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Venezuela, megarivolta con sparatoria tra 600 detenuti

Notizia del 25/06/2011 - ESTERO

Venezuela, megarivolta con sparatoria tra 600 detenuti

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Lo hanno chiamato il «Vietnam» delle carceri in Venezuela. O anche «la terza guerra mondiale». Non un semplice regolamento di conti, ma una vera e propria battaglia tra bande, che si è trasformata subito in una protesta di inaudita violenza per le condizioni dei detenuti. «Roba così non si era mai vista, tranne che durante i colpi di Stato degli Anni ‘90», hanno scritto increduli i quotidiani venezuelani.

Seicento reclusi, su un totale di 2.800, si sono inseguiti a fucilate per ben due ore nel carcere Rodeo I, nei pressi di Caracas. Chi era disarmato si è nascosto: sotto il letto, dietro una parete, nei bagni, mentre alcuni familiari in visita sono rimasti intrappolati nelle strutture.
POLIZIOTTI RESPONSABILI. Le guardie penitenziarie non ci hanno pensato due volte, e hanno lasciato che i carcerati si scannassero senza battere ciglio: sono rientrati solo a spari conclusi, per portare via i cadaveri (almeno 30). Nel frattempo i sopravvissuti avvisavano col cellulare (che in cella è vietato, ma ce l'hanno tutti) i parenti delle vittime, allarmati dalle televisioni e riuniti all’esterno del penitenziario.
CORRUZIONE DIFFUSA. Ma sono proprio le guardie penitenziarie a essere sotto accusa. Aura Gonzales, che ha perso il figlio, ha fatto un appello in tivù: «Voglio una risposta dal governo, che ci fanno pistole e cocaina nelle carceri, come entrano?». Tutti lo sanno. Basta corrompere i secondini e il gioco è fatto. Il ministro degli Interni Tareck El Aissami  ha prima promesso una task force a favore dei reclusi per migliorarne le condizioni di vita, poi ha usato le maniere forti per liberare il centro di detenzione.
IL BLITZ DELL'ESERCITO. Il 17 giugno 5 mila uomini della Guardia nazionale, armati fino ai denti, sono entrati nel carcere e hanno sedato i rivoltosi. Poi hanno sequestrato armi, droghe e cellulari. Un’operazione colossale, definita «la terza guerra mondiale» dal generale Luis Motta alla guida delle operazioni.
UN CARCERE IN MANO AI BOSS. Il Rodeo I ora è sotto controllo, ma la protesta continua nel Rodeo II, sotto la guida di due boss criminali: Yorvis López, detto 'Oriente', e Yoifre Ruiz. Il primo è indagato anche per il sequestro e l’omicidio di un italovenezuelano, Gian Carlo Colasante, rapito a Guarenas il 27 ottobre 2010. Il numero delle vittime è incerto, e non si saprà fino a quando non verrà liberato anche il Rodeo II, ma le stime più attendibili parlano di 70 morti.

Le richieste dei detenuti sono confuse, ma riflettono l’anarchia e la disumanità dei centri di detenzione. Il potere all’interno si misura tra diverse bande, anche in base al numero di armi: la bomba a mano è in cima ai desiderata. «È utile quando ti seguono, la butti e poi scappi via», ha detto un detenuto.
OGNI DETENUTO HA DUE ARMI.  «Per ogni prigioniero», ha denunciato Humberto Prado dell’Osservatorio sulle carceri, «ci sono almeno due armi da fuoco». L’attività principale all’interno della struttura è proprio il traffico di pistole e di cocaina, gestito dai boss che hanno anche il compito di far rispettare il codice criminale interno, la cui prima regola è «chi ruba verrà colpito a una mano».
SOVRAFFOLLAMENTO AL 380%. Non morire è un’impresa. I numeri parlano chiaro e la situazione è esplosiva: 300% di sovraffollamento, con punte del 380% proprio presso il Rodeo I e II.  Mentre il numero di morti per anno (1,3 morti al giorno in media) è superiore in termini assoluti a quello del Brasile, nonostante il Venezuela sia sette volte meno popoloso.
I DETENUTI ITALIANI. Nel Paese di Chávez ci sono anche 80 detenuti italiani, la maggior parte di loro finita dentro per traffico di stupefacenti. Raggiunto al telefono da Lettera43.it, il console generale di Caracas Giovanni Davoli ha confermato che i connazionali stanno tutti bene. «Presso il carcere Rodeo I», ha sottolineato Davoli, «c’erano solo quattro italiani, arrestati per narcotraffico. Ora sono altrove e stanno bene. Nel Rodeo II, invece, non risulta ci siano connazionali».

 

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