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Sinti in carcere minaccia di morte Poliziotto penitenziario e scatena rivolta per essere trasferito: il DAP lo accontenta

Polizia Penitenziaria - Sinti in carcere minaccia di morte Poliziotto penitenziario e scatena rivolta per essere trasferito: il DAP lo accontenta


Notizia del 17/03/2016 - BELLUNO
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Porta una “firma” padovana la rivolta esplosa nel carcere Baldenich a Belluno la notte tra il 27 e il 28 febbraio scorso. È quella di Fiore Ricci, 25enne di origine sinti nato a Piove di Sacco e residente ad Albignasego nel campo nomadi in via Manara, almeno quando non si trova dietro le sbarre. Il suo “curriculum” giudiziario? Già di tutto rispetto: condannato a 8 anni per furti e rapine dal tribunale di Padova lo scorso gennaio, l’ultimo processo, in ordine di tempo, si è appena aperto sempre nella città del Santo per tre rapine messe a segno nel 2015 ai danni di Zelig Cafè a Casalserugo il 14 marzo; mentre il 15 marzo doppio colpo nel bar Desiré di Cadoneghe e infine nel bar Luna a Stanghella. Sul banco degli imputati, accanto a lui, Morris Zago, di Camposampiero, Tomas Torrinunti di Solesino e Murphy Cavazza di Conselve (prossima udienza il 16 maggio).

Ora Ricci si ritrova indagato dalla procura di Belluno per quanto accaduto nella struttura penitenziaria dov’era accaduto il caos tra lanci di bombolette di gas, arredi distrutti, reclusi barricati nelle celle allagate. E la scintilla della bagarre era stata innescata dal padovano come risulta dalla relazione del Dap-Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

È fin dalla mattinata di sabato 27 febbraio che Ricci comincia a manifestare rabbia e insofferenza provocandosi dei tagli sulle braccia: protesta – dice – contro il suo mancato accompagnamento negli uffici dove intende denunciare un agente colpevole (a suo dire) di aver palpeggiato la convivente durante la perquisizione prima dell’ammissione nella sala colloqui. È una scusa: le donne in visita sono perquisite da agenti di sesso femminile. Ma tant’è, Ricci appare seccato del fatto che quel poliziotto avesse controllato le buste con alimenti consegnati per lui dai familiari. Nel pomeriggio torna alla carica con minacce verso l’agente. Cerca addirittura di afferralo per un braccio e poi gli sputa in faccia. A due colleghi della Penitenziaria non si fa scrupolo di ribadire: «Gliela farò pagare» sottolineando che avrebbe denunciato il collega per molestie alla fidanzata.

Nemmeno di fronte all’intervento di altri agenti Ricci si calma. Anzi minaccia anche di “tagliare” il poliziotto che sembra essere diventato la sua ossessione, spiegando: «So dove abita... Manderò qualcuno per piantare un kalashnikov nel c... della moglie e della figlia». Intorno alle 13 è il via alla rivolta quando Ricci accende un falò nella cella 208 da lui occupata. Un falò composto da materasso, coprimaterasso, cuscino e lenzuolo. Non esita a mettere a repentaglio l’incolumità del compagno di cella, mentre le guardie impartiscono l’ordine ai detenuti di rientrare nelle stanze.

Detenuti che al primo piano ubbidiscono, al contrario dei reclusi ospitati nel secondo piano. Intanto Ricci alza la posta: vuole dormire al piano terra vicino al termosifone non accettando l’indicazione di trasferirsi in un altro reparto. Gli agenti tentano di evitare il “muro contro muro” perché gran parte dei reclusi sono liberi di girare nella sezione dov’è maturata la protesta. Ricci va oltre: riesce a procurarsi un manico di scopa, una padella e uno sgabello minacciando di aggredire il personale di guardia, salvo poi accettare di entrare in una cella. Poco dopo nuova esplosione di rabbia con la rottura di un rubinetto della stanza e la fuoriuscita di acqua nei piani sottostanti.

La rivolta riprende con termosifoni staccati dal muro, bombolette di gas azionate, fogli incendiati gettati ovunque per innescare focolai. Solo nella notte i tafferugli sono sedati. E Ricci, che aveva espresso più volte la richiesta di essere trasferito vicino a casa, viene spedito nel carcere di Treviso.

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