Gennaio 2017
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Terrorismo islamico: investigatori devono infiltrarsi tra i detenuti, attentati pianificati in carcere

Polizia Penitenziaria - Terrorismo islamico: investigatori devono infiltrarsi tra i detenuti, attentati pianificati in carcere


Notizia del 23/01/2015 - ROMA
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“Per combattere la radicalizzazione in carcere i nostri investigatori devono tornare ad infiltrarsi all’interno delle celle. Questo fenomeno è più preoccupante e pericoloso del proselitismo via Web ”. Gianluca Ansalone (in foto), esperto di strategia, sicurezza e intelligence, pone nuovamente l’attenzione sul ruolo di “moltiplicatore di forze” che ha il carcere nella radicalizzazione dei terroristi e nella pianificazione degli attentati .

“Il Web svolge un ruolo di proselitismo che non riesce però a dare vita ad azioni spettacolari, ad attentati strutturati, organizzati in modo dettagliato- spiega a Panorama.it, Ansalone – mentre è proprio all’interno del carcere che i terroristi riescono a compiere quel “salto di qualità” che si traduce in attentati sanguinari”. 

“Non dobbiamo dimenticarci che la prima linea dei comandanti dell’Isis si sono formati in carcere. Tutti hanno trascorso un periodo nelle carceri della Libia, della Siria, della Giordania…” 

Significa che i nostri investigatori devono tornare a "infiltrarsi"? 
Gli investigatori italiani sono quelli che in assoluto, a livello mondiale, hanno sperimentato per primi il terrorismo e mi riferisco a quello degli Anni 70. Per questo motivo hanno maturato un’esperienza notevole in questo settore sviluppando tecniche investigative di altissimo livello. Sono stati i nostri investigatori a insegnare agli altri che cosa sia il terrorismo e come combatterlo. Adesso, però, devono rispolverare il “vecchio manuale” e applicare levecchie tecniche investigative.

Si spieghi meglio..
È fondamentale che gli investigatori ricomincino ad ascoltare che cosa avviene in carcere, a infiltrarsi tra i detenuti per cercare di carpire informazioni e per “spezzare” dall’interno questi contatti che portano alla radicalizzazione. Devono essere adottate tutte quelle tecniche di ascolto che in passato sono state utilizzate per i mafiosi, per i pentiti.. Ma c’è un altro aspetto che potrebbe essere d’aiuto per ridurre i processi di radicalizzazione in carcere: migliorare le condizioni di vivibilità dei detenuti. È importante ridurre il degrado e potenziare le capacità rieducative delle strutture penitenziarie. 

 

GIANLUCA ANSALONE è consulente della Presidenza della Repubblica per l’Analisi internazionale e di sicurezza. E’ stato collaboratore del Presidente del Copasir. E’ esperto di intelligence, sicurezza e strategia. E’ co-direttore della collana “Terrorismo, Intelligence e Sicurezza” della casa editrice Franco Angeli. E’ autore di numerosi libri e pubblicazioni tra cui “11 settembre 2021” (Franco Angeli ed, 2012); “Vent’anni senza Muro” (Fuoco ed., 2009); “I nuovi Imperi” (Marsilio ed, 2008) e “Oltre l’Iraq” (Memori ed, 2005). E’ docente presso l’Università di Roma – La Sapienza e la Link Campus University of Malta. E’ consulente dell’UNICRI, Istituto dell’ONU sui temi dell’antiterrorismo e il crimine transnazionale. E’ membro del programma Aspen Junior Fellow dell’Aspen Institute Italia ed è stato nominato Young Leader del Consiglio per le Relazioni Italia – USA (2011)

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