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Tattoo: il significato in ambito carcerario. Da Lombroso al regolamento penitenziario

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I tatuaggi nel mondo dei carcerati sono costantemente composti da simboli specifici; raffigurazioni alle quali i detenuti sono legati per i più svariati motivi personali. 
In carcere i tatuaggi tendono ad assumere un significato più profondo, non devono essere visti come maniera di passare il tempo durante la detenzione, possono diventare una parte significativa del corpo di un detenuto, ovvero, una vera e propria carta d’identità del criminale, non solo per rappresentare il crimine che ha commesso, ma anche come strumento di comunicazione tra detenuti: segno di riconoscimento e mezzo d’espressione, può indicare appartenenza a una comunità e la scelta di un determinato simbolo racconta la vita di una persona.
Un tatuaggio da malvivente non è solo un tatuaggio.  
E’ ormai acquisita l’importanza dello studio del tatuaggio quale mezzo coadiuvante diagnostico nell’esame della personalità del criminale.
Si tratta infatti di una traccia patognomica del vissuto del soggetto. Sottolineiamo il termine “traccia”, in contrapposizione a quanto affermava Lombroso nella sua “teoria dell’atavismo” che considerava il tatuaggio come carattere “anatomico” specifico di uomo primitivo, selvaggio nel quale la scarica degli istinti e delle pulsioni aggressive avveniva senza inibizioni. 
Un tatuaggio da galeotto, fatto da un detenuto mentre sconta la sua pena, è gesto di sfogo, un simbolo di riconoscimento tra detenuti o un atto di protesta contro la crudeltà del carcere. 
Si pensi al detenuto medio: un giovane tossico italiano condannato a tre anni che decide di marchiare la propria frustrazione sulla propria carne.  
Se, nel mondo del lavoro, un candidato tatuato non fa una buona impressione, in un ambito totalmente diverso il tattoo ha invece un ruolo fondamentale. 
Infatti, molti detenuti ed ex detenuti riportano sulla pelle almeno un tatuaggio, realizzato mentre erano in carcere: è un gesto di sfogo e di protesta contro la crudeltà di un ambiente come il carcere; la pelle diventa un manifesto su cui poter esibire la propria rabbia.  
Infatti, da regolamento, non è consentito farsi fare un tattoo all’interno delle carceri, perché questo atto viene considerato autolesionista.  
Proprio per questo, il tatuaggio del detenuto ha sempre un grande valore, e sta ad indicare il coraggio e la forza d’animo di chi lo porta. 
Se per ogni cultore di tatuaggi la pelle è una tela su cui raccontare la propria storia, per il detenuto si trasforma in un manifesto di carta straccia, con cui dichiarare pubblicamente la propria condanna ad una non-vita di cancelli, sbarre e cemento. 
L’azione stessa di farsi un tatuaggio dietro le sbarre è inoltre una straordinaria prova di coraggio e ribellione poiché si tratta di un’infrazione disciplinare: essendo considerato dall’art. 77 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230 – Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà – “possesso di oggetti non consentiti”, alla fase del giudizio, si giunge quando il direttore dell’istituto ritiene che, a seguito dell’infrazione, debba essere inflitta una delle sanzioni previste dall’art. 39 O.P..
La competenza ad irrogare le sanzioni è ripartita tra due diversi organi, il regolamento affida al direttore un’ulteriore funzione di filtro, dovendo egli stabilire se convocare l’accusato davanti a sé o dinanzi al consiglio di disciplina, a seconda della valutazione rispetto alla gravità della sanzione.
Ai sensi dell’art. 81, comma IV, del regolamento di esecuzione sono possibili due esiti del procedimento: 
• se il direttore ritiene che l’infrazione (in conformità a quanto scritto nel rapporto o, eventualmente, a quanto emerso dagli ulteriori accertamenti compiuti) debba essere punita con la sanzione del richiamo o dell’ammonizione, convoca l’accusato davanti a sé per la decisione disciplinare; 
• se il direttore ritiene che, in base alla gravità dell’infrazione, debba essere applicata una delle più afflittive sanzioni, previste dai numeri 3,4,5 dell’art. 39 O.P., convoca l’accusato davanti al consiglio di disciplina.
A riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che, nel rispetto del termine massimo di dieci giorni, “la convocazione può avvenire in qualsiasi momento, anche ad horas”. 
Inoltre, appare doveroso precisare che la sanzione dell’esclusione dalle attività in comune non può essere inflitta per l’infrazione in questione perché prevista all’art. 77, numero 7) del comma 1 D.P.R. 230/2000, salvo che l’infrazione sia stata commessa nel termine di tre mesi dalla commissione di una precedente infrazione della stessa natura. 
Per di più, l’infrazione potrebbe provocare il probabile annullamento dei 45 giorni di condono, per ogni semestre,  concessi ai detenuti quale riconoscimento della “buona condotta” mantenuta.  
E’ curioso sapere che il detenuto per la realizzazione del tatuaggio deve accontentarsi dello scarso materiale a disposizione: 
• un ago da cucito; 
• un accendino; 
• un piccolo pezzo di filo di stagno; 
• un pennarello tipo uniposca; 
• un lettore mp3 o un oggetto dotato di un impianto elettronico simile; 
• due pile stilo, solitamente quelle del telecomando del televisore; 
• un dopobarba; 
• un po’ di crema idratante; 
• pellicola per alimenti. 
Una volta trovati tutti gli attrezzi necessari, il procedimento è abbastanza semplice: è essenziale evitare di attirare l’attenzione della Polizia Penitenziaria, perciò un compagno di cella volenteroso farà il palo posizionandosi di fronte alla porta; si estrae il motore del lettore cd o altro oggetto reperito dall’involucro di plastica, poi, si scalda il filo di stagno con l’accendino utile a saldare l’ago al motorino del lettore cd, dopodiché viene creato un circuito chiuso con le pile del telecomando per azionare il dispositivo. 
La piccola macchinetta da tatuatore ottenuta, una volta azionata, farà vibrare l’ago che inciderà la pelle. 
L’inchiostro è ricavato dal pennarello che miscelato al dopobarba, il cui alcool è il disinfettante, fa ottenere una miscela omogenea.  
Una volta terminata l’opera per evitare l’insorgere di infezioni e idratare la pelle è utilizzata in genere la crema nivea.
Si evidenzia una relazione tra tatuaggi dei detenuti uomini e tipologie di reato che implicano un comportamento aggressivo e l’uso di sostanze stupefacenti. In particolare, il possesso di tatuaggi risulta correlato ai delitti per la cui realizzazione è necessaria una aggressione personale: per gli uomini principalmente si parla di rapina che ai fini della configurabilità del reato è necessaria la violenza
“…l’esercizio di una energia fisica, di qualunque grado di intensità, idonea a provocare la coazione personale del soggetto passivo, fino a comprometterne o ad annullarne le capacità di autodeterminazione e di azione” o minaccia che, invece, ai fini dell’integrazione dell’elemento oggettivo della rapina, deve consistere in “…qualsiasi comportamento deciso, univoco e perentorio dell’agente che sia astrattamente in grado di incutere timore ed esercitare una coazione sulla persona” producendo “…l’effetto di turbare o diminuire la libertà psichica e morale del soggetto passivo” .
Per i soggetti femminili tatuati il reato in percentuale più commesso risulta essere lo spaccio di sostanze stupefacenti correlato alla tossicodipendenza per una percentuale superiore al 41%. 
Il nesso stupefacenti-reati propone una serie di diversi modelli esplicativi diversi: la delinquenza induce al consumo di sostanze illecite; il consumo di stupefacenti porta a commettere reati; consumo di droghe e delinquenza sono fenomeni concomitanti; il consumo di stupefacenti e la delinquenza sono eventi mediati da una serie di altre variabili e sostenute da radici comuni. 
Rispetto al tipo di sostanza stupefacente, sia per i gli uomini che per le donne, si evidenzia una maggiore dipendenza dagli stimolanti quali la cocaina, nonché cannabis e derivati, tra cui marijuana e hashish.

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