4 novembre, cosa celebriamo e perchè è importante farlo

Anche quest’anno i vari Reparti del Corpo di Polizia Penitenziaria sono stati coinvolti nelle celebrazioni per il 4 novembre. 

Una data che è fondamentale nella storia d’Italia ma che, come hanno dimostrato alcune recenti inchieste giornalistiche, è incredibilmente poco conosciuta, trascurata, spesso ignorata, specie dalle giovani generazioni. 

E questo è un errore (oltreché un orrore), un grave ed inaccettabile errore!

Come abbiamo avuto modo di scrivere su queste colonne in più occasioni, infatti, il processo di rafforzamento dei valori è uno degli obiettivi delle attività di comunicazione istituzionale dirette a promuovere una migliore conoscenza della storia del nostro Paese. 

Una storia che si ha l’obbligo di ricordare e di mantenere vivo, anche attraverso atti simbolici come l’intitolazione di strutture, vie, piazze e iniziative editoriali, perché è parte integrante del patrimonio della nostra Patria.

Meritoria è, in tal senso, l’iniziativa del Ministero della Difesa che nei giorni precedenti il 4 novembre ha curato un approfondimento storico di estremo interesse e che facciamo nostro.

Il 4 novembre, dunque, l’Italia ricorda l’Armistizio di Villa Giusti – entrato in vigore il 4 novembre 1918 – che consentì agli italiani di rientrare nei territori di Trento e Trieste, e portare a compimento il processo di unificazione nazionale iniziato in epoca risorgimentale.

Il 4 novembre terminava la Prima Guerra Mondiale. 

Per onorare i sacrifici dei soldati caduti a difesa della Patria il 4 novembre 1921 ebbe luogo la tumulazione del “Milite Ignoto”, nel Sacello dell’Altare della Patria a Roma. 

Con il Regio decreto n.1354 del 23 ottobre 1922, il 4 novembre fu dichiarato Festa nazionale.

Il 4 novembre 1918, dunque, terminava la I Guerra Mondiale. Con l’entrata delle truppe italiane vittoriose a Trento e Trieste, dopo quasi tre anni e mezzo di combattimenti accaniti, terminava quella che venne allora definita “la Grande Guerra”. 

Questo nome che, nonostante tutte le vicende e le guerre successive, è sopravvissuto fino ad oggi, a distanza di quasi un secolo, non può avere per tutti lo stesso richiamo immediato, non può provocare in tutti le stesse reazioni, le stesse sensazioni. 

Oggi non c’è più alcun superstite di quel conflitto né, probabilmente, c’è qualcuno che abbia un ricordo diretto di quegli avvenimenti. Tutti noi lo conosciamo, oggi, attraverso i libri, i musei, le foto, i filmati ed i più vecchi tra noi anche attraverso i ricordi, i racconti di padri e di nonni, che però non avevano sempre piacere nel ricordare quei giorni.  Di quella guerra, quindi, ne abbiamo un’idea non originale, ma mediata, diversa a seconda del mezzo attraverso il quale ce la siamo formata, diversa a seconda del nostro interesse per la storia, delle nostre convinzioni politiche, del nostro luogo di residenza a seconda anche della nostra età, per i giovani sono quasi esclusivamente i media – specie la televisione – a fornire un supporto alle schematiche nozioni che i programmi scolastici consentono.

Eppure ci dovrebbe essere – e c’è – un ricordo comune, condiviso, di quella guerra e di quella data e di ciò che hanno significato, non solo nella storia delle nostre Forze Armate, ma anche in quella della nostra Patria, in definitiva in quella di tutti noi. 

Quel giorno del 1918 si completò il processo dell’unificazione italiana, un processo lungo, difficile, che aveva avuto i suoi albori con l’età napoleonica e si era sviluppato nei decenni successivi attraverso cospirazioni, movimenti politici, moti rivoluzionari e guerre. 

Un processo che avrebbe fatto nascere, dagli otto stati pre-unitari, una nazione indipendente. 

