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Si pente il superboss della camorra Iovine: fondamentale il lavoro del GOM e del NIC della Polizia Penitenziaria

Polizia Penitenziaria - Si pente il superboss della camorra Iovine: fondamentale il lavoro del GOM e del NIC della Polizia Penitenziaria


Notizia del 22/05/2014 - NAPOLI
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Il "ninno" di Gomorra sta cantando. Antonio Iovine, il padrino dei Casalesi arrestato il 17 novembre del 2010 dopo quattordici anni di latitanza, ha cominciato a collaborare con i magistrati del pool anticamorra di Napoli.

E ora, davvero, un'intera generazione di complici rischia seriamente di essere spazzata via dalle rivelazioni del primo, vero boss del clan che decide di parlare. I segreti di politici collusi e amministratori locali conniventi, gli intrecci sui rifiuti, gli affari dell'imprenditoria inquinata, i nomi dei fiancheggiatori e degli insospettabili che hanno custodito le trame di una delle più potenti organizzazioni criminali d'Europa non sono più al sicuro. Tanti che fino a poco tempo fa contavano, adesso tremano.

La svolta è maturata una dozzina di giorni or sono, quando Iovine ha cominciato a rispondere alle domande dei pm Antonello Ardituro e Cesare Sirignano, del pool coordinato dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli.

Il pentimento del padrino chiude un percorso lungo e delicato, intrapreso con pazienza dalla Procura che si è avvalsa della fondamentale collaborazione degli uomini del Gom e del Nic, i nuclei investigativi speciali della Polizia Penitenziaria. I primi segnali erano arrivati il 6 agosto del 2011.

Convocato dal pm Ardituro per essere interrogato su una storia di usura, Iovine lasciò trasparire qualche timidissima apertura. Quel primo contatto però è rimasto a lungo isolato. Poi, agli inizi di maggio, il padrino ha saltato il fosso, cominciando a riempire pagine di verbale sulle quali i magistrati lavorano per vagliare l'attendibilità delle dichiarazioni e trovare i riscontri.

Il detenuto è stato subito trasferito da Nuoro, dove era recluso in regime di carcere duro, mentre per i congiunti è scattato il piano di protezione.

A differenza di Michele Zagaria detto "il Monaco", Iovine non è un capo che aveva rinunciato a vivere pur di sfuggire all'arresto. Per la sua fuga, comunque durata quasi tre lustri, non aveva scelto un covo sotterraneo, bensì la quiete della famiglia un muratore incensurato che lo ospitava a Casal di Principe, in una villetta abusiva dove il boss era accudito da due ragazzine poco più che ventenni.

"In un bunker non mi avreste mai trovato. Io non scendo in un cunicolo. Soffro di claustrofobia", disse Iovine ai poliziotti delle squadre mobili di Napoli e Caserta al momento della cattura.

Proprio queste parole, forse, c'è la chiave per quello che sarebbe accaduto meno di quattro anni più tardi. Rinchiuso al carcere duro, una condanna definitiva all'ergastolo sulla testa e decine di inchieste ancora aperte, il "ninno" ha capito che per lui era finita. Restava una sola strada: quella dello Stato.

repubblica.it

 

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