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Sebastiano Ardita contro il regime delle celle aperte nelle carceri: sarebbe legittimo se fosse la Polizia Penitenziaria a decidere

Polizia Penitenziaria - Sebastiano Ardita contro il regime delle celle aperte nelle carceri: sarebbe legittimo se fosse la Polizia Penitenziaria a decidere


Notizia del 27/09/2016 - ROMA
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Il procuratore aggiunto di Messina, già direttore delle carceri, critica la riforma penale: "Testo ambiguo, il governo corregga". Sebastiano Ardita è procuratore aggiunto a Messina. Sempre in prima fila nella lotta alla mafia, è stato anche direttore del Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.

Ha letto il testo della riforma penale in discussione al Senato ed è preoccupato perché si prospetterebbero maglie larghe per i mafiosi detenuti che non sono all'ergastolo: "I mafiosi esenti dal 41 bis, e non ergastolani, avranno diritto a chiedere permessi premio (uscita temporanea dal carcere per chi si comporta bene, ndr) e di poter lavorare all'esterno".

Ora non è consentito?
Secondo l'attuale ordinamento penitenziario per i mafiosi è possibile soltanto se collaborano con la giustizia (cioè se diventano pentiti, ndr). Invece, questa nuova legge esclude per i mafiosi e per i terroristi solo le misure alternative (arresti domiciliari e affido ai servizi sociali, ndr) ma non esclude esplicitamente gli altri benefici. Anzi, sembrerebbe disporre il contrario quando afferma che devono essere "eliminati gli automatismi e le preclusioni" che impediscono il trattamento rieducativo per "soggetti che sono autori di determinati reati", cioè i mafiosi. Questi sbarramenti, che secondo la nuova normativa devono cadere, valgono anche per il superamento del circuito penitenziario che fa sì, ad oggi, che i detenuti mafiosi non sottoposti al 41 bis, siano comunque separati dai detenuti comuni.

La norma da lei criticata fa riferimento al principio costituzionale del fine rieducativo della pena, si potrebbe obiettare che anche un mafioso "semplice", che vuole redimersi, dovrebbe poter accedere a tutti i benefici di legge...
La storia ci ha insegnato che la rieducazione di un mafioso è difficile da valutare e che i vincoli con Cosa Nostra o con le altre organizzazioni sono inscindibili. Per questa ragione la legge finora ha ritenuto che l'unica prova di rottura con l'ambiente criminale sia la scelta della collaborazione con la giustizia.

Altre conseguenze?
Da qualche tempo è stato introdotto un sistema di detenzione che prevede per i detenuti la giornata fuori dalla cella, si tratterebbe di un principio giusto se fosse la Polizia Penitenziaria a scegliere chi possa essere ammesso in base ai principi che stanno dietro ai percorsi rieducativi. Invece, almeno inizialmente, questa sperimentazione è stata applicata in modo generalizzato.

Il risultato?
Si sono raddoppiati i reati commessi in carcere e il costo della maggiore libertà interna l'hanno pagato sulla loro pelle i poliziotti penitenziari perché si sono moltiplicate le aggressioni nei loro confronti. In qualunque Paese questa esperienza sarebbe stata considerata fallimentare, invece da noi è ritenuta meritevole di essere inserita in una legge. E se salta il circuito di alta sicurezza che separa i detenuti mafiosi dagli altri, anche loro potranno usufruire del regime aperto. Il problema si pone perché i sacrosanti percorsi rieducativi vengono concessi a tutti, anche a soggetti pericolosi, e non solo a chi, davvero, ha intrapreso la via del reinserimento.

Il ministro Andrea Orlando nega che la nuova riforma farà ai mafiosi le concessioni che lei denuncia, ma le ha anche risposto che è pronto a migliorare il testo. Ha dei suggerimenti?
Il testo è ambiguo e si presta a questo tipo di lettura. Se il ministro lo ritiene opportuno può chiedere al suo ufficio legislativo di precisare la norma in modo che sia inequivocabile che i mafiosi saranno esclusi da questi benefici.

Come magistrato ha altre obiezioni alla riforma che sta per essere votata?
Ne avrei diverse. Una delle novità che considero più pericolose per il funzionamento della giustizia è la norma che introduce l'obbligo per i pubblici ministeri di formulare entro tre mesi la richiesta di rinvio a giudizio o archiviazione dopo aver concluso un'inchiesta. Porterà alla paralisi degli uffici giudiziari e in particolare delle Procure generali a cui si chiede, con un quarto di magistrati rispetto alle Procure, di avocare e definire i procedimenti che proprio le Procure non hanno potuto concludere. Una vera assurdità. Pertanto, i pm dovranno dedicare molto tempo a procedimenti minori, anche se destinati a prescrizione certa, o banali, come le liti condominiali, perché avranno questo obbligo, pena anche sanzioni disciplinari. Con questa norma verrebbero a cadere le circolari organizzative interne alle Procure che danno priorità a determinate inchieste, per esempio sulla corruzione, che riguardano reati di maggiore emergenza per i cittadini.

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