Dai moti del 1820-21 a quelli del 1831, dalle insurrezioni del 1848 alla campagna dello stesso anno ed a quella dell’anno successivo, poi la II Guerra d’Indipendenza, i plebisciti, la spedizione dei Mille, l’Esercito Meridionale, l’intervento nelle Marche e nell’Umbria fino alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. E poi i successivi tasselli per completare l’unità, con la guerra del 1866 e la presa di Roma. Pur tenendo ben presente che dietro a tutti questi avvenimenti ci sono la volontà politica e le idee di politici come Cavour e Mazzini, solo per fare due nomi, ci si deve ricordare anche che tutti questi avvenimenti – ed il loro risultato finale – si sono realizzati, sul campo, grazie all’operato delle Forze Armate, volontarie e regolari nella prima fase e quasi esclusivamente regolari nella seconda. 

Un ruolo, dunque, quello delle Forze Armate, fondamentale per l’unità e l’indipendenza della nazione, che si vedrà in seguito ulteriormente confermato con la I Guerra Mondiale, che all’epoca venne vista da molti come la IV Guerra di Indipendenza.

La I Guerra Mondiale, al di là degli effettivi risultati conseguiti, segnò il raggiungimento della completa unità nazionale e rappresentò il massimo sforzo collettivo mai compiuto nel nostro paese. 

Se il “fronte interno” resse anche nei momenti difficili, con l’opinione pubblica a sostenere l’operato del governo, le fabbriche a mantenere alti i livelli di produzione e le famiglie a sopportare i sacrifici legati alla guerra ed all’assenza degli uomini validi, lo sforzo maggiore fu sostenuto dalle Forze Armate.

Oltre cinque milioni di mobilitati, appartenenti a ben 27 classi di leva, di cui oltre quattro milioni assegnati all’esercito operante, 680.000 caduti, 270.000 mutilati, oltre un milione di feriti, 600.000 prigionieri, 64.000 dei quali morti per stenti in mano nemica, queste le cifre nude e crude e solo le foto non censurate o i cimiteri militari ci possono oggi dare un’idea, ma solo un’idea, di ciò che queste cifre rappresentano.

Morti e feriti nelle trincee del Carso, sui monti del Trentino, nei cieli, in Adriatico, o all’estero, dove pure furono impegnate le nostre truppe, in Francia, in Albania, in Macedonia, in Palestina.

In tutti questi luoghi la mobilitazione mise insieme italiani provenienti da ogni regione, da ogni provincia, appartenenti a tutte le classi sociali, con i contadini che costituivano il grosso delle fanterie e gli studenti che, inizialmente, fornivano il grosso degli ufficiali di complemento. 

Per tre anni e mezzo tutti questi italiani vissero e lottarono, spalla a spalla, accomunati dalle “stellette  nelle sofferenze: 

Sofferenze che ai nostri giorni parrebbero – ed erano – ai limiti, ed oltre, dell’umana sopportazione e che anche a quei tempi portarono a qualche caso di insubordinazione (represso con estrema decisione). 

Eppure, anche attraverso queste sofferenze condivise quotidianamente, nacque un nuovo sentimento di affratellamento, di condivisione, che andava al di là dello spirito di corpo e, poi, della vittoria finalmente conseguita. In quegli anni ed in quella guerra l’unificazione italiana passò dal piano meramente istituzionale a quello della condivisione di un destino. 

Italiani di ogni provenienza e di ogni ceto si amalgamarono.

Ecco perché il 4 novembre, nato come “Festa della Vittoria” (semplicemente “la Vittoria”, per antonomasia) è con il tempo divenuta la “Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate”.

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Informazioni sull'autore

Roberto Martinelli

Nato a Genova il 29 maggio 1968 Vice Ispettore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in scienze dell’educazione. Giornalista pubblicista. Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Consigliere Nazionale dell’Anppe Responsabile dell’Ufficio Stampa della Segreteria Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE. Consigliere Nazionale e Componente del Comitato Scientifico dell’Accademia Europea Studi Penitenziari.

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