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Sesso in carcere: Tribunale di Sorveglianza di Firenze ricorre alla Corte Costituzionale

Notizia del 18/05/2012 - FIRENZE

Sesso in carcere: Tribunale di Sorveglianza di Firenze ricorre alla Corte Costituzionale

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Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze, ha sollevato un’eccezione di incostituzionalità sul secondo comma dell’articolo 18 dell'ordinamento penitenziario che impone la sorveglianza a vista degli incontri tra detenuti e femiliari da parte della Polizia Penitenziaria.
 
Il bacio è fugace. Le mani di Michele (il nome è di fantasia) tendono verso il volto della compagna di una vita. Ma è impietoso l’occhio delle telecamere nel giardino degli incontri di Sollicciano, invadente lo sguardo degli agenti di Polizia Penitenziaria. E quel gesto di tenerezza resta sospeso, così come le confidenze tra moglie e marito sulla vita fuori dal carcere, sui figli che ormai sono adulti. È duro reprimere i sentimenti per Michele che ha 60 anni e deve scontarne venti per rapina. Una carezza, un bacio, un rapporto sessuale, ai detenuti sono preclusi per legge. È l’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario che impone il controllo a vista dei carcerati, quando sono in compagnia di parenti e amici. Ora la norma potrebbe essere cancellata per sempre dalla Corte Costituzionale. E per Michele si riaccende la speranza di poter riabbracciare liberamente la moglie.
 
L'ECCEZIONE DI INCOSTITUZIONALITA' - Nei giorni scorsi, il Tribunale di Sorveglianza di Firenze, con l’adesione della Procura fiorentina, ha sollevato un’eccezione di incostituzionalità sul secondo comma dell’articolo 18. Secondo i giudici si tratta di una disciplina che «impedisce al detenuto l’intimità dei rapporti affettivi con il coniuge o il convivente, imponendo l’astinenza sessuale, favorendo il ricorso a pratiche masturbatorie o omosessuali, ricercata o coatta e così violando alcuni diritti garantiti dagli articoli 2,3,27, 29, 31,32 della Costituzione». La norma lede il principio di uguaglianza e il prezioso assunto secondo cui la pena non deve consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.
 
E ancora, secondo il tribunale di Sorveglianza, nega il diritto alla famiglia e alla salute degli istituti penitenziari. In altre parole, impedisce il mantenimento di relazioni affettive con il coniuge o il convivente che sono fondamentali nella vita del detenuto come nell’esistenza di tutti. «Il semplice colloquio tra il recluso e i suoi familiari – avvertono i giudici - è limitato e limitante e rischia di inaridire i rapporti». Toccherà alla Corte Costituzionale decidere se cancellare il famigerato secondo comma dell’articolo 18 o tenerlo in vita.
 
LE STANZE DELL'AFFETTIVITA' - Quasi dieci anni fa, fu lanciata la proposta di istituire le “stanze dell’affettività” negli istituti penitenziari italiani. Destò scalpore e animò il dibattito dentro e fuori il Parlamento, ma restò lettera morta. Anche a dispetto delle raccomandazioni del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che stabiliscono il diritto dei detenuti a incontrare da soli le famiglie proprio per mantenere e sviluppare le relazioni familiari. Eppure, il diritto alla affettività in carcere è riconosciuto nella cattolicissima Spagna, dove sono previste visite intime brevi per tutti i detenuti. In alcuni lander della Germania negli istituti penitenziari sono predisposti piccoli appartamenti in cui i detenuti condannati a lunghe pene possono incontrare i propri cari, mentre in Olanda, Norvegia e Danimarca sono previste in carcere camere matrimoniali con servizi e cucina.
 
Anche negli Usa, i detenuti possono incontrare ogni due settimane il coniuge in una casa mobile all’interno del carcere, per tre giorni consecutivi. In Italia, spiegano i giudici del Tribunale di sorveglianza l’unico contatto tra detenuti e parenti è «il colloquio, che si svolge in ambienti affollati da una umanità in condizioni critiche e rende precari e difficili i rapporti familiari» o si risolve nella condivisione del pranzo. Incontri che avvengono sempre sotto il controllo della Polizia Penitenziaria. Ma per i giudici «non è possibile per la nostra Costituzione inibire al detenuto il diritto al rapporto sessuale con il partner in un rapporto di coniugio o di convivenza stabile». È in ballo il riconoscimento dell’affettività e non la «pura e semplice ammissione ai rapporti sessuali».
 

 

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