a pugni, e si impossessò del suo mazzo di chiavi per fare uscire di cella altri compagni. 
 
L’ingresso della sezione venne sbarrato con gli arredi, i detenuti si armarono di bastoni. Seguirono sei ore di trattative serrate: tenendo sotto sequestro l’agente, i carcerati chiedevano all’amministrazione penitenziaria l’accoglimento di alcune richieste come il permesso di fare telefonate, il trasferimento presso altre case circondariali, vitto migliore.

Ore di tensione, durante le quali l’ostaggio sarebbe stato minacciato di venire buttato già dal tetto e tirato per il collo con la cravatta. La rivolta accese su Parma i riflettori della stampa nazionale. L’allarme rientrò verso le 17, dopo un blitz di una squadra antisommossa della penitenziaria che, segando le sbarre di un cancello, entrò nel braccio in cui si erano asserragliati 34 detenuti.

Durante la trattativa, condotta anche dall’allora procuratore Giovanni Panebianco, venne promesso ai carcerati che le loro richieste sarebbero state accolte. I rivoltosi non fecero resistenza all’irruzione. L’agente sequestrato riportò alcune contusioni.

Oggi, esattamente quindici anni dopo, si è chiuso il processo a carico del “nucleo duro”, i detenuti accusati di aver dato il via alla sommossa: Roberto Caruso, Matteo Clemente, Cosimo Faniello, Yassine Ben Mlik e Ruben Roberto Tudela Ruiz.

Cinque uomini dai 45 ai 63 anni dovevano rispondere a vario titolo di rapina (per la sottrazione delle chiavi all’agente) e del reato molto grave di sequestro di persona a scopo di estorsione. Un delitto che prevede la pena massima di trent’anni. Il procedimento è stato rimpallato per anni tra Bologna e Parma per ragioni di competenza territoriale. Nel 2014 ha preso il via il processo dibattimentale davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Parma.

Il pm Emanuela Podda aveva chiesto che il reato più grave fosse riqualificato in sequestro di persona semplice, punito con pene fino a 8 anni e oggi caduto in prescrizione. Solo per un imputato, Caruso, aveva chiesto la condanna a cinque anni per rapina. I legali difensori avevano chiesto l'assoluzione, o in subordine l'estinzione dei reati per intervenuta prescrizione. 
La decisione dei giudici ha sorpreso tutti: il reato di sequestro di persona è stato riqualificato in "cattura di ostaggi" ai sensi della legge 718 del 26 novembre 1985, che ratificava la convenzione internazionale atta a prevenire, reprimere e punire qualunque atto di cattura di ostaggi quale manifestazione del terrorismo.

Si tratta di un reato pesante, che prevede pene dai venticinque ai trent'anni. Nel caso in specie, però, è stata applicata la fattispecie del fatto di lieve entità, punito con le stesse pene del reato di sequestro di persona semplice. 
 
Gli imputati, concesse le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti, se la sono "cavata" con una condanna piuttosto lieve rispetto al macigno che si poteva prospettare.

D'altro canto, la speranza per tutti era la prescrizione. Roberto Caruso e Clemente Matteo sono stati condannati a quattro anni e mezzo di reclusione, Cosimo Faniello, Yassine Ben Mlik e Ruben Roberto Tutela Ruiz a quattro anni. 
 
Si prospetta un ricorso in appello, ma se la sentenza dovesse diventare definitiva per gli ex detenuti si riaprirebbero le porte del carcere dopo molti anni. All'epoca della rivolta erano finiti in via Burla per reati di droga o di assalto a furgoni blindati. 

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