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Volevo il metadone e il parroco non può non avermi visto: la testimonianza del detenuto che ha denunciato l'aggressione a Marassi

Polizia Penitenziaria - Volevo il metadone e il parroco non può non avermi visto: la testimonianza del detenuto che ha denunciato l'aggressione a Marassi


Notizia del 16/06/2015 - GENOVA
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Racconta che a picchiarlo, è stato l'agente Dario Pinchera - ancora in servizio nonostante un arresto nel 2007 per aver sparato a due persone, coinvolte e poi assolte insieme a lui nel lancio di un sasso-killer da un cavalcavia autostradale - infastidito dopo un battibecco per una dose di metadone. Ma mentre questi "infieriva" con un "manganello sottile che gli ho visto altre volte portare attaccato alla cintola", ci sarebbero stati con lui "altri due poliziotti", non identificati fino ad ora, "che mi trattenevano".

Non ci sono telecamere nel luogo dell'aggressione. Ecco perché l'inchiesta sul pestaggio nel carcere di Marassi non può che partire da qui, dalla versione della vittima, Ferdinando Boccia, 36 anni e un passato di reati legati al consumo di droga. Il suo racconto, non sempre lineare, è stato affidato alla polizia giudiziaria e ora è al vaglio del pm Giuseppe Longo.

È il 12 aprile scorso. Boccia, in terapia psichiatrica e riabilitativa dalla tossicodipendenza, sta aspettando il metadone in cella. Va somministrato a vista. Lui al momento della distribuzione si sta lavando i denti. Chiede gli venga lasciata la pastiglia, non è consentito, e non gli viene consegnata. Si lamenta. Domanda alla guardia Dario Pinchera se è possibile avere la terapia e i due si prendono a male parole. Quindi, il detenuto viene fatto uscire dalla stanza per andare a prendere le pastiglie al piano di sotto. Nel tragitto l'agente lo "aspetta sulle scale" per "dargli una lezione".

Le scale che collegano i due piani sono riparate dalla quasi onnipresente videosorveglianza, che dovrebbe rendere Marassi "una casa di vetro": "Mi ha colpito con uno schiaffo, indossava guanti neri. Ha continuato a colpirmi mentre ero a terra e urlavo: "Aiuto, basta!". Perdevo sangue dalla testa. Sono riuscito a scendere le scale e a raggiungere l'infermeria, ma gli agenti mi hanno impedito di farmi soccorrere. C'erano due infermiere che distribuivano metadone, erano molto spaventate, io urlavo. In una stanza ho visto Don Paolo (il cappellano, ndr), con un detenuto, non può non avermi visto. Mi hanno riportato in cella. Poi è venuta un'altra guardia e mi ha detto: "Facciamo finta che non è successo niente"".

La prima visita per Boccia arriva solo 48 ore dopo. Ed è emblematico del clima in cui è avvenuto questo episodio il fatto che ad accorgersi delle evidenti ferite al capo, al torace, alle braccia e al dorso, sia la psichiatra Silvia Oldrati, che scrive il giorno stesso ai suoi superiori e al personale medico interno (diretto da Marilena Zaccardi, indagata, prescritta per le sevizie alla caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001), ma viene indagata pure lei.

Scattano accertamenti che per quasi due settimane restano "interni", che si interrompono definitivamente il 24 aprile, cioè 12 giorni dopo, quando la notizia arriva in Procura, in una versione decisamente più favorevole alla Polizia Penitenziaria di quanto non sia quella di Boccia, che nel frattempo è stato trasferito a Pontedecimo e ha ritrattato tutto. Alla Procura arriva notizia di una zuffa tra il detenuto e il secondino.

La ricostruzione di Pinchera, a cui vengono sequestrati un manganello estensibile non regolamentare e due bombolette di spray urticante, è diametralmente opposta, e sembra voler accusare lo staff sanitario: "Venni contattato da Boccia - racconta l'agente Pinchera. Mi disse che il medico voleva convincerlo a denunciare qualcosa che non era mai avvenuto". Finiscono indagati cinque medici, per omesso referto, e sei colleghi di Pinchera.

"Sono molto amareggiato - dice il direttore del carcere Salvatore Mazzeo - questa vicenda danneggia tutti i nostri sforzi. Chi ha sbagliato deve pagare". "Premesso che nessuno è colpevole fino a condanna definitiva, eventuali responsabili vanno cacciati - dichiara il sindacato Sappe. Questi comportamenti non appartengono al dna della Polizia Penitenziaria".

Il Secolo XIX

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