Febbraio 2017
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Sottsegretario alla Giustizia Ferri: stranieri difficili da reinserire, meglio reimpatrio

Polizia Penitenziaria - Sottsegretario alla Giustizia Ferri: stranieri difficili da reinserire, meglio reimpatrio


Notizia del 10/08/2013 - ROMA
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Sottosegretario Ferri, che cosa pensa della proposta della Lega di risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri facendo scontare la pena ai detenuti extracomunitari nei loro Paesi di origine?
"Maroni ha posto l'attenzione su un problema serio che merita un'attenta riflessione e una pronta soluzione - risponde il sottosegretario del ministero della Giustizia, Cosimo Ferri. Circa il 40% dei detenuti è rappresentato da stranieri non appartenenti all'Ue, per i quali l'accesso alle misure esterne al carcere è quasi sempre precluso: o perché si tratta di clandestini, con conseguente elevato pericolo di fuga, o per ragioni legate all'assenza di risorse quali il lavoro, la famiglia o il domicilio. Si tratta generalmente di soggetti che hanno scarse probabilità di reinserirsi nella società civile al termine della pena, e che spesso sono risucchiati nell'illegalità non appena fuori dal carcere. Sul punto significativi sono i dati statistici di recidiva".

Tutto dipende dai trattati che andrebbero sottoscritti con i Paesi di provenienza dei detenuti?
"È la via maestra da intraprendere con decisione, soprattutto di fronte al problema del degrado delle condizioni di vita negli istituti penitenziari, oltre che per garantire l'effettività delle pene detentive. Accordi internazionali con i Paesi europei e del bacino mediterraneo consentirebbero agli stranieri condannati di scontare la pena nel Paese di origine con le opportune garanzie del rispetto dei diritti fondamentali".

I trattati andrebbero concordati con qualunque Paese, o con alcuni in particolare?
"Sarebbe importante privilegiare inizialmente la collaborazione con i Paesi dai quali proviene la parte più cospicua di detenuti. Dalle statistiche ministeriali, ad esempio, si rileva che fra le nazionalità più numerose ospitate negli istituti di pena compare il Marocco".

Quanto pensa sia realizzabile un'idea del genere?
"È realizzabile se l'iniziativa è accompagnata da un forte sostegno politico, necessario ad esercitare nei confronti dei Paesi interessati una moral suasion a collaborare con l'Italia. Anche le istituzioni europee devono dare il loro contributo strutturale e politico".
Considerato però che occorre il consenso dei diretti interessati e il rispetto dei loro diritti, un simile provvedimento, anche se adottato, non rischia di restare lettera morta?
"Non si tratta semplicemente di trasferire i detenuti di una determinata nazionalità nel loro Paese. L'idea è piuttosto che la pena possa essere eseguita nei Paesi di origine non solo con forme di collaborazione che implichino garanzie sul profilo del rispetto dei diritti fondamentali, ma anche con la possibilità di eseguire misure alternative al carcere. In ogni caso, il consenso dei condannati non è necessario nel caso di espulsione, motivo per cui a tali iniziative internazionali dovrebbe essere affiancato il potenziamento delle norme in tema di espulsione".

In che modo andrebbero riscritte le norme sulle espulsioni?
"Ampliandone le possibilità di applicazione nelle varie forme già previste dal nostro ordinamento: come sanzione amministrativa, come misura di sicurezza, come sanzione sostitutiva di pene detentive e soprattutto come misura alternativa alla detenzione applicabile da parte del magistrato di sorveglianza.
In particolare, si potrebbe intervenire sull'istituto dell'espulsione come misura alternativa: da un lato, elevando la soglia di pena sotto la quale far scattare l'espulsione, portandola da due a tre anni, così da accrescere il numero di detenuti potenziali destinatari di tale misura, oltre che riducendo i tempi della relativa procedura mediante un più stretto coordinamento tra gli organi amministrativi e giudiziari coinvolti.
Dall'altro, dovrebbe essere prevista la possibilità del cosiddetto "scioglimento del cumulo", se il titolo esecutivo ricomprende uno o più reati ostativi all'esecuzione della misura: in questi casi, parte della giurisprudenza di legittimità ritiene non consentito procedere all'espulsione".

Lo "svuota carceri" varato dal governo è davvero una soluzione alternativa o è un indulto mascherato, come accusa la Lega?
"È sicuramente un passo positivo nella direzione che ci indica anche l'Europa con riferimento alla necessità di diminuire la popolazione detenuta. Questo obiettivo è stato perseguito non con provvedimenti di natura clemenziale, ma con il rafforzamento delle misure alternative alla detenzione che non hanno carattere automatico né costituiscono un diritto del detenuto, ma sono concesse caso per caso dalla magistratura di sorveglianza. Il decreto appena convertito in legge introduce anche disposizioni a tutela della vittima del reato".

Anche sul taglio di molti tribunali periferici la Lega è fermamente contraria. Ha ragione o no?
"La riforma della geografia giudiziaria era attesa da anni e deve andare avanti. Ciò però non vuol dire che non si possano fare correttivi. Alcune situazioni meritano davvero un'attenta riflessione, ma la politica deve fare la propria parte nell'aiutare il Governo a trovare il giusto equilibrio. Bisogna dire no ai campanilismi ed essere invece aperti nel rivedere alcune situazioni".

Da molte parti si reclama la necessità di riformare la giustizia. Qual è secondo lei l'intervento più urgente?
"Una riforma della giustizia civile allo scopo di renderla più veloce. I cittadini non possono essere costretti ad attendere anni per avere una risposta e le imprese straniere spesso non investono in Italia anche perché scoraggiate dai tempi della giustizia italiana. Il Governo ha iniziato ad intervenire con il decreto del fare, prevedendo l'introduzione di alcuni giudici ausiliari con incarico a tempo determinato, oltre alla possibilità per i neolaureati di stage formativi presso gli uffici giudiziari, per i quali tuttavia non è stato previsto neanche un rimborso spese. Ritengo indispensabile un ulteriore significativo sforzo economico, in termini di maggiori risorse sia di beni che di personale".

La Padania

 

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